Non comincerò questo pezzo con la solita citazione di Tolstoj, un po’ perché la useranno tutti (tutti chi), soprattutto perché qui siamo ben oltre le famiglie infelici. In questa famiglia c’è «vero odio», come dichiara chi la racconta.
Cioè Gianluca Matarrese, che ha girato questo film – Il quieto vivere, visto alle ultime Giornate degli Autori veneziane, nelle sale dal 12 marzo con Luce Cinecittà – forse per espiazione, certamente per (vero) affetto. È uno strano oggetto. È fiction, è farsa, è teatro, thriller. Comincia come La dea dell’amore di Woody Allen e rischia di finire come Fratelli di Abel Ferrara, ma trova un suo spazio liminale che assomiglia solo a sé stesso.
È la storia della sua famiglia calabrese, dove ci si lancia recriminazioni d’ogni sorta ma sempre con una ciambotta (andate su Google) sul fuoco. Al centro, due vere cognate sull’orlo di una crisi di nervi (e una vestita davvero come una chica di Almodóvar) che si fanno da anni una furibonda guerra condominiale, una battaglia dopo l’altra: si staccano la luce a vicenda, si segnalano tramite pipì del cane, avanzano fantasiose denunce ai carabinieri locali (siamo a Corigliano). E poi, una mamma/suocera che, mentre in silenzio si fa la tinta, prende le parti. Uomini tendenzialmente ignavi che invece le parti tendono a non prenderle. E un coro di zie (l’ho detto che sembrava La dea dell’amore) che osservano, commentano, e soprattutto si divertono moltissimo, esattamente come noi.
Matarrese è nato vicino Torino da genitori calabro-pugliesi, ha studiato cinema e teatro, ha cominciato da regista con i corti, come tutti, poi tanti documentari, uno (La dernière séance, 2021) andato fuori concorso a Venezia, ed è quello che lo ha fatto conoscere di più. L’altr’anno un altro doc molto premiato, Gen_, storie di genitorialità (im)possibile, e ora questo Quieto vivere che sembra quasi un attimo prima esistenziale che artistico.
Ma che, artisticamente, è notevole, sia per contributi “esterni” (fotografia di Kevin Brunet, montaggio di Jacopo Quadri, musiche dei Cantautoma con bei pezzi originali) che per la scrittura “in casa” (la sceneggiatura è del regista con Nico Morabito) che tiene l’equilibrio di questa faida/farsa tra il privato e il comune, il particolare e l’universale. È notevole, più di tutto, per come riesce a rendere vero il trasfigurato e inventiva la realtà (siamo un po’ dalle parti di Vittoria, di due anni fa, che però – sarà che lì il registro era ben più virato al drammatico – pareva più forzato).
Cosa si chiede al cinema oggi? Sguardo, contaminazione, sorpresa. Soprattutto sorpresa. Cosa si chiede al cinema italiano oggi? Le stesse cose, moltiplicate per sedici. Quando accade (vedi, in questa stagione, il caso Le città di pianura) tutti tiriamo un sospiro di sollievo: ma allora si può fare anche qua.
Poi, certo, è sempre una questione di grandi o piccoli numeri. Nei piccoli, le sorprese ci sono eccome, però arrivano a pochissimi. Però lì ben si sta, e la speranza è sempre quella di allargare i pubblici sempre un po’ di più, visto il caos (sale, piattaforme, frammentazione della visione) del momento: a volte non ce la fanno nemmeno i “grandi” in sala, mentre i piccoli possono spesso sperare in una vita più lunga.
La auguriamo di cuore a questo piccoletto irresistibile, la tragicommedia calabrese di cui non sapevate di aver bisogno.











