Facciamo un gioco. In quale anno pensate sia uscita la versione di Limit to Your Love di James Blake, la cover che ha lanciato il musicista inglese su YouTube e l’ha fatto esplodere quasi subito come una delle voci più rappresentative della sua generazione? Prendetevi qualche secondo per fare due conti e poi controllate se avete azzeccato la risposta: 2010. Duemiladieci. Quindici anni fa. Giusto il tempo per Blake di pubblicare sette dischi (otto se contiamo il joint album con Lil Yachty), superare una pandemia globale e attraversare almeno un paio di crisi esistenziali in cui il mondo come ci è stato tramandato non calzava più.
È in questo contesto che nasce l’ultimo disco di James Blake, Trying Times, in uscita venerdì per la sua Good Boy Records. Il producer inglese è passato recentemente negli spazi di Voce Triennale a Milano per presentare il disco ai fan con una listening session per pochissime persone. Nessuna conferenza stampa. Nessun divismo. Nessuna intervista da approvare in anticipo (giusto il tempo concessoci per uno scambio privato). Blake ha scelto una modalità di fruizione intima e condivisa, corale e insieme personale che racconta tutto della visione dietro questo disco.
Già dal titolo intuiamo che siamo di fronte al suo manifesto, al suo lavoro più compiuto. «Amo molto Trying Times, è il miglior disco che abbia mai scritto», spiega chiacchierando prima della conferenza. «Ho esattamente in testa a che tipo di persone piacerà e a chi no, e che strada prenderà una volta uscito dal mio studio. È un lavoro che parla di introspezione, ma guarda nello stesso tempo anche a cosa accade nel mondo esterno con un mix di terrore e responsabilità. È il mio tentativo di governare i sentimenti della vita, l’amore, le passioni, l’amicizia e sopravvivere».
Blake ha provato a sintetizzare questa sensazione di equilibrio costante fin dalla cover dell’album, che lo vede al centro di una batteria di piatti in ceramica mentre cerca di tenere insieme stabilità e movimento, leggerezza e tensione, luce e ombra. Ma Trying Times è anche la reazione a una carriera costellata di collaborazioni eccellenti – da Rosalía a Beyoncé a Kendrick Lamar – che hanno definito un percorso in ascesa, ma che oggi, in questo lavoro, non hanno posto. Trying Times è un disco essenziale, che lavora di sottrazione, togliendo tutto ciò che non è necessario. A partire dai featuring, completamente assenti ad eccezione di Dave, autore con The Boy Who Played the Arp di uno dei dischi più belli del 2025, e di Monica Martin, storica collaboratrice dalla voce caldissima. Il resto è solo musica scritta, prodotta a cantata da James.
«Le persone che ho invitato a collaborare su questo disco sono arrivate naturalmente. Non le ho chiamate perché che avevo bisogno di un feat. I pezzi con Dave e Monica li abbiamo prodotti prima di sapere che avrei fatto un album, alla fine erano perfetti», tiene a precisare. «Ho un rispetto genuino per questi artisti, li vedo come persone capaci di cose dove io non arrivo. Sono geniali in quello fanno, sono due dei miei artisti preferiti su questo pianeta e per puro caso sono anche miei amici. È una situazione win-win per me».
Degli artisti come James Blake mi ha sempre colpito la capacità di lavorare su un doppio binario: da un lato producer per il gotha della musica mondiale in grado di leggere il pop con estrema contemporaneità e raffinatezza; dall’altro producer per un proprio pubblico colto e alternativo che gode se la musica che ascolta fa pochi stream. È una dualità che mi affascina perché rappresenta il modo in cui molti di noi ascoltano la musica oggi: senza distinzione di generi, senza snobismi, senza l’urgenza di mettere un confine tra cultura e sottocultura, in una continua convivenza di guilty pleasure e nicchia avanguardista. In questo contesto la difficoltà per Blake sta nel non farsi sopraffare dalla musica che produce per altri (spesso quelli famosi), che a volte differisce molto dal tuo gusto.
«Sai, famoso non vuol dire necessariamente migliore. E soprattutto, non vuol dire adatto a qualsiasi contesto. Ho sempre guardato alle persone più per il talento e per la personalità che hanno, per quello che portano con i loro testi, per come pensano. E guardo anche se sono divertenti. Per me Dave e Monica sono così. Ridiamo sempre tanto in studio, non siamo mai troppo seri, non sembra mai che stiamo davvero lavorando. È la situazione migliore in cui trovarsi. Ho limitato tantissimo le collaborazioni con grandi artisti. Molte di queste risalgono a più di quattro anni fa, mentre negli ultimi tempi ho lavorato con pochi nomi. Sentivo il bisogno di snellire la mia vita, di sentirmi meno sopraffatto, stavo buttando via un sacco di energia».
Il Covid, la scelta di tornare in Inghilterra dopo un lunghissimo periodo negli States, l’urgenza di emanciparsi dallo star system per tornare a concentrarsi sulle cose piccole. «Presto molta attenzione alla frequenza con cui le persone appaiono nella mia vita. Ed è anche il motivo per cui ho collaborato con meno artisti. Sono più selettivo anche rispetto alla mia presenza. A volte lavori per sei mesi su un album per poi scoprire che la persona vuole solo avere successo in classifica. E alla fine ti rendi conto che non hai le canzoni giuste per quell’aspirazione. Hai la sensazione di aver perso un sacco di tempo o di essere stato con qualcuno che non era sulla tua stessa lunghezza d’onda. Penso che la maggior parte del lavoro che ho fatto in musica non mi sia mai stato pagato e che non sia neanche uscito proprio per questi motivi».
È difficile fare la classifica dei migliori LP di un artista che non sbaglia un colpo e che si muove sempre nello spazio liminale tra soul, elettronica, suoni rarefatti ed emozioni fragili. In questo caso, con Trying Times siamo di fronte a vero e propio saggio sull’amare ed essere amati, in cui i sentimenti si fanno trasparenti, e per questo inquieti e incerti. L’impronta alt R&B dei lavori precedenti lascia il passo a un cantautorato confidenziale in cui uno dei temi portanti è la necessità di sentirsi al sicuro.
Ma cosa fa sentire al sicuro James Blake? «Non aver paura dei propri pensieri oscuri davanti agli altri, di non aver paura di pensare cose scorrette. So che le mie intenzioni sono buone, sono un amico che si prende cura degli altri e delle persone in generale. Credo che i miei amici e la mia compagna mi diano uno spazio sicuro dove essere davvero me stesso. È da questa accettazione che sono diventato quello che sono oggi. Durante il Covid ci sono state tre persone che mi hanno fatto diventare pienamente me stesso al punto da realizzare cosa voglia dire sentirsi al sicuro. Ho imparato dove sta la linea».

Foto: Harrison & Adair
Uno dei progetti più interessanti del producer inglese uscito negli ultimi anni però non riguarda la sua musica, o almeno solo in parte. Nel 2024 Blake ha lanciato Vault, una piattaforma di streaming in cui sono gli artisti a decidere quanto far pagare i fan per ascoltare la loro musica in abbonamento, tagliando tutti gli step intermedi tra produzione e distribuzione che riducono i guadagni degli artisti quasi a zero. È un tema a cui Blake è molto legato e che lo infervora.
Ma gli artisti come lui possono davvero vivere fuori dalle piattaforme di streaming più grosse? «Onestamente non vivo di quello che guadagno dalle piattaforme di streaming, credo che non farebbe davvero nessuna differenza esserci o meno. Qualsiasi alternativa futura sarà meglio di questa. Le etichette hanno modelli di AI allenati per produrre musica che suoni come la mia. E non ho nessuna protezione legale. Ma tanto chissà quale sarà la prossima fase dello sfruttamento degli artisti. È sempre un gioco divertente immaginare come ci fregheranno».
E sul suo progetto: «Vault è una ventata di aria fresca. Non solo perché le persone pagano per la musica che ascoltano. Ma perché sono in contatto diretto con loro. Li conosco, li guardo in faccia. Alcune delle persone che sono qui stasera a Voce Triennale le ho conosciute attraverso la piattaforma. Questa cosa è impossibile con Spotify o qualsiasi altro servizio. Non esistono relazioni parasociali attraverso Instagram, è come essere in un aeroporto. Non vedi mai la stessa persona due volte. Adesso sento di avere una community che ho costruito nel tempo. Le persone che commentano sono anche quelle che effettivamente ascoltano la musica. So chi sono, posso mandare loro un messaggio e invitarle agli eventi. È qualcosa di nuovo per me. La chat è l’anima, è la linfa vitale di tutto, sono persone vere che parlano tra di loro. È una sorta di Discord e di Bandcamp e un servizio di streaming allo stesso tempo. Non esistono altri posti dove tutto questo può essere vero».
«Vault sta andando molto bene, ci sono tantissimi artisti adesso sulla piattaforma, penso sia un buon modello. I soldi finiscono direttamente nel conto in banca dell’artista. Per me il modello direct-to-fan è il futuro della musica. Altrimenti cosa facciamo? Aspettiamo che le piattaforme diventino oneste, che tutti diventino onesti verso gli artisti? Non succederà mai. L’anno scorso lo 0,2% del profitto dell’industria musicale è finito agli artisti. Lo 0,2%. È praticamente niente, e siamo noi a fare la musica. Le piattaforme neanche esisterebbero senza il nostro lavoro. È nostra la musica, non loro. In più la ripartizione dei guadagni avviene in maniera iniqua: ci saranno, non so, due milioni di artisti sulle piattaforme. Ma i guadagni derivanti dagli abbonamenti vengono ripartiti tra gli artisti che fanno più stream anche se tu non li hai mai ascoltati. Non ha nessun senso».
Il modello imperante e ingiusto delle piattaforme di streaming è specchio del cambiamento epocale di cui accennavamo all’inizio: 15 anni in cui le logiche dietro al mondo della musica sono sfuggite di mano, tra algoritmi che creano meteore, artisti minacciati dall’AI e la vittoria del servizio sul prodotto finale. Chiedo a James com’è allora il suo rapporto col tempo che passa e col cambiamento che porta. «È una domanda enorme. In passato avrei fatto molta difficoltà a riflettere su questo tema perché ho l’ADHD e mi spaventa il fatto che il tempo semplicemente passi e io non ricordi cos’è successo. A volte ho la sensazione che la mia relazione col tempo sia distorta. Ma più miglioro la mia condizione ADHD e faccio le cose giuste per controllarla, più sento di iniziare a godermi la mia età. Ogni tanto mi piacerebbe tornare all’innocenza del 2010. Il mondo sembrava un po’ meno impazzito di ora. Il tempo che passa mi mette nostalgia, ma sento che ora sto usando il mio tempo in maniera migliore. Guardo indietro alle cose e le ricordo. Mentre ad esempio non ricordo molto dei miei vent’anni».
Forse pensare al passato non ti fa più soffrire così tanto perché ti stai semplicemente godendo il presente nel momento in cui avviene, gli dico. «Esatto, l’hai sintetizzato perfettamente. È la cosa migliore che può accadere a una persona. La prossima volta lo racconto come l’hai detto tu».















