Il ritorno di ‘Scrubs’ vi farà ancora ridere, nel bene e nel male | Rolling Stone Italia
sacro cuore reloaded

Il ritorno di ‘Scrubs’ vi farà ancora ridere, nel bene e nel male

La serie (parodia dei) medical drama che segue le vicende di J.D. e compagni torna il 25 marzo su Disney+. State certi di una cosa: è esattamente cringe come ve la immaginavate. E va benissimo così

Le immagini del reboot di 'Scrubs'

Il reboot di 'Scrubs'

Foto: Disney+

Nell’era precedente alle piattaforme di streaming, c’erano poche, ma buone, serie che sono state capaci di entrare sottopelle a una generazione intera e plasmarne la comicità puramente nonsense e disfunzionale. Per chi tornava a casa da scuola e, post-pranzo, si sintonizzava su MTV per vedere in ordine sparso e ripetitivo le avventure al Sacro Cuore di J.D. (Zach Braff), Elliot (Sarah Chalke), Turk (Donald Faison) e Carla (Judy Reyes), probabilmente Scrubs è rimasto il primo grande amore.

Prodotta dal 2001 al 2010 da Bill Lawrence, Aseem Batra e Tim Hobert, Scrubs è nata come satira degli allora popolarissimi medical drama, ma è diventata molto di più. Un universo a sé stante, con una comicità demenziale sapientemente bilanciata da relazioni umane profonde, frasi da appuntare nel diario e un finale che, tra una lacrima e l’altra, lasciava sempre con una morale.

Nei meandri oscuri di Facebook deve esistere ancora uno dei primissimi meme in bianco e nero, con la figura stilizzata di un omino che affoga in una pozza di lacrime e la scritta “Gli ultimi minuti di Scrubs”. A scuola era facile volersi immedesimare nei personaggi e, mentre il mio amico che si sentiva J.D. oggi è riuscito a diventare medico di base, io crescendo pensavo di assomigliare a Elliot, ma poi ho scoperto di essere Carla. «Chi ha due pollici e se ne frega?», direte voi. E questo è un gancio perfetto per dimostrare quanto Scrubs abbia formato la cultura comica dei Millennial. Ancora prima di How I Met Your Mother; decisamente più vicino al linguaggio dei nati negli anni Novanta rispetto a Friends; persino più accessibile di The Office: Scrubs è stato il nostro romanzo di formazione.

Le immagini del reboot di 'Scrubs'

Foto: Disney+

Non è facile tornare nei posti che una volta abbiamo abitato e che non frequentiamo da parecchi anni. Il più delle volte, tornare indietro è un privilegio che non ci è concesso e, quando succede, può fare persino più paura dell’andare avanti. Abitare una vita che oggi non esiste più può essere una pericolosa operazione-nostalgia, che ne delude le aspettative e i ricordi. Eppure, il ritorno di Scrubs sembra capace di farci camminare tra le corsie del Sacro Cuore, senza lasciarci nel rimpianto di un bel tempo perduto.

Disponibile dal 25 marzo su Disney+, Scrubs torna 16 anni dopo la sua stagione finale, o 17 a seconda che consideriate la nona stagione oppure no. Dietro al revival, almeno per la scrittura del primo episodio e la supervisione degli altri, c’è ancora una volta Bill Lawrence, che nel frattempo ha firmato la produzione esecutiva di altre serie comiche diventate cult come Ted Lasso e Shrinking. Evidentemente colpito dalla revival-mania che caratterizza gli anni dal post-pandemia a oggi, Lawrence e una buona parte del cast originale hanno visto in questa vena nostalgica un’occasione per provare a rimettere in piedi Scrubs.

Quella del revival è una scelta sicuramente remunerativa, ma anche potenzialmente distruttiva. E Scrubs lo sa bene, soprattutto dopo l’infamia del capitolo Med School, con la marginalizzazione del cast originale e l’introduzione forzata di una nuova leva di giovani medici, con l’unico risultato di aver infastidito e allontanato gli affezionati. Tra i primi negazionisti della serialità c’è chi, ancora oggi, sostiene che quegli ultimi 13 episodi non siano mai esistiti.

Le immagini del reboot di 'Scrubs'

Foto: Disney+

E, in effetti, i creatori della decima stagione sono ripartiti proprio da questo assunto, riprendendo la stagione numero otto e dandole il sequel che meritava. Oggi J.D., Elliot, Turk e Carla hanno circa cinquant’anni, non tutte le vecchie conoscenze dell’ospedale lo popolano ancora, eppure ce ne sono quanto basta. Questa volta è indiscutibile che i protagonisti siano loro: la vecchia leva nel mondo nuovo. Ci sono Tod (Robert Maschio) e Hooch “è pazzo” (Phill Lewis), il dottor Cox (John McGinley), più qualche personaggio che popola l’ospedale, dai receptionist all’inserviente, e ovviamente i nuovi specializzandi, che si mescolano alla storia senza rubare la scena. Scrubs ha imparato dai suoi errori. L’unica voce narrante torna quindi a essere quella di J.D., che mette ancora una volta a nudo le sue insicurezze per il divertimento collettivo, con la sua immaginazione visiva che gioca con il nonsense negli immancabili momenti di sogno a occhi aperti.

Nella decima stagione, la comicità di Scrubs è rimasta uguale a sé stessa, e questo può essere contemporaneamente un bene e un male, ma comunque una sfida non scontata. Variety sostiene che i nuovi episodi della serie siano un tuffo nel Millennial cringe, con umorismo e riferimenti che solo un certo target può cogliere. Ma chi guarda la serie lo fa per sentirsi di nuovo coccolato, esattamente con quella tipologia di umorismo. Chi ha visto The Paper, il recente reboot di The Office, ha subito capito che il mordente scorretto e caustico di Steve Carell è stato ammorbidito e smembrato in ben due controparti direttoriali, interpretate da Domhnall Gleeson e Sabrina Impacciatore, con una simpatia più conciliante, e i cui punti di eccesso vengono immediatamente riportati al servizio di una certa pudicizia. Scrubs non rinnega il suo passato cringe, se chiamarlo così vi fa sentire più avanguardisti, e, anzi, trova il modo per conciliare le battute sessiste di Tod con l’epoca del politicamente corretto.

Le immagini del reboot di 'Scrubs'

Foto: Disney+

La cosa più sorprendente è che ci riesce. Forse anche grazie alla presenza di una figura che impersonifica il linguaggio inclusivo e tutte le sue nevrosi e che, non a caso, sembra andare molto d’accordo con Elliot. Lei è Vanessa Bayer, comica storica del cast del Saturday Night Live e vincitrice di un Emmy, che in Scrubs interpreta Sibby, responsabile delle risorse umane e terapeuta con il ruolo di “polizia dei sentimenti”. È probabilmente lei a segnare, più di tutti, l’evoluzione e non la putrefazione della comicità scrubsiana.

Sì, perché i novellini sono sempre impacciati e un po’ incasinati, alla ricerca di sé stessi sotto la guida di un mentore. Mentre J.D., Carla, Turk ed Elliot sono ancora loro: più anziani, con dinamiche leggermente diverse, ma con un approccio alla vita e ai problemi sempre identico. J.D. con la sua sbadataggine, Turk con nel costante sforzo di esprimere l’emotività, Elliot con le sue manie di persecuzione, Carla da sempre olio motore del gruppo. Ovviamente, i quattro sono alle prese con alcuni dei cliché della contemporaneità: da TikTok alle recensioni online sui dottori, dall’autodiagnosi dei pazienti alle ingiustizie del sistema sanitario statunitense. Ma anche con le difficoltà della vita adulta: il delicato equilibrio dei matrimoni, le necessità dei figli, l’amicizia duratura, una certa solitudine, la stanchezza nel lavoro.

Scrubs | Trailer Ufficiale | Disney+ Italia

Dopo aver visto le prime quattro puntate mi è sembrato, tutto sommato, un privilegio quello di poter sbirciare nella vita dei miei personaggi preferiti, 16 anni dopo. E mi sono chiesta se chi è attualmente coetaneo dei protagonisti si riveda nella crescita che hanno avuto. Mi rimane il dubbio, però: se un adolescente oggi guardasse la decima stagione di Scrubs, si appassionerebbe alla serie com’è stato per noi vent’anni fa? Probabilmente no: la sua formula era innovativa nei primissimi Duemila, mentre oggi è surclassata dai cataloghi streaming in trama, effetti speciali, sentimentalismi e riflessioni. Rimane però la comicità, a cui Scrubs si aggrappa con forza e ostinazione. Quanto è difficile oggi ridere davvero davanti alla Tv. E non dico accennando un sorriso, ma proprio esplodendo in una risata chiassosa.

Ecco: le stranezze di J.D., l’inopportunità di Cox e Todd, la malignità di un nuovo specializzando, la follia di Hooch, la nevrosi della responsabile delle risorse umane, il nonsense dei film mentali e i conflitti risolti a sorsi di Appletini: tutto concorre alla più leggera delle risate. E se per qualcuno rischia di essere cringe, o troppo uguale a sé stessa, o poco al passo con i tempi, allora chiedo: alla fine un revival non è forse fatto per questo? Per tirarci fuori, senza danni collaterali, dagli abissi della nostalgia.