All’inizio ci sono state le conferenze stampa. Poi le feste. A quanto pare, la prima volta che la pattinatrice artistica Alysa Liu è riuscita a dormire davvero dopo aver vinto l’oro olimpico è stato qualche giorno dopo, sul volo di ritorno da Milano. «Ci hanno fatto l’upgrade, perché dicevano: “Non possiamo mettervi in fondo all’aereo!”», racconta sorridendo. «Quindi un ringraziamento agli assistenti di volo di Delta Airlines».
Da allora Liu si sta abituando a un’accoglienza da eroina: dalla gelateria di Oakland che le ha promesso gelato gratis a vita ai paparazzi che hanno seguito la sua auto dopo un’apparizione al Today show. In preparazione per il servizio fotografico di Rolling Stone nel club privato Moss New York, le vengono consegnate scatole di dolci: una lemon ricotta pound cake, crinkle cookies al matcha e cioccolato bianco, chocolate chip cookies al burro nocciola e una creazione a base di Lucky Charms ideata apposta per lei. «Ho fatto qualche ricerca e sapevo che ama i Lucky Charms», spiega il pastry chef. «Ho aggiunto più marshmallow. Quando abbiamo saputo che sarebbe venuta qui, tutti erano molto, molto emozionati».
Gli Stati Uniti adorano avere dei beniamini — e ancor più dei vincitori. Ma Liu ha conquistato il Paese con molto più della sua bravura e del suo carisma. A 13 anni è diventata la persona più giovane di sempre a vincere il campionato nazionale femminile (all’epoca era alta appena un metro e quaranta e, celebre episodio, qualcuno dovette aiutarla a salire sul podio). A 16 anni si è classificata sesta alle Olimpiadi di Pechino, ha vinto il bronzo ai Campionati del Mondo e poi ha lasciato improvvisamente lo sport con un post su Instagram.
Il suo ritorno al pattinaggio due anni dopo è stato molto più di un incredibile comeback (nove mesi dopo aver ripreso ad allenarsi è stata incoronata campionessa del mondo): è stato una dichiarazione di individualità, la prova che il successo può essere raggiunto alle proprie condizioni. Con i capelli “halo”, il piercing “smiley” e programmi vibranti musiche di Lady Gaga e Laufey, Liu non è certo una principessa del ghiaccio: mangia quello che vuole, indossa quello che vuole, pattina come vuole — e sembra divertirsi un mondo («è proprio di questo che sto parlando, cazzo!» ha gridato dopo il programma libero che le ha assicurato la medaglia a Milano).
«Il mio obiettivo era semplicemente fare programmi incredibili», dice. «E nel momento in cui ho finito il libero e anche il programma del gala ho pensato: “Sì, il mio obiettivo è raggiunto”».
Come hai iniziato a pattinare?
Avevo cinque anni. Mio padre portò me e mia sorella Selina alla pista e mi piacque subito. Mi piaceva cadere. Mi piaceva andare il più veloce possibile. Mi dava la sensazione di essere sulle montagne russe. Ho imparato molto in fretta, così (mio padre, nda) mi iscrisse alle lezioni di gruppo, poi alle lezioni private, e da lì sono diventata agonista.
Quand’è che la tua vita ha iniziato a essere diversa da quella delle altre bambine?
Dalla prima media in poi ho studiato a casa, e l’odiavo. Ho l’ADHD, quindi non imparo bene in quel modo. Non riuscivo a gestire bene lo studio autonomo e rimandavo sempre i compiti. È stato molto difficile.
A 13 anni hai vinto i campionati nazionali. Ma hai detto che ricordi poco di quel periodo.
Sì. Li ho rimossi. Ogni volta che vedo un video è come guardare un film. So che quella sono io, ma è come se stessi vedendo ciò che vedono tutti gli altri.
Perché pensi sia così?
Probabilmente perché quel periodo della mia vita è stato così brutto che non volevo ricordarlo. Gli allenamenti erano estremamente seri. Piangevo ogni volta che cadevo da un salto. Il team che avevo intorno era molto severo. Ero sempre in modalità fight-or-flight. Non mi piaceva stare alla pista dalle 7 del mattino alle 7 di sera ogni giorno, ma pattinavo comunque perché avevo paura di perdere i salti e le mie capacità se avessi saltato un allenamento. E dato che ogni giorno era uguale, non riesco a distinguere bene gli anni o cose simili. Ho perso compleanni e festività, quindi anche la linea del tempo nella mia memoria è un po’ confusa. Non ci sono punti precisi.
Sembra molto duro.
Lo era. E ho vissuto da sola per molto tempo, dai 14 ai 16 anni. Vivevo allo United States Olympic & Paralympic Training Center e mi allenavo alla vicina Broadmoor World Arena. Prendevo un Uber dall’OTC alla pista e ritorno, avanti e indietro, ogni giorno. Solo quello. Ed era il periodo del Covid, quindi ero completamente da sola.
Non vedevi nemmeno i tuoi allenatori?
No, erano a casa loro e io pattinavo da sola. Quella era la mia vita. Quindi sì, non era l’ideale.
Quando ti allenavi lontano da casa e dalla tua famiglia, come decidevi dove andare?
Non lo decidevo io. Mi mandavano in certe strutture dove pensavano: “Questi allenatori sono bravi. Questo ambiente sarà buono per lei. La renderà una pattinatrice migliore”.
Quando dici “mi mandavano”, chi prendeva queste decisioni?
Non ne ho idea.
Presumo che tuo padre fosse coinvolto.
Sì, sicuramente. E non so chi altro. Probabilmente i dirigenti della federazione di pattinaggio degli Stati Uniti.
Ti ho sentita dire che la competizione è priva di significato. Cosa intendi?
Nella mia carriera precedente tutti i programmi che facevo non mi piacevano. Non erano idee mie. Non prendevo una sola decisione. Mi facevano indossare vestiti, capelli e trucco con cui non mi sentivo a mio agio. Non ero io. A dire il vero non sapevo nemmeno chi fossi, allora. Ma non mi piaceva esibirmi perché mi vergognavo dei miei programmi. Ora che ho il controllo, voglio mostrarli. Sono più sicura di me.
Ti sei diplomata a 15 anni perché i tuoi allenatori volevano che avessi quasi un anno intero per prepararti alle Olimpiadi.
Sì. Non volevo deludere nessuno. Ma quando è arrivato il Covid non mi importava più. Lo facevo solo per la me bambina, perché sapevo che quando ero piccola volevo andare alle Olimpiadi, quindi avrei resistito fino a quel momento e poi avrei smesso. Avevo il mio piano: “Vado alle Olimpiadi e poi mi ritiro”. Ed è quello che ho fatto.

Foto: Heather Hazzan per Rolling Stone
Hai lasciato lo sport a 16 anni. Che cosa hai fatto?
Ho preso la patente, quindi ero più libera. Potevo andare dove volevo, uscire con gli amici, portare fuori i miei fratelli. Mi ha fatto sentire più me stessa. Poi sono andata in vacanza per la prima volta — una vacanza al mare con la famiglia della mia migliore amica. Una settimana intera a nuotare. Sono tornata a scuola, ho iniziato a studiare alla University of California, Los Angeles (UCLA, nda). Ho provato a sciare per la prima volta.
Ed è stato proprio lo sci a riportarti al pattinaggio, giusto?
Sì. Era gennaio 2024. Non avevo mai sciato e mi è piaciuto tantissimo. È molto simile al pattinaggio: fa freddo, scivoli, vai veloce. L’adrenalina che ho provato era qualcosa che non sentivo più da quando avevo smesso. Volevo farlo più spesso. Ma le montagne sono lontane da dove vivo, mentre la pista del ghiaccio è lì. Così quella settimana ci sono andata con la mia migliore amica e ho pattinato per un’ora. È stato molto divertente. Un paio di settimane dopo sono tornata e ho pensato: “È ancora più divertente”. Il mio obiettivo era andarci una volta a settimana. Poi, quando è arrivata l’estate, ho pensato: “Pattinerò un paio di volte a settimana”.
Stavi colmando un vuoto.
Sì. Pensavo: “Devo trovare un modo per soddisfare questo bisogno di andare veloce”. Ma tornare sulla pista è stato davvero traumatizzante. Dovevo andarci con la mia migliore amica, altrimenti non ci avrei mai riprovato. Faceva davvero paura tornare.
Quanto tempo ci è voluto prima di tornare al livello di prima del ritiro?
Sicuramente mesi. Ma in certi aspetti ero già migliorata. L’interpretazione artistica era migliore perché ero più dentro il mio corpo. Direi che in meno di un anno ero tornata.
In meno di un anno hai vinto il Campionato del mondo.
Sì. Pazzesco.
Raccontami quando hai detto al tuo allenatore che volevi tornare a competere.
Era il 21 febbraio 2024. L’ho chiamato e gli ho detto: “Voglio solo fare qualche lezione. Vediamo dove ci porta”.
E lui cosa ha risposto?
Ha detto no, e poi ho dovuto convincerlo. Diceva: “Prima non ti piaceva fare questo o quest’altro. E adesso?”. E io: “Be’, semplicemente non lo farò. Voglio scegliere la mia musica”. Avevo idee per la musica, per i costumi.
Tuo padre era molto coinvolto nella tua carriera prima del ritiro. Ho letto che veniva alla pista con un radar per misurare la velocità dei tuoi salti.
Sì, è vero.
Come ha reagito quando hai deciso di tornare?
Non ne ho idea. Era felice, ma a me non importava. Anzi, ero quasi arrabbiata che fosse felice. Tipo: “Come osi?”.
Cosa intendi?
Pensavo: “Non meriti di essere felice per questa decisione, perché quando ho smesso eri arrabbiato”. Non pensavo dovesse avere un’opinione. Non volevo che gli importasse così tanto, perché non dovrebbe riguardarlo, almeno non come la prima volta.
In un certo senso, però, doveva sapere che avresti seguito la tua strada perché—
Mi ha cresciuta così.
Puoi raccontare qualcosa del passato di tuo padre? È stato uno dei coordinatori delle proteste di Piazza Tiananmen del 1989, giusto?
Sì. È stato fatto uscire di nascosto dalla Cina e portato negli Stati Uniti. Era uno studente manifestante in Cina, poi è immigrato qui e si è costruito una vita. Ha lasciato tutto per ricominciare. È molto coraggioso e rompe molte norme sociali. E ci ha cresciuti per essere indipendenti. Da bambini prendevamo spesso i mezzi pubblici. Lui non era molto presente perché lavorava tanto. Siamo cinque figli — tanti da crescere — quindi doveva stare in ufficio tutto il giorno per mantenerci.
Tu sei la maggiore dei cinque figli, tutti nati tramite donatrici di ovuli anonime e maternità surrogata. Com’era crescere in una famiglia così?
Per molto tempo non lo sapevamo. L’ho capito perché l’ex moglie di mio padre è cinese anche lei. Pensavo: “Non sembro completamente cinese. C’è qualcosa che non torna”. Così ho fatto due più due. Non ci ha influenzato affatto. Per noi è stato semplicemente: “È andata così”.
In famiglia parlavate spesso dell’importanza di pensare con la propria testa?
Sì, perché mio padre è molto interessato alla politica. Tutta la famiglia lo è: l’idea di discutere e di lottare per i diritti umani fondamentali. La nostra famiglia è piuttosto progressista, grazie a lui. Siamo orgogliosi della sua storia e siamo espliciti come lo era lui. Non ero certo un’organizzatrice di proteste studentesche, ma andiamo alle manifestazioni, chiamiamo i rappresentanti politici, scriviamo lettere.
Quali sono le cause che ti stanno a cuore?
Il clima, le questioni elettorali, Black Lives Matter, Stop Asian Hate, le proteste contro l’ICE.
In queste Olimpiadi c’era una certa tensione legata al momento politico. Ci pensavi?
Il punto è proprio che gli atleti americani hanno storie e background diversi. Ero orgogliosa di poter rappresentare chi sono su un palcoscenico così grande, a nome degli americani, che possono identificarsi con me. Penso che tutto ruoti attorno al condividere storie e far sì che le persone provino empatia. Serve molta più empatia.
Hai pattinato su MacArthur Park di Donna Summer, che è un parco di Los Angeles dove ci sono state proteste contro ICE. Ci avevi pensato quando hai scelto la canzone?
Non ne avevo idea. Qualcuno me l’ha consigliata e ho pensato: “Sì, mi piace”. Molte persone mi suggeriscono musica. Io ho le mie idee, ma mi piace aggiungere cose alla playlist.
Come hai scelto gli altri brani del programma?
Ascoltavo Promise di Laufey fin da quando è uscita e pensavo: “È perfetta per la mia storia nel pattinaggio artistico. Mi emoziona. Devo pattinarci sopra”. E poi il remix di Stateside di PinkPantheress e Zara Larsson, è una delle mie canzoni preferite. Mi riconosco molto nei testi di Zara.
Quale verso in particolare?
Quando canta: All these years I’ve put in for the American dream, is it worth all the work if you can’t be here with me?. Mi sono riconosciuta molto in quella frase. Ho pensato: “Descrive perfettamente l’esperienza olimpica, perché è il sogno di tante persone e ci metti anni di lavoro”.
Studi ancora psicologia alla UCLA?
In questo momento mi sto prendendo una pausa dall’università, ma la psicologia mi ha sempre interessata. “Perché penso in questo modo? Come posso cambiare mentalità ed essere più positiva?” — anche se non direi solo “positiva”, perché nella vita amo anche la tristezza. Amo la rabbia. Amo provare tutte queste emozioni. Non penso che il fine ultimo della vita sia la felicità. Forse più che altro un pensiero più sereno.
Guardandoti gareggiare per l’oro olimpico sembri più rilassata di me quando faccio la spesa. Come arrivi a quel livello di serenità?
Con tentativi ed errori. Davvero: se non avessi toccato il fondo così tante volte, non sarei potuta risalire. È per questo che dico che non direi nulla alla me più giovane. Voglio che passi attraverso tutto questo, perché è l’unico motivo per cui oggi sono qui. Non cambierei nulla del mio passato.










