26 Crash – Contatto fisico
Paul Haggis
2006
È ancora difficile capire come il melodramma corale di Paul Haggis sia riuscito non solo a portare a casa sei nomination, ma addirittura a vincere l’Oscar. Ambientato in una Los Angeles tra senso di colpa e autoanalisi, il film mette insieme un cast stellare ma costretto in personaggi caricaturalissimi. Quello che voleva essere un ritratto dell’America del post-11 settembre oggi pare soprattutto un racconto moralista e di redenzioni un po’ fasulle.
25 Green Book
Peter Farrelly
2019
Altro giro, altro Best Picture un po’ inspiegabile. Un film sul razzismo raccontato nella forma più rassicurante possibile. Il viaggio nel Sud segregazionista del pianista Don Shirley (Mahershala Ali) e del suo autista italoamericano (Viggo Mortensen) è più una favola edificante che un ritratto storico. Gli attori fanno quello che possono (e Ali vince il suo secondo Oscar), ma la sceneggiatura appiattisce tutto e racconta il passato con lo sguardo di un’altra epoca.
24 CODA – I segni del cuore
Sian Heder
2022
La classica storia dell’underdog che ce la fa: una ragazza udente cresciuta in una famiglia di pescatori sordi sogna di diventare cantante e trova la sua strada. Il film di Sian Heder conquistò il Sundance e arrivò agli Oscar sull’onda di un passaparola entusiasta, anche grazie alla rappresentazione di personaggi e attori non udenti. Ma dietro l’emozione facile resta un racconto molto prevedibile. Era meglio l’originale francese (La famiglia Bélier).
23 Il discorso del re
Tom Hooper
2011
Prima di The Crown, il dramma storico di Tom Hooper raccontava come re Giorgio VI riuscì a parlare alla nazione alla vigilia della guerra, nonostante una balbuzie debilitante. Con l’aiuto del terapista interpretato da Geoffrey Rush, il sovrano di Colin Firth (premiato anche lui) affronta il proprio limite in un racconto costruito tra buddy comedy e melodramma confortante. L’esempio perfetto di quel cinema elegante e un po’ calcolato, progettato per piacere all’Academy. In altre parole: puro Oscar bait. Che sovrasta il capolavoro The Social Network: vergogna.
22 A Beautiful Mind
Ron Howard
2002
Il biopic su John Nash, diretto da Ron Howard, mette in scena il binomio genio-follia. La storia del matematico premio Nobel incarnato da Russell Crowe semplifica molto gli aspetti più controversi della sua vita, rischiando un po’ l’effetto “santino”. Crowe e Jennifer Connelly (premiata come supporting) fanno il loro, ma il film resta l’esempio perfetto di biografia costruita per piacere all’Academy.
21 The Millionaire
Danny Boyle
2009
Il film di Danny Boyle parte da un’idea irresistibile: un ragazzo delle baraccopoli di Mumbai arriva a vincere la versione indiana di Chi vuol essere milionario?, e ogni risposta giusta rimanda a un episodio della sua vita. La storia mescola miseria, violenza, amore e destino con un’energia visiva scatenata, che per qualcuno sfiora il “turismo culturale”. Eppure ha funzionato: otto Oscar e un successone al box office. Più dello stile frenetico resta però la scoperta di Dev Patel.
20 The Artist
Michel Hazanavicius
2012
L’omaggio al cinema muto di Michel Hazanavicius arrivò a Cannes come esperimento in bianco e nero, salvo poi trasformarsi in un inatteso fenomeno da premi. Con Jean Dujardin (Oscar come miglior attore) e Bérénice Bejo perfetti nei panni di star d’altri tempi, il film rievoca con grazia il fascino delle origini del cinema. Ma dietro l’operazione nostalgia resta un esercizio di stile un po’ lezioso e sorprendentemente facile da dimenticare. Tranne la sua vera stella: il cagnolino Uggie.
19 12 anni schiavo
Steve McQueen
2014
Steve McQueen dipinge uno dei ritratti più duri della schiavitù americana visti di recente al cinema. Tratto dal memoir di Solomon Northup, il film evita qualsiasi abbellimento e punta tutto su un realismo doloroso. Le interpretazioni di Chiwetel Ejiofor, Lupita Nyong’o (best supporting) e Michael Fassbender gli danno una forza indiscutibile. Ma nella storia dei vincitori dell’Oscar resta forse più importante per ciò che rappresenta che per la forma cinematografica.
18 Il caso Spotlight
Tom McCarthy
2016
Il film di Tom McCarthy racconta l’inchiesta del Boston Globe sugli abusi nella Chiesa cattolica con un approccio piuttosto didascalico. Il cast, da Mark Ruffalo a Rachel McAdams fino a Michael Keaton, lavora bene dentro un meccanismo narrativo molto sobrio. Ma proprio questa correttezza, tutta cronaca e procedure, in parte lo penalizza. Un vincitore dell’Oscar impeccabile sulla carta, ma non necessariamente tra i più “cinematografici”.
17 Argo
Ben Affleck
2013
La vera storia dell’operazione della CIA che salvò sei diplomatici americani fingendo di girare un film a Teheran è materiale perfetto per il cinema. Ben Affleck la trasforma in un thriller politico con qualche strizzata d’occhio al mondo di Hollywood. Il problema è che le due anime non si fondono mai davvero. Tra suspense e autocelebrazione dell’indusrty, il film è più furbo che memorabile.
16 Chicago
Rob Marshall
2003
Tratto dal musical di Kander e Ebb reso celebre a teatro da Bob Fosse, Chicago porta a Hollywood un mix scintillante di jazz, satira e vecchia Broadway. Renée Zellweger e Catherine Zeta-Jones (Oscar come non protagonista) si divertono tra numeri coreografici da ruggenti anni ’20 e cinismo, mentre Rob Marshall orchestra il tutto con grande energia. Non tutto funziona allo stesso modo, ma pezzi come Cell Block Tango restano tra i momenti musical più riusciti (e imitati) degli ultimi decenni. Spettacolarmente disordinato.
15 Moonlight
Barry Jenkins
2017
Al di là della gaffe ormai leggendaria durante la notte degli Oscar, resta il fatto che il film di Barry Jenkins finì per soffiare il premio a La La Land, che molti davano per vincitore annunciato. Il ritratto in tre atti della crescita di Chiron (starring Mahershala Ali, al suo primo Oscar, nei panni dello spacciatore che decide di prendersene cura) è delicato e pieno di sensibilità, ma anche esile rispetto al peso simbolico che si è trovato a portare. Più che un trionfo cinematografico, la sua vittoria è rimasta un momento storico soprattutto per lo scivolone. E una delle decisioni dell’Academy che continuano a dividere.
14 Nomadland
Chloé Zhao
2021
Il viaggio on the road di Chloé Zhao attraverso l’America dei nuovi nomadi pare più contemplativo che narrativo. Frances McDormand (al terzo Oscar) regge il film quasi da sola, mentre la regista si sofferma su paesaggi, silenzi e incontri reali. Il risultato è delicato e autentico, ma anche estremamente rarefatto. Leone d’oro a Venezia nel settembre del 2020, è quel tipo di film d’atmosfera che probabilmente ha beneficiato molto del clima emotivo del periodo pandemico.
13 Il signore degli anelli – Il ritorno del re
Peter Jackson
2004
Più che premiare il singolo film, l’Oscar andò all’intera trilogia di Peter Jackson. Il capitolo finale chiude la saga con ambizione e senso dello spettacolo, anche se i molti finali consecutivi sono diventati quasi una barzelletta tra gli appassionati. È indiscutibilmente il momento in cui Hollywood ha capito che i franchise potevano essere insieme blockbuster e cinema prestige. Certamente non il miglior vincitore del secolo, ma forse quello che ha previsto meglio il futuro dell’industry.
12 Everything Everywhere All at Once
Daniel Kwan e Daniel Scheinert
2023
Fa ancora un certo effetto pensare che un film così folle e anarchico sia riuscito a vincere l’Oscar più “pesante”. Il viaggio nel multiverso di Evelyn Wang (date a Michelle Yeoh quello che è di Michelle Yeoh: e infatti anche lei fu Oscar), tra arti marziali, supereroi, assurdismo post-internet, commedia surreale e melodramma familiare, sembrava tutto tranne che materiale da Academy. E invece il trionfo dei Daniels ha segnato un piccolo cambio di paradigma: per una volta Hollywood ha premiato qualcosa di davvero imprevedibile. E viva Ke Huy Quan!
11 The Hurt Locker
Kathryn Bigelow
2010
Il film di Kathryn Bigelow sulla squadra di artificieri in Iraq assomiglia più a un procedural di guerra che a un classico war movie: niente grandi dichiarazioni politiche, solo la tensione brutale del lavoro sul campo, di cui la regista è maestra. Bigelow costruisce suspense pura seguendo le missioni del sergente interpretato da Jeremy Renner, sempre sull’orlo dell’esplosione. Non solo un film tesissimo, ma anche una vittoria storica: il primo Oscar al miglior film assegnato a una regista donna.
10 La forma dell’acqua
Guillermo del Toro
2018
Una storia d’amore tra una donna muta (Sally Hawkins) e una creatura anfibia: Guillermo del Toro prende una premessa quasi assurda e la trasforma in una fiaba romantica e politica allo stesso tempo. Ambientato durante la Guerra Fredda ma pieno di riferimenti cinefili, il film mescola mostri, musical e melodramma con un’eleganza sorprendente. Forse non il titolo migliore del regista messicano, ma una di quelle scelte dell’Academy che riescono a essere eccentriche e popolari insieme.
9 Anora
Sean Baker
2025
Una rom-com classica, ehm, più o meno: lui è il figlio viziato di un oligarca russo e lei una sex worker di Brooklyn che accetta di sposarlo. Sean Baker mescola Pretty Woman e crime, seguendo Mikey Madison (statuetta anche a lei) mentre vive un sogno per poi finire in un incubo. Dietro la screwball comedy, però, resta lo sguardo tipico del regista sulla lotta di classe e sulla marginalità. Partito fortissimo da Cannes, da cui è tornato con la Palma d’oro, il film sembrava un outsider agli Oscar, finché non ha sbancato tutto.
8 Il gladiatore
Ridley Scott
2001
Ridley Scott resuscita un genere che sembrava morto e sepolto, il peplum, e lo trasforma in uno spettacolo epico e popular anche per il pubblico del nuovo millennio. Russell Crowe, nel pieno della sua fase da movie star, è il generale romano Maximus, tradito e costretto a combattere. Tra tigri, bighe e scontri all’ultimo sangue, il film funziona perché sotto lo spettacolo resta una sentitissima storia di vendetta. E, a più di vent’anni di distanza, regge ancora piuttosto bene.
7 The Departed – Il bene e il male
Martin Scorsese
2007
Scorsese sposta i suoi gangster da Little Italy a Boston ma resta nel suo territorio: tradimenti, identità doppie e uomini condannati a vivere sotto copertura. Il remake di Infernal Affairs diventa così un Marty in purezza, con Leonardo DiCaprio e Matt Damon come talpe speculari tra polizia e mafia e un gigantesco Jack Nicholson. Per qualcuno questo Oscar serviva a riparare le ingiustizie del passato nei confronti del maestro newyorkese. Può darsi, ma il premio massimo è comunque meritato.
6 Oppenheimer
Christopher Nolan
2024
Con questo blockbuster intellò, Christopher Nolan riesce nell’impresa di trasformare la storia del padre della bomba atomica in un kolossal adulto e cerebrale. Tre ore, linee temporali intrecciate, metà film in bianco e nero: una scommessa nell’era dei franchise. Il resto lo fa la performance magnetica di Cillian Murphy (Oscar come best actor) nei panni dello scienziato divorato dal proprio genio. Un film ambizioso e classico insieme, che sembra arrivare da un’altra epoca del cinema. E finalmente è la volta di Nolan.
5 American Beauty
Sam Mendes
2000
Il primo Oscar del secolo al miglior film arriva con una satira elegantemente velenosa sulla suburbia americana. Al debutto alla regia, Sam Mendes disseziona il sogno borghese tra ipocrisie, frustrazioni e desideri repressi. Kevin Spacey (Academy Award al miglior attore, 17 anni prima della sua cancellazione da Hollywood) è un impiegato in crisi che decide di mandare all’aria la vita perfetta che lo soffoca. Tra petali di rosa, Mena Suvari e illusioni infrante, resta uno dei ritratti più acidi dell’America di fine millennio.
4 Non è un paese per vecchi
Joel & Ethan Coen
2008
I Coen prendono il romanzo di Cormac McCarthy e lo trasformano in un western crepuscolare travestito da thriller. Il volto più indimenticabile è quello del killer di Javier Bardem (meritatissimo Oscar), Anton Chigurh, con la bomboletta ad aria compressa e il taglio di capelli più inquietante del cinema contemporaneo. Ma sotto la caccia ai soldi e la violenza improvvisa c’è qualcosa di più: il tramonto di un’America mitica e la sensazione che il male abbia ormai cambiato forma. Un noir secco, spietato e praticamente perfetto.
3 Million Dollar Baby
Clint Eastwood
2005
Clint Eastwood prende due generi classici, il romanzo di formazione pugilistico e il dramma medico, e li intreccia con una semplicità quasi antica. Al centro c’è la boxeur determinata interpretata da Hilary Swank (secondo Oscar da protagonista dopo Boys Don’t Cry), allenata da un vecchio coach disilluso, alias lo stesso Clint feat. Morgan Freeman (statuetta come non protagonista). Il film parte come racconto sportivo e finisce in territori molto più cupi e pure morali. Un melodramma asciutto, da vecchia Hollywood, che dimostra quanto Eastwood sappia essere classico senza MAI sembrare antiquato.
2 Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza)
Alejandro González Iñárritu
2015
Alejandro González Iñárritu mette in scena una crisi d’identità hollywoodiana travestita da tour de force tecnico. Il (falso) piano sequenza orchestrato dal direttore della fotografia Emmanuel “Chivo” Lubezki dà la sensazione di una vertigine continua tra teatro, cinema ed ego artistici. In uno dei giochi metacinematografici più riusciti degli ultimi vent’anni, Michael Keaton è un ex supereroe hollywoodiano che cerca redenzione sul palcoscenico. Un film brillante, nervoso e meravigliosamente egocentrico. Proprio come il mondo che racconta.
1 Parasite
Bong Joon-ho
2020
Il primo posto non poteva che andare al film che ha cambiato davvero la storia degli Oscar. Con la sua feroce commedia nera sulle disuguaglianze sociali, Bong Joon-ho trasforma l’infiltrazione di una famiglia povera nella casa di una ricca in una macchina perfetta di suspense e satira. Parasite è stato il primo film non in lingua inglese a conquistare l’Oscar più importante. Un capolavoro pop e politico insieme, capace di dimostrare che il cinema mondiale può stare al centro della conversazione hollywoodiana.















