Jack White: «Trovo un po’ noioso scrivere di me stesso» | Rolling Stone Italia
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Jack White: «Trovo un po’ noioso scrivere di me stesso»

L'ex White Stripes prende le distanze dalla scrittura autobiografica «nello stile di Taylor Swift», spiega il suo rapporto con la poesia, l'influenza del blues e che comporre una canzone è come riparare una sedia

Jack White: «Trovo un po’ noioso scrivere di me stesso»

Jack White

Foto: Scott Legato/Getty Images

Jack White, dopo aver pubblicato un libro che raccoglie testi, poesie e scritti degli ultimi trent’anni della sua carriera, dal titolo Jack White: Collected Lyrics & Selected Writing Volume 1, curato dal suo archivista ufficiale Ben Blackwell, ha rilasciato una lunga intervista a The Guardian dove ha raccontato del rapporto con la poesia e spiegato che può ancora creare diffidenza:«È difficile quando pronunci ad alta voce la parola “poesia”. La gente può subito pensare che ci sia una certa pretesa dietro».

Secondo il musicista, inoltre, i testi delle canzoni non ricevono sempre l’attenzione che meritano: «Secondo me i testi sono sottovalutati per ogni cantante. Molte persone non verrebbero mai considerate poeti solo perché hanno messo quelle parole sopra una melodia. È un po’ ingiusto». White ha anche ricordato i luoghi e le influenze formative della sua adolescenza a Detroit, quando frequentava coffee house e iniziava a scrivere: «Oggi mi irrita un po’ vedere 15 persone sui laptop che non parlano tra loro. Mi viene quasi voglia di aprire un coffee house dove non sia permesso e dove si debba parlare con gli altri. Il coffee house dovrebbe tornare a essere un luogo sacro dove le persone si incontrano, senza sfruttarlo per fare contenuti da social media».

Tra le influenze musicali e letterarie citate da White ci sono i grandi del blues e i classici della poesia: «Musicalmente erano tutti musicisti blues: Charley Patton, Son House, Howlin’ Wolf. Per quanto riguarda la poesia pura, William Blake e i sonetti di Shakespeare. Ci sono stati momenti in cui Shakespeare mi faceva piangere e non sapevo nemmeno perché. Non riuscivo a credere a quanto fosse costruito magnificamente». E ha sottolineato perché considera il confine tra canzone e poesia in gran parte artificiale: «Per me è tutta poesia. Penso che tutta la musica sia blues e che tutti i testi siano poesia. Quando ascolto una canzone mi dà fastidio se non riesco a capire cosa stanno dicendo».

L’ex White Stripes ha anche spiegato perché evita di scrivere canzoni autobiografiche, criticando una tendenza diffusa nel pop contemporaneo: «Oggi è diventato molto popolare, nello stile di Taylor Swift, che i cantanti pop scrivano delle loro rotture sentimentali raccontate pubblicamente, e a me non interessa affatto. Trovo un po’ noioso scrivere di me stesso. Anche se ho avuto una giornata davvero interessante, penso: l’ho già vissuta, non ho bisogno di riviverla ogni volta che canto questa canzone». White ha aggiunto che preferisce trasformare le esperienze personali in personaggi: «Se è qualcosa di davvero doloroso, non metterò quella cosa importante e dolorosa che ho attraversato là fuori perché qualche idiota su internet la calpesti. Quindi ne metto una percentuale in quello che faccio e poi la trasformo nel personaggio di qualcun altro».

Infine, nel parlare del suo metodo creativo, ha paragonato la scrittura alla pratica artigianale imparata da ragazzo: «Quando da adolescente ho imparato a rifoderare i mobili, non ho imparato a costruire una sedia da zero: ho imparato a prendere una sedia vecchia e malridotta e riportarla in vita. Mi sono reso conto che ho fatto la stessa cosa con la musica, con la scultura, con la poesia, con quello che facciamo alla Third Man (la sua etichetta discografia, casa editrice e laboratorio creativo, ndr)».