Il giornalista che ha fatto piangere David Bowie | Rolling Stone Italia
Umano non umano

Il giornalista che ha fatto piangere David Bowie

Il documentario ‘The Final Act’, oggi e domani al Seeyousound di Torino, racconta l’implacabile desiderio di cambiamento dell’artista, ma anche la vulnerabilità e i fallimenti. E quella recensione tremenda di ‘Tin Machine II’

Il giornalista che ha fatto piangere David Bowie

David Bowie

Foto: Dpa/Seeyousound

Un ragazzino pieno di giocattoli di cui si stanca subito. Dopo anni di definizioni roboanti del trasformismo di David Bowie e del suo modo imitato ma inimitabile di calarsi in personaggi sempre nuovi, le parole del chitarrista Earl Slick hanno una forza smitizzante che non si può non apprezzare. Arrivano suppergiù al sesto minuto del documentario di Channel 4 David Bowie: The Final Act, che verrà presentato per la prima volta in Italia oggi e domani al Seeyousound di Torino. Sono precedute da immagini di capsule spaziali, spazio profondo, una chitarra che fluttua in assenza di gravità, richiami al fascino provato dall’artista per quel mondo, alle sue invenzioni migliori che sono effettivamente strette tra l’odissea spaziale di Major Tom e l’astronauta cadavere del video di Lazarus, alla volontà di esplorare il limite dell’esperienza umana per poi raccontarla. Le parole di Slick risvegliano dal torpore della retorica e della musica d’atmosfera che l’accompagna. Persino la figaggine suprema di David Bowie aveva qualcosa di umano.

Lo scrittore Hanif Kureishi, coi postumi dolorosamente visibili di quando è «morto senza morire» a Roma, ricorda che Bowie faceva amicizia con persone che riteneva interessanti. Quando aveva assorbito tutto ciò che desiderava, l’amicizia finiva. Qualcuno ci restava male, Kureishi no, sapeva che era una necessità. Ecco, se The Final Act ha un pregio, non è quello di raccontare come fa intendere il titolo l’ultima parte di vita dell’artista, a cui sono dedicati 15 minuti su un’ora e mezza, ma ricordarci che Bowie è stato un grande artista, ma era comunque un uomo con le sue fragilità, le sue insicurezze, i suoi limiti. Scontato, ma necessario in quest’epoca di icone e santini. Il regista Jonathan Stiasny si concentra anche sui fallimenti. Bowie non è stato sempre ingiocabile, riverito, infallibile, un passo avanti. È stato anche un artista in declino che pur di cambiare faceva scelte discutibili e alla fine si è arreso ad essere stesso.

Le prime scene sono ampiamente viste, è il boom di Let’s Dance che a metà degli anni ’80 lo trasforma in una popstar globale. Poi però fa dischi meno interessanti, rischia di diventare un rocker generico, un fatto che secondo il chitarrista Reeves Gabrels è ben rappresentato dallo spot della Pepsi con Tina Turner, quello in cui cambia il testo di Modern Love per adattarlo allo slogan della cola. La reazione a quel successo è radicale, per alcuni non lucidissima: Bowie vuole annullare il proprio status diventando parte di un gruppo. Inventa i Tin Machine, band influenzata dalla crescente scena alternative coi musicisti prima in giacca e cravatta e poi in completi coloratissimi che fanno più Miami Vice che rock’n’roll. Nella presentazione di Sound + Vision dice sarà l’ultimo tour in cui suona i pezzi vecchi perché non c’è motivo di rifare il passato. Ovviamente finirà per smentire se stesso.

Bowie: The Final Act - Official UK Trailer

Andando avanti e indietro nel tempo in modo arbitrario e saltando fasi fondamentali, tra cui dischetti da niente come HeroesScary Monsters, il documentario racconta solo alcuni momenti della storia di Bowie con le classiche testimonianze davanti alla camera di amici e collaboratori come Tony Visconti, Rick Wakeman, Mike Garson, Dana Gillespie, Gary Kemp («Era il nostro Elvis»), Goldie, Moby e pure l’astronauta canadese Chris Hadfield, quello della suonatina nello spazio. Si passa dal primo Glastonbury superhippie del 1971 al quale partecipa esibendosi alle 5 del mattino (gli acidi non aiutano a rispettare i programmi orari) al backstage del periodo di Ziggy, quando passava due ore a truccarsi.

Non ci sono tempi e modi per soffermarsi su alcunché: si passa nel giro di pochi minuti dallo show in cui Bowie ha “ucciso” Ziggy ai Tin Machine, quindi l’americanizzazione nei ’70 e poi i Tao Jones Index, bellissima follia del periodo influenzato dal drum’n’bass con un video brutto ma bello di Bowie al sax. C’è anche un estratto dall’intervista del 1999 in cui Bowie parla dell’impatto all’epoca inimmaginabile che Internet avrebbe avuto su tutti noi. Il ritorno a Glastonbury nel 2000 è trattato come il momento della rinascita e l’inizio di una nuova fase in cui fa pace col suo repertorio.

Meglio di questi salti temporali sono le scene che umanizzano l’alieno. Prima la EMI non vuole un secondo album dei Tin Machine e pone fine al contratto, roba da matti, poi Bowie piange per la recensione di Jon Wilde sull’allora potentissimo Melody Maker. Il giornalista aveva fatto a pezzi Tin Machine II definendo il cantante uno zimbello di livello mondiale e aveva chiuso la recensione con una riga cattivisima: “You’re a fucking disgrace”. Wilde la rilegge ad alta voce e qualche dubbio ce l’ha pure lui. E poi c’è Kureishi che dice che Bowie temeva di essere finito quando lo ha conosciuto all’inizio dei ’90 e vari intervistati ricordano che un quarto di secolo fa Bowie era diventato «quasi irrilevante», con Slick che accenna alla brutta depressione dell’amico. È un Bowie fragile, questo, anche per il problemi di salute: il dolore che gli impedisce di cantare, il ricovero in ospedale in Germania, l’operazione al cuore.

Nel 1973. Foto: Kevin Cummins/Seeyousound

The Final Act è un documentario molto tradizionale, decisamente troppo per uno del livello e dell’ambizione di David Bowie. Se vuoi fare qualcosa su di lui dieci anni dopo la morte, dev’essere sensazionale, non polvere di stelle, ma polvere da sparo. La trovata è mettere sotto al naso degli intervistati un tablet con i video d’epoca. È un espediente modesto, però quando tutti riguardano Life on Mars? a Glastonbury 2000 è impossibile non farsi venire un brividino o anche solo esclamare «wow!» come fa il giornalista che ha fatto piangere Bowie ai tempi dei Tin Machine. Dopo quel concerto il cantante piange di nuovo, ma per il sollievo.

The Final Act non ha la pretesa artistica di Moonage Daydream, anche se tratti ci prova senza riuscirci, né vuole raccontare tutta la vicenda. Si concentra sul desiderio implacabile di cambiare e nel farlo mostra, e questa è la parte interessante, il prezzo da pagare, senza però approfondire il carattere dell’uomo dietro al personaggio. Il titolo è ingannevole: non racconta in modo approfondito il finale di Bowie, certo però non si staccano gli occhi dallo schermo quando Tony Visconti ricorda un incontro con l’amico di una vita. Il produttore nota l’assenza delle sopracciglia e capisce che Bowie sta facendo un ciclo di chemioterapia.

«Sapendo come stava, voleva fare il suo disco migliore di sempre», dice Visconti. Quando in studio si presenta ai jazzisti con cui avrebbe inciso Blackstar, Bowie dice c’è una cosa che devono sapere prima di iniziare. Si toglie il cappello e si mostra calvo. «Non so cosa verrà fuori, facciamo grande musica». C’è riuscito, per l’ultima volta.