Dentro il San Marino Song Contest, guilty pleasure dell’Eurovision | Rolling Stone Italia
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Dentro il San Marino Song Contest, guilty pleasure dell’Eurovision

Siamo stati al festival più pazzo d'Europa: location improbabili, organizzazione strapaesana, dietro le quinte folle. Vince Senhit (senza Boy George) e va all'Eurovision. La Rai ci investe e non si può più ignorare

Senhit

Senhit

Foto: Simone Maria Fiorani

Se Sanremo è la Las Vegas della musica italiana, tra folle oceaniche di fan, carriere che si giocano in tre minuti, bookmaker che quotano perfino il FantaSanremo, allora il San Marino Song Contest è più o meno il nostro Gardaland artistico: meno patinato, più caotico, a tratti cafonal, ma decisamente divertente. Insomma, è quel posto dove credi di entrare convinto di farti due risate e fuggire dopo pochi minuti a gambe levate, mentre invece finisci per restare fino alla chiusura delle giostre e non capisci bene il perché.

Con questo mood, negli anni, è diventato il guilty pleasure europeo dell’Eurovision: il festival che tutti guardano con ironia salvo poi accorgersi, messe da parte le mille falle organizzative, che è la porta di servizio migliore per un possibile successo mondiale. Tanto che quest’anno circolava persino una speranza non dichiarata tra gli eurofan: che da qui potesse uscire una canzone migliore di quella dell’Ariston, dopo la vittoria di Sal Da Vinci con Per sempre sì. E sarebbe stata una discreta beffa geopolitica.

Simona Ventura e la giuria di qualità: Iva Zanicchi, Red Ronnie e Morgan

Simona Ventura con la giuria di qualità: Iva Zanicchi, Red Ronnie e Morgan. Foto: Simone Maria Fiorani

Prima di scoprire se è accaduta davvero, vi raccontiamo la nostra esperienza nella Repubblica di San Marino. Arriviamo nel primo pomeriggio e la sensazione è di aver sbagliato meta. Il clima tra Falciano e la Dogana, dove si svolge la rassegna, presenta tutte le caratteristiche della desolata provincia italiana, nonostante formalmente ci troviamo all’estero: traffico industriale, anziani con le borse della spesa che si trascina verso casa e vigili urbani a presidiare delle transenne nel vuoto. Nel Teatro Nuovo si entra senza pass, anche perché nessuno sembra sapere bene dove siano gli accrediti. Dopo un paio di tentativi sfumati scopriamo che sono custoditi in un casottino di legno in Piazza Enriquez con le porte chiuse e, quindi, è necessario bussare sperando che qualcuno apra. Tutto intorno non c’è il minimo segno di isteria festivaliera: niente cacciatori di selfie, stand dei brand, sponsor con i gadget. Il piazzale è deserto, come se l’evento fosse tra due settimane.

La distribuzione, inoltre, è un discreto rompicapo logistico. La sala stampa non è al teatro ma al Welcome Hotel. Non ci sono indicazioni, quindi chiediamo a qualche sanmarinese che, vivendo in loco, ha poca dimestichezza con gli alloggi a pagamento. Dopo aver controllato sulle mappe dello smartphone, lo troviamo a qualche centinaio di metri intervallati da due rampe di scale o in alternativa un ascensore sgangherato. Quando entriamo nella sala stampa dell’hotel notiamo un allestimento vagamente sovietico: tavoli con tovaglie grigie, sedie dai bordi metallizzati e sedute azzurro pastello, pareti in pendant con le tovaglie. Sui monitor passa solo San Marino Rtv, in un loop ipnotico di soap opera, televendite e previsioni meteo. La passerella degli artisti è allestita all’Outlet Experience, a circa un chilometro e mezzo di distanza (venti minuti a piedi), dove il backstage è una sorta di laboratorio: al piano rialzato si trovano camerini, il trucco e parrucco, le telecamere per le interviste, i giornalisti in attesa di una dichiarazione che, però, alla fine non arriverà mai. Sì, perché alcuni arrivano con largo anticipo, altri preferiscono prepararsi direttamente in hotel, mentre altri ancora si materializzano a show già iniziato, in pratica è quasi impossibile intercettarli. E anche l’effetto turistico è svanito, tanto che l’outlet è apparso tristemente spopolato. 

Klem

Klem. Foto: Simone Maria Fiorani

Trascorrono le ore e proviamo a tornare al teatro, ma scopriamo che il vero termometro del festival è il bar Ritrovo, a due passi sul lato destro. La barista simpaticissima (il prossimo anno tenetela in considerazione per la co-conduzione) ci racconta una scena che spiega meglio di un’analisi sociologica il rapporto dei sammarinesi con la manifestazione. Due anziani al tavolino, uno dice all’altro: «Stasera vado a vedere la finale». Risposta: «A me non me ne frega niente». Replica: «E allora cosa devo fare, stare al bar con te tutta la sera?». Intorno il panorama è quello di sempre, cioè della provincia più profonda: qualcuno gioca alle slot machine, altri bevono birre in bottiglia con ancora addosso la tuta da lavoro, oppure tentano disperatamente la fortuna acquistando un gratta e vinci. Il festival, da questa postazione privilegiata, è come se non ci fosse, anche se si odono i riverberi della musica provenire dal retro del teatro.

All’ingresso, tra il pubblico pagante, l’atmosfera si presenta invertita. Una fila di signore impellicciate e imbellettate e uomini con la barba tagliata di fresco e il vestito della domenica fremono per entrare, anche se non sono chiare le modalità. Più che un parterre di un festival europeo, sembra quello della stagione di prosa del teatro comunale. Testiamo di nuovo il sistema dei pass che, nonostante i vip, è clamorosamente elastico. Basta avere un cartellino al collo, uno qualsiasi, e nessuno si prende la briga di controllare. E, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo a vagare tra i camerini degli artisti: quello di Simona Ventura (il più grande), di Tommy Cash, Al Bano, Elettra Lamborghini, Malgioglio e degli altri ospiti della serata. Sul retro, vista parcheggio multipiano, è stato allestito un frugale salottino per le interviste televisive con una stufetta elettrica per riscaldare le star infreddolite. È qui che incontriamo Klem, pseudonimo di Clemente Mezzacapo, giovane cantante di Marcianise che nel 2024 ha vinto Castrocaro con Tutta la notte e stavolta salirà sul palco nella finale per interpretare Ok respira. Lo troviamo, davanti al portone in metallo di una rimessa, che prova le prese con i ballerini prima di entrare in scena. Quando lo sollevano per un attimo rischia di sbattere contro il porticato, ci guarda e ride: «Sono  teso per queste cose, preferisco situazioni più spontanee».

Nel frattempo circola la notizia che nessuno si aspettava: all’appello mancherà l’unica vera star internazionale, Boy George, attesa per accompagnare Senhit. E non comparirà neanche in collegamento video. Dietro le quinte è inevitabile chiedersi: se la cantante vincesse San Marino, l’ex Culture Club la accompagnerà all’Eurovision di Vienna? Intanto lo spettacolo è iniziato, come la diretta tv, e alle transenne al cospetto del “pink carpet” (rosa invece di rosso, colore grafico scelto per l’occasione) si materializza un minuscolo drappello di supporter, una decina in tutto. Alcuni con mazzi di fiori, altri con cartelli disegnati a pennarello. Uno recita: “Noi ci vediamo a casa”, cita una canzone di Dolcenera, questa sera in gara. Proviamo a entrare e il clima è più vivace. Nell’aria galleggia un gradevole, ma un po’ fuori luogo, profumo di piadina che lentamente invade la platea. Il mistero si dirada quando, salite le scale verso la galleria, scorgeremo il bar interno dove le sfornano a ritmo serrato per dirigenti, staff e imbucati. Inoltre, essendo tutto all inclusive, qualcuno ha l’astuzia di intascarsi snack e barrette energetiche con la scusa che «la serata sarà lunga».

Pellegrina Pibigas

Pellegrina Pibigas. Foto: Simone Maria Fiorani

Ma vale la pena ricordare il cast dei quaranta semifinalisti del 2026, un simpatico catalogo di stranezze. C’erano veterani dell’Eurovision come i Maraaya, che nel 2015 rappresentarono la Slovenia sul palco europeo, e la polacca Magdalena Tul, già in gara nel 2011. Dalla stessa Slovenia anche Luka Basi, popstar già nota nei Balcani. Tra gli ex talent spiccava Giacomo Voli, finalista di The Voice of Italy e oggi cantante dei metal Rhapsody of Fire, accanto a Marco Sbarbati, passato da X Factor prima di costruirsi una carriera pop-indie. Poi c’era tutta la galassia degli outsider: Capabrò che si è presentato con una canzone dal titolo programmatico (Lavorare fa schifo), il gruppo Lupi Mannaggia con la provocazione linguistica Ignorantità, N’ice Cream con un pezzo autoironico intitolato Not the winner, e Myky che ha portato addirittura una canzone chiamata Outta Tune, cioè “stonato”.

Non potevano mancare gli artisti più surreali, come le Pellegrina Pibigas, duo femminile in passamontagna con il brano Il Giorno Che (niente male), già approdate dal Roxy Bar di uno dei giurati di qualità che parla guarda caso di alieni, uno dei cavalli di battaglia di Red Ronnie. Oppure il norvegese Star Guy, già tastierista per l’Irlanda, che si è costruito un alter ego fantascientifico. La line-up pesca da tutto il mondo: la statunitense Maya Azucena, con una carriera soul di tutto rispetto, il progetto Orphy che unisce Repubblica Ceca e Ucraina, la greca Xannova Xan, arrivata a San Marino dopo essere stata scartata nelle selezioni del suo Paese, o chi vanta percorsi bislacchi come la cantautrice Deva, che nel 2025 ha scritto il brano allo Junior Eurovision. Nel frattempo la lista dei partecipanti ha subito qualche scossone, con i ritiri di Samuele Di Nicolò e Park prima ancora delle semifinali. E poi gli incidenti che hanno fatto la storia satirica di questo festival. Durante una delle semifinali l’esibizione di Giacomo Voli è stata coperta in tv dalla pubblicità, senza che la performance venisse recuperata una volta tornati in onda. Il cantante ha protestato sui social e tra i suoi sostenitori la scena è diventata virale, ma da un incidente ne ha probabilmente tratto maggiore visibilità.

Dolcenera

Dolcenera. Foto: Simone Maria Fiorani

Con queste premesse la finale del San Marino Song Contest sembrava la parodia di Sanremo, ma dopo essere stata inghiottita da un buco nero e risputata in un universo alternativo. Tra le wildcard qualificate direttamente l’immancabile Senhit, in gara per Italia e Regno Unito con Superstar insieme a Boy George. Lei è ormai una specie di ambasciatrice permanente della Repubblica del Titano all’Eurovision: ci è stata nel 2011 e nel 2021 e quest’anno è tornata con un pezzo da un jukebox nell’era digitale. Rosa Chemical con Mammamì, reduce da Ballando con le stelle e dal Sanremo 2023 dove scatenò polemiche politiche e interrogazioni parlamentari simulando gesti sessuali, è tornato con un tormentone che, però, sembra troppo tormentato per sfondare. Dolcenera con My Love è la canzone più ispirata, sia musicalmente che nell’esecuzione, fra tutti i concorrenti (premio della critica). Ma siccome il revival è di casa a San Marino, abbiamo rivisto Edward Maya insieme a William Imola con Balla, e il DJ autore di Stereo Love stavolta ha presentato una colonna sonora perfetta per l’acquagym in Riviera. C’era anche Molella, il famoso architetto della dance anni Novanta, con Maxè e il brano Fever che sembra un omaggio alla storica Freed From Desire.

Sulla stessa onda Kelly Joyce (Francia) con Oh là là, diventata un caso grazie alla hit lounge Vivre la vie ma che stavolta potrebbe avere difficoltà a ripetersi. E ancora Paolo Belli con Bellissima, l’ex Ladri di biciclette, che con questo pezzo si candida per raccolgliere l’eredità di Edoardo Vianello. C’era anche l’Orchestraccia con Cara madre mia, e il collettivo romano ha proposto un brano dal folk perfetto da suonare all’osteria, quindi nel contesto giusto più che riuscito. Oppure la cantante Inis Neziri con In My Head, pigliatutto di talent musicali (già vincitrice di The Voice e X Factor Albania), con notevoli doti vocali e una canzone che è un vortice turbopop dalle venature dark ma che, una volta conclusa, svanisce come una bolla di sapone. E poi, in serie, Iuna con Freedom Calling, un electropop tra synth luminosi e atmosfere motivazionali, Luka Basi con Chicolo, un latin-pop dance con influenze balcaniche, Anna Smith con Bruised, una ballad dal pop alternativo con ispirazioni elettroniche, Andreas Habibi insieme ad Aura con All We Need Is Love, titolo che ricorda pericolosamente All You Need Is Love dei Beatles, anche se il brano è un flirt tra i due su un sound dance arabeggiante da playlist mattutina in palestra prima di arrivare in ufficio.

Tommy Cash

Foto: Simone Maria Fiorani

La diretta televisiva è cominciata subito con una piccola gaffe di Simona Ventura, conduttrice e alla direzione creativa, che ha scambiato Mario Andrea Ettorre della Siae per qualcun altro, ma si è corretta al volo e ha proseguito con grande mestiere e varie “licenze poetiche” per l’intera serata. La conduzione è stata solida e Simona sembrava consapevole di non poter prendere troppo sul serio quello che le accadeva attorno, per cui, in particolare con i giurati di qualità, ha inscenato dei siparietti che ricordavano più i tempi di Mai dire gol che lo stile di Sanremo. Ha presentato Morgan come «la mente irrequieta della musica italiana» e poi, quando il cantautore ha criticato i concorrenti («c’è molta voglia di apparire ma poca sostanza», e non aveva tutti i torti) Ventura l’ha buttata in calcio d’angolo. Iva Zanicchi, invece, ha scelto un incipit goliardico: «Avrei una barzelletta sporca da raccontare», come se fossimo a un dopocena da varietà anni Settanta. Red Ronnie, sornione, si è acceso quando sono comparse le sue pupille, le Pellegrina Pibigas con il loro immaginario extraterrestre, e il giornalista ha colto l’assist ed è partito con una arringa da conferenza ufologica, finché la Ventura non lo ha riportato a Terra: «Hai intenzione di parlare di alieni tutta la sera?».

Nel mentre la scaletta è continuata tra piccoli incidenti tecnici (come ad Anna Smith) e gag da cabaret. Al Bano si dilunga e parla sulla base del Va, pensiero, poi recupera con la zampata del vecchio leone con Nel sole. Elettra Lamborghini, che in questo circo appare l’unica davvero a fuoco, conclusa Voilà fa chiarezza sugli ormai mitologici “festini bilaterali” dell’ultimo Sanremo: «C’era musica con una mano davanti, una dietro e una mano alla cabeza». Tutto chiaro, no? Tommy Cash fa Tommy Cash, ça va sans dire.

Sul piano musicale emerge invece un tratto comune a tutte le esibizioni: l’uso smodato dell’half playback, impiegato con una disinvoluta che a tratti supera solo quella delle luci accecanti dei ledwall. Le voci si alternano su basi pesantissime, creando quell’effetto tipico dei grandi show tv in cui il confine tra musica e coreografia diventa sempre più sfumato. Di contro il ritmo della trasmissione è veloce, Ventura alla conduzione è leggera e mai ridondante, gli stacchi di camera meglio calibrati rispetto al passato, gli interventi della Giuria di qualità sono pillole che non appesantiscono, i problemi tecnici sono ridotti al lumicino, quindi, sul versante del prodotto televisivo, è addirittura più digeribile dell’alter ego sanremese.

Sono i segnali che qualcosa sta cambiando. La Rai ha deciso di investirci sul serio (è socia al 50% di San Marino Rtv), intuendo che questa stranezza televisiva ha un grande potenziale. Il direttore generale Roberto Sergio ci ha messo la faccia, Simona Ventura è la guida ideale per una manifestazione in cerca di reputazione e il direttore artisitco Massimo Bonelli (già del Primo Maggio a Roma) sa come valorizzare i grandi eventi. La Giuria Ufficiale, presieduta dalla critica Federica Gentile, da Roberto Sergio, dal direttore marketing Siae Ettorre, e dai maestri  Zanotti e D’Onghia, quindi con una buona componente di competenze musicali, ha decretato vincitrice Senhit con una canzone non migliore di quella di Sal Da Vinci, ma che all’Eurovision, per la media che presenta di solito, non potrà certamente sfigurare (e ha confermato che Boy George ci sarà). 

In questo modo la serata al Teatro Nuovo di Dogana, in diretta su San Marino Rtv (canale 550), RaiPlay, RaiPlay Sound e Radio San Marino, ha messo in mostra una creatura televisiva ibrida in cerca di un’identità ma sulla buona strada per trovarla. Il San Marino Song Contest, per il momento, non sembra aver ancora deciso se diventare un trampolino planetario che catapulta all’Eurovision o restare una felice parentesi kitsch all’ombra del Monte Titano. Nel dubbio, continua a fare entrambe le cose. E forse, al netto delle critiche, è questo il suo segreto: mentre gli altri inseguono la perfezione, qui il fascino è nell’equilibrio precario tra ambizione internazionale e improvvisazione da provincia. Una strana formula che, edizione dopo edizione, diventa sempre più difficile da ignorare.