In Bianco, Bret Easton Ellis enuncia i concetti di “Impero” e “post-Impero”, identificandoli come due periodi che hanno caratterizzato gli Stati Uniti e la relativa cultura di massa. La distinzione non è data tanto dall’aspetto temporale quanto dalle celebrità protagoniste, dalla loro aura e dai mezzi di informazione. Scendere nei dettagli sarebbe troppo lungo e troppo bello. Mi accontento di rubare una frase all’autore di American Psycho per concludere questa introduzione: «Se l’Impero era gli Eagles, il Veuve Cliquot, Reagan, Il padrino e Robert Redford, il post-Impero era American Idol, l’acqua di cocco, il Tea Party, The Human Centipede e Shia LaBeouf». Quest’ultima celebrity, conformemente al suo status post-imperiale con annessa sovraesposizione mediatica costante, in questi giorni è tornata a imperversare sui social con un nuovo scandalo.
LaBeouf cresce tra le fila della Disney, dove si fa notare ne Il più bel gioco della mia vita, bel film. Seguono la saga di Transformers, scelta giusta in termini di fama e paga, e Il regno del teschio di cristallo, cioè il peggior Indiana Jones, ma almeno è il figlio di Indy. Dopo Spielberg arrivano il sequel di Wall Street, La regola del silenzio e Nymphomaniac, titoli che gli permettono di lavorare con Oliver Stone, Robert Redford e Lars von Trier. Quindi, altri ruoli che si fanno notare: John McEnroe in Borg McEnroe, Padre Pio nell’omonimo biopic di Abel Ferrara e Clodio in Megalopolis di Francis Ford Coppola (l’unico motivo per vedere il film è proprio lui). Doveroso riportare anche alcune delle relazioni sentimentali che ne hanno rispecchiato personalità, scandali e fasi della carriera: Megan Fox, Carey Mulligan, FKA twigs, Margaret Qualley e Mia Goth, sposata nel 2016 e con la quale ha avuto una figlia. Ad averlo reso una vera celebrità però non sono i film e i flirt, ma le follie.
La prima stravaganza che mi ricordo a proposito di Shia è legata alla première di Nymphomaniac a Berlino, alla quale si presentò con un sacchetto di carta in testa con su scritto “I’m not famous anymore“. Trascurai la notizia. Invece prestai attenzione quando pochi mesi dopo fu arrestato per aver interrotto da ubriaco uno spettacolo di Broadway. Mi colpirono in particolare le bizzarre immagini di quello stesso giorno, dove si vede che rincorre un senzatetto, forse per rubare un cappello o un sacchetto del McDonald’s. A dire il vero non mi sembrava un alterco, credo volesse instaurare una conversazione. Era il 2014, l’anno in cui uscì Fury, bistrattato film di guerra dove recitava con Brad Pitt e in cui pare si sia addentrato troppo nel “metodo”. Per prepararsi al ruolo si fece togliere un dente, si tagliava il viso con un coltello, guardava video di cavalli morti e non si fece la doccia per tutta la durata delle riprese, cioè quattro mesi. Inizia a essere chiaro che c’è qualcosa che non va.
Arriva quindi una fase artistica – è mai terminata? – in stile Marina Abramović con #IMSORRY, performance realizzata in una galleria d’arte di Los Angeles e incentrata su senso di colpa e vulnerabilità. Siede davanti ai visitatori con il volto coperto, talvolta piangendo. Shia diventa anche mental coach con il celebre video Just Do It, in cui esorta chi guarda ad agire e realizzare i propri sogni. La prima volta che guardi il video ridi, la seconda gli dai ragione.
Al pari del comportamento, il suo outfit “da Apocalisse” ha giocato un ruolo fondamentale nel creare il personaggio. Un misto di vestiti militari e “da casa”, qualcosa che indosseresti se The Walking Dead diventasse realtà. Ugg o desert boots. Leggings o jeans strappati. Magliette rotte e felpe di qualche squadra di football. Tutto della taglia sbagliata, troppo piccolo o troppo grande. Nel 2018, Shia ha raccontato di quando Kanye West gli fece visita a casa. Il cantante, che per certi aspetti è sovrapponibile all’attore, era stato gentile con sua madre in occasione di un concerto, quindi LaBeouf era ben disposto a rendergli un favore. Kanye West era infatuato del suo stile, come dimostra una versione demo della canzone No More Parties in L.A. in cui canta “I wish I dressed as fresh as Shia La-Beouf / ’Cause Shia LaBeouf dress fresh as fuck“. Inoltre, sembra ci fosse anche una collaborazione in ballo, un pop-up shop. L’allora-non-ancora-Ye chiese quindi se poteva prendere dei capi e LaBeouf acconsentì, convinto che si trattasse di poca roba. Si sbagliava. «Prese il 70% dei miei vestiti dall’armadio… compreso il mio cappello di Indiana Jones». Alla fine i due non collaborarono a niente, e Kanye venne fotografato con indosso vestiti di, e ispirati da, Shia.
Oltre a questo, numerosi tatuaggi, alcuni di grandi dimensioni, altri fatti per le riprese dei film, ma tutti assolutamente veri. LaBeouf non accetta compromessi ed è sempre pronto allo scontro fisico, anche se questo significa prenderle. Insomma, quanto di più vicino a Tyler Durden si sia mai visto a Hollywood, fuori dallo schermo s’intende. In un mondo ormai dominato da filtri, intelligenza artificiale, Ozempic, botox e denti in ceramica, finalmente qualcuno di vero, pieno di problemi, pronto a perdere tutto pur di raccontare qualcosa ed essere se stesso.
Se fosse stato più docile e conforme ai dettami dell’establishment, Shia sarebbe diventato sicuramente una stella di primo piano, magari parte dell’universo Marvel, visto l’inizio della carriera a Disney Channel. Invece è diventato qualcos’altro: un ribelle. Per quale causa? Forse nessuna, come il James Dean di Gioventù bruciata. È rilevante? No, proprio come nel film di Nicholas Ray. Ci interessa comunque? Assolutamente sì. Ne abbiamo bisogno perché serve a definire i nostri tempi. Negli anni Cinquanta c’era Marlon Brando, nei Sessanta Dennis Hopper, nei Settanta Jack Nicholson, negli Ottanta Mickey Rourke, nei Novanta Johnny Depp e nei primi Duemila Lindsay Lohan. Ciononostante, anche quest’uomo tormentato sembrava aver trovato pace grazie a Mia Goth e alla figlia Isabel. Di tanto in tanto però accadeva qualcosa. Senza scrollare troppo, infatti, si trova un video del 2024 in cui, chissà per quale motivo, lo vediamo pronto a fare a cazzotti fuori da un pub a Edimburgo.
Quindi, dopo un periodo di relativa latitanza, arriviamo ai fatti più recenti. Che lo riportano prepotentemente al centro dell’attenzione, proprio quando la moglie (forse ex, speriamo di no) è in un momento idilliaco della sua carriera (vedi Frankenstein di Guillermo del Toro). La notizia non era stata rilevata, ma da un anno l’attore si era separato e viveva da solo a New Orleans. Qui, lo scorso Martedì Grasso, è successo il finimondo, con testimoni che raccontano di come abbia “terrorizzato la città”. Nemmeno fosse Godzilla o il Joker. In realtà si tratta di una sbornia finita molto male, condita con parole offensive e gesti inconsulti, scene che purtroppo rientrano nell’ordinaria follia, specialmente a Carnevale (a New Orleans, poi).
Nei video apparsi online vediamo Shia a petto nudo litigare praticamente da solo. È in cerca di guai. Quando li trova, arrivano anche i pugni, che prende come fosse un qualsiasi sabato sera al Fight Club. I fatti si svolgono in un contesto pubblico, sono immagini senza filtri e anche un po’ tristi. Una vicenda in perfetto stile post-Impero, direbbe Bret Easton Ellis. Esausto, viene quindi arrestato. Arrivano la mugshot di rito, il rilascio e l’apoteosi. Da questo momento, infatti, la situazione da triste diventa divertente. Uscito di prigione semina un reporter semplicemente correndo e torna a bere (questa volta senza problemi) per le strade della città con in mano i documenti del suo arresto. Il giorno seguente viene nuovamente avvistato. Un hangover interessante, il suo. Prima jogging e poi in chiesa per il Mercoledì delle Ceneri. Purtroppo pare che fosse chiusa in quel momento (la sua conversione dall’ebraismo al cattolicesimo è avvenuta durante le riprese di Padre Pio).
Arriviamo al dunque. C’è chi considera Shia LaBeouf da rinchiudere, e forse ha ragione. Se non altro per la sua incolumità, vista l’ammissione di pensieri suicidi avuti in passato. Io però ci vedo qualcosa di più. Non solo una persona che sta attraversando un periodo difficile, ma anche l’ultimo vero ribelle anti-sistema di Hollywood. A Los Angeles sono diventati tutti abbastanza deludenti sotto questo aspetto. Sono celebrità piatte, noiose e ben protette nei loro eventuali disastri. A fare notizia sono solo i look, le facce da meme di Leonardo DiCaprio (quando non si nasconde dietro la mascherina) e la linea di intimo di Sydney Sweeney. Direte voi: “E il caso Epstein, P. Diddy e l’omicidio di Rob Reiner e moglie?”. Non fanno al caso nostro, è roba da registro degli indagati, da pene detentive. Dove sono gli scandali che creano le leggende? Lievi sussulti sono arrivati da vecchie glorie, come il documentario di Netflix su Charlie Sheen, il divorzio-show di Johnny Depp e le sigarette di Sean Penn. Tre tipi che arrivano diretti dall’epoca che Ellis definiva Impero. Altrimenti, oggi, nel post-Impero, è solo Shia LaBeouf, seppur cattolico, a danzare con il diavolo nel pallido plenilunio.













