L’epopea fantastica e stracciona dei Butthole Surfers | Rolling Stone Italia
Amare il caos

L’epopea fantastica e stracciona dei Butthole Surfers

Viene presentato oggi al Seeyousound di Torino il documentario ‘The Hole Truth and Nothing Butt’. È la storia di una delle band più folli dell’era “alternativa”, tra eccentricità creativa e ribellione autolesionistica

L’epopea fantastica e stracciona dei Butthole Surfers

Butthole Surfers

Foto: Pat Blashill/Matador

C’era una volta, quando tutto era più bello e romantico, una band che durante i concerti proiettava filmati di ricostruzione chirurgica di organi sessuali, squartava giganteschi peluche, lanciava scarafaggi morti sul pubblico, incendiava i piatti della batteria in un maelstrom di rumore lancinante e luci stroboscopiche che perforavano nervo ottico e cervello. Il cantante era alto due metri, vestito da donna (quando era vestito, cioè quasi mai), ricoperto di sangue finto e con decine di mollette nei capelli lunghissimi: una bambola impazzita che sembrava uscita dritta da un romanzo di Stephen King. Poi c’erano un chitarrista con un ghigno da psicopatico, un bassista a caso e una coppia di creature indefinibili (due gemelli, due gemelle?) che percuotevano ossessivamente in sincrono i tamburi. Per un certo periodo con loro c’è pure una ballerina con le extension al pube, alla quale ogni tanto viene l’insopprimibile esigenza di liberarsi l’intestino sul palco o di scopare (non si è mai capito se per finta o no) col cantante.

Quella band si chiamava Butthole Surfers. I surfisti del buco del culo: c’è mai stato un nome più bello e più autolesionista nella storia del rock? Avrebbero potuto fare di meglio (o di peggio) solo scegliendo di chiamarsi con una delle infinite alternative che usavano nei primi tempi, tutte ugualmente idiote e geniali. La migliore: The Inalienable Right to Eat Fred Astaire’s Asshole, e lasciamo a chi legge il piacere di tradurre.

Un gruppo di reietti con un nome impronunciabile da qualunque dj radiofonico, destinato a languire nell’oscurità e nella più abietta povertà underground, che 15 anni dopo essersi formato finirà al primo posto della classifica Alternative Airplay di Billboard con un pezzo – Pepper – che parla di vari amici del cantante morti o rimasti mutilati in incidenti cretini. Lo abbiamo detto all’inizio: era tanto tempo fa.

Butthole Surfers - Pepper

Oggi una storia come quella dei Butthole Surfers molto probabilmente non sarebbe neanche concepibile, ma rimane una epopea fantastica e stracciona che meritava di essere raccontata in un documentario. Ciò che ha fatto Tom J. Stern, già regista di videoclip di successo per Marilyn Manson e Red Hot Chili Peppers, in Butthole Surfers: The Hole Truth and Nothing Butt, film presentato in anteprima (si fa per dire: dubitiamo che verrà mai distribuito in Italia) al festival Seeyousound di Torino, la più importante rassegna italiana di cinema a tematiche musicali giunta alla dodicesima edizione.

Il documentario si apre con il classico “warning”, mai così necessario. “Attenzione: questo film ha contenuti che qualcuno potrà trovare disturbanti. Luci stroboscopiche, uso di droghe, scene di nudo, scene di nudo con pupazzi, violenza con pupazzi, giocattoli che esplodono, fotografie subacquee, musica ad alto volume. E rimpianto”. Perfetto: c’è tutto o quasi il mondo dei Butthole Surfers.

La vicenda della band viene ripercorsa in modo esaustivo e coinvolgente, e i cliché da documentario musicale (le interviste, gli spezzoni di concerti, le animazioni che sopperiscono alla mancanza di materiale video e che in questo caso hanno la forma di sequenze divertentissime con delle marionette stile Muppet Show) sono redenti dal ritmo veloce e dalla deliziosa assurdità – eppure è tutto vero – di ciò che viene narrato. Ci sono i ricordi dei protagonisti e quelli di chi è entrato in un modo o nell’altro nella loro orbita sgangherata. Si va dalla crema del rock alternativo degli anni ’80 e ’90 (Lee Ranaldo e Thurston Moore dei Sonic Youth, Steve Albini, Mike Watt dei Minutemen, Henry Rollins, Flea, i Melvins e tanti altri) a celebrità come Johnny Depp, megafan della band, il regista Richard Linklater che agli inizi faceva da proiezionista-horror nei concerti e persino l’ex Zeppelin John Paul Jones, che ha prodotto un loro disco e che ha l’espressione un po’ divertita e un po’ incredula di chi ancora oggi non sa bene come spiegarsi il fatto di essere entrato in contatto con dei disgraziati simili.

Ma soprattutto ci sono loro, i surfisti del… ok. Invecchiati ma ancora con negli occhi una scintilla di quella follia tanto perversa quanto a tratti innocente (l’innocente follia di bambini che danno fuoco a una scuola, per dire) che ha contraddistinto la loro picaresca avventura. Per cominciare, la coppia di improbabili amici, conosciutisi all’università di San Antonio, che ha dato origine a tutto e che in una inspiegabile ma ferrea simbiosi ha guidato creativamente i Buttholes dal momento zero fino alla fine, quando cioè hanno dovuto separarsi per evitare di ammazzarsi reciprocamente. Paul Leary, il chitarrista, e Gibby Haynes, il cantante, sono entrambi l’archetipo dei promettenti e talentuosi ragazzini anni ’70 della classe media bianca americana, con le foto sull’annuario del liceo in giacca e cravatta e pettinature improponibili, che a un certo punto scoprono il punk-rock. E diventano l’esatto, terrificante opposto di ciò che si sarebbero aspettati i genitori nelle loro villette suburbane.

Fulminati tanto dai Joy Division e dai Ramones quanto da Marcel Duchamp, i due danno vita a una band la cui ultimissima ambizione è quella di suonare rock’n’roll. Troppo banale. Ciò a cui aspirano è un progetto di arte performativa totale, che poi si può sintetizzare in quattro lettere: caos. Troveranno l’assetto ideale solo quando a loro si uniscono in veste di batteristi due punk giovanissimi, un ragazzino e una ragazzina efebici e sessualmente indefinibili («tutti pensavano fossimo una coppia di lesbiche») sepolti da una massa di capelli che spuntano a caso dal cranio. Sono King Coffey e Teresa Nervosa (a proposito di pseudonimi favolosi). Quanto al ruolo del bassista, è una porta girevole. Se ne alternano una dozzina, e gli unici a lasciare davvero un segno sono JD Pinkus e il produttore indie/grunge Kramer.

Butthole Surfers - Who Was In My Room Last Night?

I Butthole Surfers non sono una band. Sono una famiglia disfunzionale, un culto fatto di cinque persone, un A-Team di derelitti che va donchisciottescamente alla conquista dell’America reaganiana a bordo di un furgone scassato al quale segano i sedili posteriori e nel quale sostanzialmente vivranno per anni. Loro, e un cane chiamato (come si fa a non adorarli?) Mark-Farner-dei-Grand Funk Railroad, tutto attaccato. Sopravvivono a stento, mangiando dagli avanzi nei piatti lasciati dai clienti nei McDonald’s e facendosi la doccia nelle camere dei motel mentre c’è il cambio di ospiti e le donne delle pulizie non sono ancora all’opera. Indigenti sotto i limiti della sopravvivenza, ma con una missione: portare il caos, appunto. Uno dei tanti bassisti che non regge al loro ritmo infernale a un certo punto sclera, esaurito dalle condizioni miserevoli in cui si trascinano, li molla in una cittadina qualsiasi del Midwest urlando «ma perché, perché fate questa cosa?». Risposta degli imperturbabili Leary e Haynes: «Boh, perché è divertente».

Il concetto di divertimento dei Butthole Surfers comprende andare ad Athens a stalkerizzare i R.E.M.(si presentano non invitati a una festa a casa di Michael Stipe con scritto sulla fiancata del furgone “Michael Stipe, despite the hype we want to suck your big long pipe”), farsi massacrare dai buttafuori e contemporaneamente da Blixa Bargeld in un festival olandese in cui Haynes dà di matto, reclutare un suonatore di sousaphone (sì, proprio lo strumento che suonava il Dwight di Saranno famosi) che sparirà dalla band la sera in cui a un concerto si presenta il suo insegnante di musica dicendo «ridammi il sousaphone, ladro bastardo!». E mille altre cazzate che vanno dallo spassoso all’inquietante. Tutto ciò da parte di una band che – particolare non da poco – viene dal Texas, lo Stato più contradditorio dell’Unione, là dove il bigottismo più reazionario nasconde sacche di eccentricità creativa e ribellione suicida.

E la musica? Indefinibile ma potentissima. Un misto di noise, dissonanze, punk, industrial, ballate country stravolte. Psichedelia, volendo tagliare corto, ma pensata per sonorizzare il bad trip più bad che esista. In dischi come Psychic…Powerless… Another Man’s Sac, Rembrandt Pussyhorse, Locust Abortion Technician e Hairway to Steven (tutti pubblicati nella seconda metà degli anni ’80 dalla Touch & Go, leggendaria etichetta indipendente di Chicago) la formula è spiegata per bene tra umorismo e rumorismo, cover di brani thailandesi e dei Guess Who, parodie dei Black Sabbath e canzoni dedicate a Julio Iglesias. Ma la vera Butthole experience è dal vivo. I concerti, infarciti dalle trovate circensi che influenzeranno per stessa ammissione di Wayne Coyne gli spettacoli dei Flaming Lips, sono un teatro degli orrori stile Fura Dels Baus rock’n’roll, pura perfoming art se il concetto può avere un senso abbinato a degli hippy squilibrati in acido h 24.

Finché, a un certo punto, arriva il 1991. Quel trio di Aberdeen che in alcune occasioni aveva aperto i concerti dei Surfers esplode e fa saltare il banco. L’onda d’urto di cui beneficerà tutto il movimento indie americano investe persino quelli col nome impronunciabile. Firmano per la Capitol, che investe su di loro e fa uscire album come Piouhgd, Independent Worm Saloon e Electric Larryland che diventa disco d’oro. Il suono si normalizza (relativamente), ma il problema non è quello. È che gente come i Butthole Surfers, e in particolare Gibby Haynes, non è fatta per giocare a quel gioco. Il successo esaspera i lati oscuri del cantante (frutto anche, come racconta nel film, di esperienze infantili traumatiche), che dall’LSD passa a eroina e crack e non riesce più a tenere a freno i suoi demoni. Secondo King Buzzo, stargli troppo vicino in quegli anni era pericoloso. Le morti di Kurt Cobain, in clinica di disintossicazione con Haynes cinque giorni prima del suicidio, e di River Phoenix, collassato sul marciapiede davanti al Viper Room del compagno di bisbocce chimiche Depp, sembrerebbero confermarlo.

Butthole Surfers - Dust Devil

La fine della band è ormai vicina. La prima a andarsene è Teresa Nervosa, esaurita dallo stile di vita al limite e dall’esposizione continua alle luci strobo. Leary è disilluso e si concentra sulla nuova carriera di produttore, Haynes diventa sempre più ingestibile. Dopo lo spento Weird Revolution del 2001, cala il sipario. Vent’anni da Butthole Surfers, del resto, equivalgono a cento da persone normali.

Li rivediamo tutti, alla fine del documentario. Se non proprio persone “normali”, sembrano comunque molto diversi dalla congrega di freak allo sbaraglio che erano in gioventù. Il più in forma appare King Coffey, benché provato dalla malattia, poi rivelatasi incurabile, del compagno («amo il Texas, ma essere gay qui è un casino»). Leary ha l’aspetto pacioso e sereno di un pensionato che va a fare la spesa al Walmart e spazza le foglie secche dal giardino, non fosse appunto per quello scintillio negli occhi. Teresa Nervosa la vediamo attaccata a un respiratore artificiale, mentre allegramente rivendica di non avere rimpianti e di essersi goduta l’avventura (morirà poco dopo le riprese, nel giugno del 2023). Persino Gibby, il pazzo Gibby, «the funniest guy I have ever met» nelle parole di Teresa, ha l’aspetto di uno che almeno in parte ha riconquistato una parvenza di equilibrio. Ha una casa, una moglie e un figlio adolescente che non crede al suo passato di icona punk («ma tu non sai cantare», «è quello il punto»).

L’ultima sequenza: Leary, Haynes, Coffey e Pinkus che si ritrovano nello studio del primo, a registrare una cover di Atlantis di Donovan. Così assurdo, così magnificamente Butthole Surfers.