Gli Iron Maiden e l’arte di conquistare il pubblico | Rolling Stone Italia
Eddie al Meazza

Gli Iron Maiden e l’arte di conquistare il pubblico

Intervista ad Adrian Smith: dai concerti underground allo show di giugno a San Siro. E poi, i prezzi dei biglietti, il documentario ufficiale, l’identità difesa con tenacia. I fenomeni dell’heavy metal festeggiano 50 (+1) anni

Gli Iron Maiden e l’arte di conquistare il pubblico

Iron Maiden

Foto: John McMurtrie

Hanno reso l’epica una materia elettrica, la storia un campo di battaglia sonoro, la mascotte Eddie un’icona globale e intergenerazionale. Gli Iron Maiden hanno preso l’urgenza del punk, la teatralità del rock classico e la disciplina del progressive, con l’aggiunta di testi molto più elevati delle band loro contemporanee, per giungere a un linguaggio riconoscibile al primo colpo di rullante. Poco più di 50 anni dopo la nascita della band, il paradosso è evidente: ciò che negli anni ’80 sembrava estremo oggi è diventato patrimonio culturale condiviso. E la terza candidatura per l’introduzione nella Rock and Roll Hall Of Fame è lì a certificarlo. Gli stadi che un tempo rappresentavano un traguardo quasi impensabile sono ormai una dimensione naturale. Eppure la traiettoria dei Maiden non è mai stata lineare né scontata. È fatta di ostinazione, di scelte controcorrente, di un’identità difesa con tenacia in un’industria che nel frattempo cambiava pelle più volte.

L’anniversario non è quindi soltanto un numero tondo da celebrare, ma un’occasione di rilettura. Nei prossimi mesi arriverà un documentario ufficiale che ripercorre la storia della band attraverso immagini d’archivio, racconti in prima persona e materiali mai visti prima: un tentativo di fissare su pellicola mezzo secolo di musica, tournée, trasformazioni interne e brani che sono classici del rock. A questo si affianca il volume celebrativo Iron Maiden: Infinite Dreams che raccoglie fotografie rare, memorabilia e documenti degli esordi, l’inizio di un sogno che allora non aveva alcuna garanzia di realizzarsi. Il momento, dunque, è carico di significati incrociati: un anniversario che invita a guardarsi indietro, un documentario che cristallizza il passato, un libro che lo ordina e lo rende tangibile, e al tempo stesso un presente ancora attivissimo, fatto di tournée gigantesche e nuovi equilibri personali.

È in questo contesto che la chiacchierata con Adrian Smith, chitarrista, pilastro sonoro e autore di alcuni dei brani più amati del repertorio, diventa una riflessione sul tempo, su cosa significa restare fedeli a un’identità in un’industria che muta continuamente, su cosa resta dell’energia degli inizi, su come si convive con il peso e il privilegio di far parte di una delle formazioni più influenti della storia della musica popolare che ha avuto la capacità di costruire un mondo coerente, riconoscibile, quasi autosufficiente. Un mondo in cui la dedizione al live è rimasta centrale, in cui l’idea di conquistare il pubblico ha un significato concreto, fatto di club suonati cento volte prima di arrivare agli stadi.

Oggi, mentre si preparano a tornare in Italia, il 17 giugno a San Siro, la domanda non è più se i Maiden siano ancora rilevanti, ma piuttosto è come abbiano fatto a restarlo così a lungo. E per trovare una risposta bisogna partire dalle fondamenta: dalla determinazione feroce degli inizi, dalla disciplina, dalle crisi attraversate e superate, dalle uscite e dai ritorni, dalla maturità conquistata a fatica.

Tra pochi mesi suonerete a San Siro. Dopo mezzo secolo di carriera, salire su un palco così ti dà ancora quella scarica di adrenalina?
Sì, assolutamente. È incredibile. Ogni volta che ti trovi davanti a 70 mila persone ti manca il fiato. L’estate scorsa abbiamo suonato allo stadio del West Ham, a Londra, che è casa nostra. C’erano 73 mila persone. Anche dopo tutti questi anni, quando vedi quella folla davanti a te, l’impatto è enorme. Certo, non mi innervosisco più come una volta prima dei concerti dei Maiden. L’ho fatto così tante volte che ormai mi sento al sicuro. L’organizzazione è incredibile, la crew è fantastica, sai che tutto funzionerà. Ma c’è sempre quella piccola voce dentro che ti dice: spero di non sbagliare davanti a 50 mila persone. Non se ne va mai del tutto. Ho imparato però a convivere con quella sensazione e in un certo senso a godermela.

Adrian Smith. Foto: John McMurtrie

Sei un grande appassionato di calcio. Suonare in uno stadio per te ha anche un significato anche per questo?
Beh, a San Siro si sono giocate alcune delle partite più iconiche di sempre. Amo ancora il calcio, sì, ma non come una volta. Quando sei giovane, sei puro e tutto ti sembra una questione di vita o di morte. Soprattutto, poi, tutto ti sembra pulito e senza ombre. Oggi la Premier League è considerata nel mondo forse la lega calcistica migliore di tutte, ma non la seguo più. Mi sembra diventata troppo aziendale. Ha perso un po’ l’anima che aveva quando ero più giovane o forse sono cambiato anche io. Non vedo più poesia. Guarderò i Mondiali, quelli sì. Ma suonare in uno stadio resta speciale. Sono luoghi carichi di storia, di emozioni. Sembra di suonare di fronte a tutti quelli che sono saliti su quelle gradinate in un secolo. E quando li riempi con la tua musica, la sensazione è impagabile.

I Maiden sono una delle live band più solide di sempre pur venendo dal metal, che non viene considerato alla pari del rock mainstream. Come si costruisce una connessione con il pubblico che dura 50 anni?
Credo che la chiave sia stata il lavoro fatto all’inizio. Sono venuto in Italia coi Maiden nell’80 o nell’81, non ricordo di preciso (vennero entrambi gli anni, ndr). Ero entrato da poco nel gruppo, non ho partecipato al primo album, ma ho partecipato attivamente a quella follia di cinque ragazzi che avrebbero dato la vita per raggiungere quello che volevano. Abbiamo suonato tantissimo, in posti spesso atroci. Se facevamo un tour, cercavamo di andare ovunque, un po’ con la mentalità che potevano avere i Ramones. In questo si sentiva ancora molto lo spirito del punk. Lo abbiamo fatto per tantissimi anni, anche dopo il successo spropositato di The Number of the Beast. È la strada più dura, sicuramente non è glamour, ma è il modo migliore per costruire un pubblico. Le persone si ricordano che sei venuto da loro quando eri agli inizi. Si ricordano che non li hai ignorati, che hai suonato in posti dove non c’era nemmeno l’attrezzatura o un bagno. Il nostro pubblico ce lo siamo conquistato. Non è successo all’improvviso. E poi siamo rimasti fedeli a noi stessi. Non abbiamo seguito le mode. Credo che le persone lo percepiscano. Sentono che è autentico.

Si è parlato molto dell’aumento dei prezzi dei concerti, anche per il vostro a San Siro…
È cambiato completamente il modello economico. Una volta si andava in tour per promuovere un disco. E spesso i tour ti facevano perdere un sacco di soldi. Era un investimento sulla band, perché poi la gente usciva e il giorno dopo comprava il tuo disco e quelli precedenti. Oggi che non puoi più fare soldi con i dischi, devi vivere di concerti. È diventato il centro dell’industria. Questo ha inevitabilmente portato tutti quelli che ci girano intorno ad alzare i prezzi. Le location, i promoter, tutti. E naturalmente anche le band. Forse solo i roadie non hanno visto cambiare di un millimetro nulla. Per quanto riguarda i prezzi, penso però anche che i Maiden siano abbastanza corretti. Se guardi al pop mainstream probabilmente trovi cifre molto più alte. Noi cerchiamo di tenere i prezzi a un livello ragionevole. Ma è anche vero che i costi di un tour oggi sono enormi. È innegabile che oggi andare a un concerto sia un lusso, ma ti garantisco che non è semplice come sembra.

Foto: John McMurtrie

Il tuo stile chitarristico è sempre stato più melodico che puramente tecnico, con un gusto vicino ai grandi del rock anni ’70 come Gilmour o Jeff Beck. Non è scontato in un genere che spesso si è retto sulla perizia esasperata. Da dove nasce il tuo senso della misura?
In parte ci nasci. Quando ho iniziato a suonare non esistevano ancora gli shredder. Non c’era Van Halen, non c’era Yngwie. Il più tecnico era probabilmente Ritchie Blackmore. Ritchie era incredibile, i Deep Purple hanno avuto un’influenza grandissima su di noi, ma io spesso quello che faceva con la chitarra nemmeno lo capivo. Sono cresciuto ascoltando da bambino i Beatles e gli Stones. Poi Thin Lizzy, Wishbone Ash, Gary Moore, Michael Schenker, Pat Travers, Johnny Winter. Chitarristi rock molto melodici, molto legati alla canzone. Non ho mai voluto suonare solo per dimostrare qualcosa tecnicamente, volevo solo scrivere belle canzoni. Suonare con gusto, dal cuore. È sempre stato quello il mio obiettivo. Ammiro i chitarristi tecnici, certo, ma ho capito presto che non era la mia strada.

A differenza dei Deep Purple, voi però non avete mai amato improvvisare dal vivo. I tuoi assoli, come quelli di Janick Gers e Neil Murray, suonano praticamente identici a quelli delle versioni in studio.
Perché fanno parte della struttura della canzone che conosce il pubblico. Pensa a The Trooper: la gente vuole sentire quell’assolo come sul disco. È parte integrante del brano. Nei Maiden poi gli assoli sono abbastanza brevi, 16 battute in genere. Non ci sono lunghe improvvisazioni. Non c’è molto spazio per divagare, perché è tutto molto strutturato. Con Richie Kotzen, con cui suono da qualche anno quando i Maiden sono fermi, invece è completamente diverso e questo mi consente di esprimere anche quella parte del mio essere musicista. Con gli Smith/Kotzen improvvisiamo molto di più, il formato è più blues, più aperto. Puoi estendere le canzoni, cambiare le cose ogni sera. È un altro approccio, ed è qualcosa che mi diverte molto.

Ti permette di esprimere un lato più personale?
Sì e credo che in questo momento nessuno stia facendo quello che facciamo noi: due voci, due chitarre, hard rock e blues uniti. Mettiamo insieme le nostre idee e cerchiamo di scrivere canzoni che durino nel tempo. La melodia è senza tempo: se ascolti una canzone dei Beatles la ricordi subito per questo motivo. Cerchiamo di unire quella qualità melodica con qualcosa di più ruvido, più blues. Dopo due album stiamo finalmente trovando il nostro posto. È un bel equilibrio per me, perché posso fare qualcosa di diverso rispetto ai Maiden.

Quando scrivi come ti muovi? Parti da un riff, da un’emozione, da un’immagine?
L’atto creativo è difficile da spiegare per me. C’è chi lo tratta come un lavoro a tutti gli effetti, si sveglia e inizia come se fosse in ufficio. Anche molto musicisti insospettabili. A me è sempre piaciuto come lo descrive Keith Richards, che dice che è quasi come avere un’antenna con cui riesci a catturare qualcosa nell’aria. A volte succede nel cuore della notte. Ti svegli e senti un’idea. È un’energia che devi afferrare prima che sparisca. Stranger in a Strange Land è nata così. Ero appena stato dal dentista, ero in taxi, pioveva, mi sentivo depresso, con la faccia intorpidita e deformata. All’improvviso ho sentito quel riff nella testa. Appena tornato in hotel ho registrato un demo per non perderla. Non sai mai quando arriva l’ispirazione.

A maggio uscirà nei cinema Burning Ambition, documentario che tratta la vostra avventura. Rivedere condensati 50 anni di storia che effetto ti ha fatto?
Non è facile guardarsi sullo schermo. Molti attori dicono che non guardano i loro film e li capisco. Però sono riuscito a guardarlo tutto senza sentirmi a disagio. È bello avere un documento di quegli anni, dal 1980 ad oggi. Penso che i fan scopriranno qualcosa di nuovo. È un buon ritratto della band e fa il paio con il libro uscito qualche mese fa. È fantastico. Ci sono foto che non avevo mai visto prima. E poi il diario giornaliero di Steve Harris, le sue emozioni, le frustrazioni degli inizi della band, il primo concerto pagato 25 sterline. È incredibile pensare da dove è partito tutto e se sei un fan è bellissimo rivivere insieme a lui e a noi questi 50 anni.

Foto: John McMurtrie

Hai lasciato la band nei primi anni ’90 e poi sei tornato alla fine del decennio insieme a Bruce Dickinson. Guardando indietro, cosa ti ha insegnato quella distanza?
Quando sei dentro a una situazione del genere non riesci a vedere il quadro completo. I primi nove anni sono stati folli: studio, tour, hotel, aerei. Sempre in movimento. Poi sono stato fuori per nove anni. E da fuori ho avuto una prospettiva diversa. Quando sono tornato eravamo tutti più maturi e grazie a questo sono cambiate anche molte delle vecchie gerarchie. Parlare di più ha fatto la differenza. Essere giovani in tour può essere distruttivo. C’è molta noia, molti tempi morti. E quando sei giovane… puoi immaginare cosa succede. A volte mi chiedevo: cosa ci faccio qui? Ricevi tutta quell’attenzione e dentro ti senti piccolo. Crescere significa affrontare anche quei momenti. È stato doloroso, ma necessario.

Oggi ti senti in equilibrio, invece?
Sì, oggi sì. Finché la gente vorrà venire a vederci, continueremo. Come fai a non essere motivato quando suoni a San Siro? E poi c’è il mio progetto con Richie, che mi dà molto in termini di stacco da quella macchina da guerra che sono gli Iron Maiden. Sto cantando, suonando qualcosa di più legato alle mie radici blues. È un bel bilanciamento. E ho tempo per la mia famiglia. Non è sempre stato così, ma adesso sì. Ed è importante.

C’è la possibilità di un nuovo album dei Maiden?
Al momento no. Non ci sono piani. Registriamo ancora in modo molto old school, tutti nello stesso posto contemporaneamente. Dovremmo stare insieme per mesi, lontani dalle famiglie ed è un processo costoso, anche dal punto di vista personale. Forse in futuro, ma ora no.

Se gli Iron Maiden iniziassero oggi, avrebbero lo stesso impatto?
Steve Harris è una persona unica, ha una determinazione incredibile e nel tempo ha fatto anche scelte molto dolorose, che da fuori potevano sembrare ciniche, solo per portare avanti tutto questo. E anche il nostro manager Rod Smallwood è così. Con quell’attitudine, in qualsiasi epoca, sarebbe stato un successo.