A Sanremo sono le tre di notte, è appena stato proclamato il vincitore, e noi ci avviamo verso l’ultima festa prima del treno dell’alba. Al porto ci sono i venditori ambulanti che hanno riconvertito i bagagliai delle loro macchine in bancarelle di dixi in busta (allora è proprio vero che i giovani non bevono più), e altre macchine che invece s’accalcano per parcheggiare – ma per andare dove, la frase che si sente di più è «hanno raggiunto il massimo della capienza». Ci viene incontro un gruppo di ragazzi, avranno venticinque-trent’anni. Dal look e dai modi diresti che sono i tipi che ascoltano I Cani, e probabilmente è così. Stanno cantando: “Saremo io e te per sempre, legati per la vitaaaaaaaaa”.
La cantano tutti da cinque giorni, non solo qui. Sal Da Vinci wasn’t built in a day, ma il tormentone che sentiremo da qui all’eternità è stato più istantaneo della polenta in scatola. In tempi in cui tutto è tormentone (dunque niente lo è), Sanremo 2026 ha certificato un hit maker che forse non si vedeva dai tempi di Julio Iglesias (parlandone da archiviato per molestie).
Ora è il tempo della magica favola. L’uomo arrivato dal niente (e nato a New York, che dà quel brivido broccolino in più). L’ospite di Ambra a Non è la Rai che canta dal vivo contro lo strapotere del playback topofthepops anni Novanta. Il testimonial del “Cicciobello napoletano” negli spot locali rilanciati dai memisti di oggi. Il neomelodico con un terzo posto a Sanremo (Non riesco a farti innamorare, 2009: gli altri con lui sul podio erano Marco Carta e Povia) rimosso dai più perché non erano i Sanremi che si portavano in società. L’uomo che oggi torna al niente, e che nei vari tiggì e domenichein dice che questo è «il premio della gente».
Gente che risponde copiosa e trasversale. Tutta la gentechepiace s’è raccontata di essere fan di Fulminacci e Maria Antonietta & Colombre, e probabilmente è così; ma a ogni watch party che Rolling Stone ha mandato in Terra (cioè: nel suo Covo sulla spiaggia di Sanremo) quando partiva Sal Da Vinci veniva giù il tendone, e non ce n’era per nessuno.
Certo, prima dell’instant classic sanremese c’era stata Rossetto e caffè, che io non ho visto arrivare (non vedo arrivare mai niente, non so più niente di niente) e che quando m’è passata davanti me’è sembrata un plagio troppo evidente di Pensiero stupendo per darle la giusta attenzione (stacco: alla vigilia di questo Sanremo avrei dato tutto per un mash-up delle due con Patty nella serata delle cover). C’erano stati i meme e i tiktok, e le suore e le vecchie e le Valerie Marini che la ballano in brandelli digitali diventati più esoterici del Club Silencio lynchiano.
Era l’antipasto sexy (“Dimmi solo se vuoi / Io ci sono stanotte, ogni notte / Tu chiama e i’ corro addu te / E adesso le mie labbra sanno solo di te / È un gusto dolceamaro tra rossetto e caffè”) prima di fare sul serio e mettersi a posto. Si direbbe che quella di Per sempre sì sia una vittoria conservatrice se non reazionaria (il matrimonio tradizionale davanti a Dio, Pillon che si complimenta a mezzo social), a me sembra prima di tutto un’eccezionale mossa di business. Oltre che hit maker, Salvatore Michael Sorrentino (così all’anagrafe, a rimarcare l’effetto Grande bellezza che non poteva certamente essere casuale) mi pare un notevole imprenditore: Per sempre sì sarà, forse consapevolmente, l’inno (e il balletto: pure coreografo!) di tutti i matrimoni dei prossimi mesi, anni, decenni. Soppianterà ogni Ed Sheeran possibile, e a differenza del roscio inglese stavolta anche l’ultima zia capirà tutte le parole – e potrà ballarla nei video del cognato su Instagram.
Siamo tutti Sal Da Vinci, anche se ci costa ammetterlo. Siamo quelli che lo ascoltano da una settimana previa “sessione privata” su Spotify, ma che poi nei wrap di fine anno condivideranno solo Abdullah Ibrahim. Che la canzone vincitrice di una gara musicale – e soprattutto televisiva – (nazional)popolare come Sanremo sia quella che tutti cantano mi sembra abbastanza ovvio. Poi direte: eh ma il televoto avrebbe premiato quell’altro, eh ma col regolamento dell’anno scorso non avrebbe vinto lui. Ma credo che, come sempre, questi borbottii rispondano più all’immagine che vogliamo dare di noi che alla normalizzazione (se non la liberazione) con cui si dovrebbe accettare un ritornello che funziona – e che anche noi cantiamo da una settimana.
E qui arriva il tema Eurovision. L’Eurovision è la cosa più brutta del mondo, e lo dico senza averne mai visto nemmeno un fotogramma (lo rivendico con orgoglio, cit.): davvero ci interessa far bella figura? È come essere vestiti bene al Met Gala. Il fatto è che siamo italianissimi, ma ci rincresce sempre essere percepiti come tali davanti agli occhi del mondo. Va bene solo esportare l’Italia che piace alla gentechepiace: alle cerimonie olimpiche sì ai gestacci ma se fatti con i disegni di Bruno Munari, no a Volare o-ho nell’itanglish (brivido broccolino!) di Mariah Carey.
È la solita questione morale: ci piace andare nel mondo coi Sayf e le Ditonellapiaga (che piacciono pure a me), ma l’Italia forse somiglia – ha sempre somigliato – più a un balletto di Sal Da Vinci. Fare pace con questa evidenza ci fa solo bene.
















