L’orchestra suona, il mondo affonda: top e flop della finale di Sanremo 2026 | Rolling Stone Italia
Facciamo i Conti

L’orchestra suona, il mondo affonda: top e flop della finale di Sanremo 2026

L'attualità in modalità Festivàl, il dirigismo di Conti, la sobrietà di Cardinaletti, il solito irresistibile Nino Frassica, monumenti equestri e annunci shock (?). Per fortuna che è finita

L’orchestra suona, il mondo affonda: top e flop della finale di Sanremo 2026

Carlo Conti, Giorgia Cardinaletti e Laura Pausini alla finale di Sanremo 2026

Foto: Daniele Venturelli/Getty Images

  • flop:

    Attualità da Festivàl


    C’è un tweet che riassume perfettamente l’apertura sulla situazione in Iran: «Netanyahu e Trump che bombardano l’Iran (compresa una scuola) mentre sentono l’appello da Sanremo». Sotto, la gif di Troisi: «Mo’ me lo segno proprio». Voilà (pardon). «Viviamo una contraddizione», dice Conti. Ma dai. «Festeggiamo la musica italiana, ma non possiamo ignorare quello che succede nel mondo». Ma dai, parte due. Mancava solo un «basta odio» della Pausini. Ah no, è arrivato anche quello. Sul palco (per fortuna) c’è anche la Cardinaletti, in un crossover tra TG 1 e Sanremo. E sembra possa partire un’edizione straordinaria da un momento all’altro, mentre la Storia cambia tragicamente fuori. Era decisamente meglio lasciare quel racconto a quello spazio. O anche a Sayf: «L’orchestra suona, il mondo affonda».

  • top:

    Nino e «la tigre della magnesia»

    Il ciuffo di Malgioglio al contrario, il mazzo di fiori lanciato in fondo alla scalinata e «facciamo vincere Olly». Déjà-vu? No. «Ho pensato di rifare le stesse gag dello scorso anno, visto che è andata bene», dice Frassica, aka uno dei migliori comici che abbiamo. Poi parte con il decalogo del perfetto conduttore di Festival: «Deve avere la fedina penale pulita — per te Carlo facciamo un’eccezione. Essere immanicato: politica, guardia forestale, bocciofila. Deve essere anche direttore artistico e rifiutare i Jalisse e Al Bano». E ancora Can Yaman: «la tigre della magnesia» e «non svegliare il Can che dorme». Nino, insegnaci la vita. A noi ma, soprattutto, a Siani.

  • flop:

    Facciamo i Conti

    Il vero protagonista di Sanremo è stato lui. E se da un certo punto di vista potrebbe essere auspicabile, dall’altro, Carlo Conti si è fatto ricordare più per averci disatteso che per avere esaltato il nostro intrattenimento collettivo. Tra frette varie (sempre cattive consigliere!), scivoloni sui nomi (Maria Sattei!), dirigismo che neanche uno svincolo autostradale e retorica da classe di italiano delle medie (leggasi: didascalica), il suo secondo Festival degli anni più recenti risulta livellato sul piatto. Non aiuta il trasformismo che caratterizza la sua presenza sul palco, tra carrambate nel reame di Sandokan, improvvisazioni alla Cont, James Cont, e masquerade alla TonyPitony. In due parole: Carlo Conti è un daddy cringe. Il papà un po’ Boomer che conosciamo tutti, e mosso da un’incredibile buona volontà (vedi quando chiama il direttore di palco a presentare per ringraziare le maestranze). Magari è pure da apprezzare; ma qui si parla di show business.

  • top:

    L'altra Giorgia

    Elegante senza sfoggio, misurata, essenziale. Sicura, ma sempre al servizio del momento. Giorgia Cardinaletti porta a casa una finale che le è piombata tra le mani e la governa con presenza e mestiere, provando (e spesso riuscendo) a smussare persino i passaggi più a rischio retorico. E quando Carlo si lamenta di un fuori programma, lei sorride: «Ma almeno ci divertiamo un po’».

  • flop:

    Monumento equestre da export

    Per noi Bocelli è l’equivalente canoro delle fettuccine Alfredo, considerate “italianissime” nel mondo e guardate con sospetto nel Paese che il Belcanto se lo mangia a colazione. L’Andrea (inter)nazionale torna all’Ariston come super ospite, a trent’anni dal debutto che diede inizio alla sua carriera. Arriva in sella a un cavallo bianco (durante le prove qualcuno ha raccolto gli escrementi dal carpet a mani nude, #tuttovero, perché Sanremo è Sanremo), lo fa impennare e scende con l’agilità di un ventenne. Cafonata o poesia? Decidete voi. Ah, il destriero si chiama Caudillo (ehm). Sfiora pure il problema tecnico (vero protagonista del Festival, insieme ai festini bilaterali di Elettra), poi attacca Il mare calmo della sera, con cui vinse le Nuove Proposte, e naturalmente Con te partirò. Piatto forte per il resto del pianeta, ormai fuori menù da queste parti.

  • top:

    Silenzio, parlano i nomi

    Non credevamo che l’avremmo mai scritto ma, per una volta, l’angolo della retorica sanremese ha funzionato. Sarà stata la sobrietà di Giorgia Cardinaletti o la commozione di Gino Cecchettin: leggere sul ledwall i nomi (301) di donne uccise nel 2025 mentre l’Ariston resta in religioso silenzio fa un certo effetto. Forse persino Carlo ha capito che, a volte, basta stare zitti. La prossima volta magari non a notte fonda e non dopo la battuta sui jeans attillati alla moglie.

  • flop:

    Protocollo Sanremo 2027

    Houston, abbiamo un problema. Stefano De Martino sarà il conduttore e direttore artistico di Sanremo 2027. Ripetiamo: Stefano De Martino direttore artistico di Sanremo 2027. Attivare immediatamente il protocollo potenziale Armageddon musicale. Va riconosciuto che l’annuncio live ci risparmia mesi di toto-conduttore e retroscena sussurrati nei corridoi Rai. Ma la scelta, almeno sulla carta (e siamo pronti a ricrederci, nel caso), pare un grande passo per un uomo, un piccolo passo per il baraccone sanremese. La lezione? Non chiediamo la Luna. Al massimo, che la scaletta regga. La buona notizia? Intanto, almeno per quest’anno, è finita!