‘Il suono di una caduta’ e il cinema che ci travolge | Rolling Stone Italia
persi nel tempo

‘Il suono di una caduta’ e il cinema che ci travolge

Il film di Mascha Schilinski, al cinema da un paio di giorni, ci obbliga a non sfuggire mai dal dolore e dalla sua rappresentazione. Creando una foresta di occhi che racconta una storia solo apparentemente lontana da noi

Il suono di una caduta

'Il suono di una caduta' di Mascha Schilinski

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentral

Ci sono tante case, nei film usciti negli ultimi mesi. Spettrali, per la più parte, e tutte a modo loro. In Presence di Steven Soderbergh, arrivato da noi la scorsa estate, l’abitazione era il setting dell’horror e dell’inquietante misterioso, invisibile. In Sentimental Value di Joachim Trier, la casa è il correlativo oggettivo di tutta una famiglia, una dinastia artistica, una storia. Invece, Il suono di una caduta di Mascha Schilinski, ora nelle sale, prende la casa e la piazza come icona storica, pietra immobile nel fluire del tempo. Creando una foresta di occhi strettissima.

Del film vi raccontavamo già qualche giorno fa, in conversazione direttamente con la regista. Il suono di una caduta precipita (eh eh) come colonna sincronica in un flusso diacronico, dove la nozione di presente dilaga e la memoria personale si appiccica su quella storica.

Non è assolutamente un unicum, nel cinema storico e soprattutto di chi, proprio come la Germania, ha qualcosa da espiare nella coscienza collettiva. Il film di Schilinski, però, non è esplicitamente politico, per quanto stendere davanti agli occhi del pubblico gli effetti pratici del trauma generazionale, per chi vuole leggere, dica più di mille proclami.

Il suono di una caduta

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentral

Una fattoria dell’Altmark, antica Sassonia, poi DDR, infine Germania contemporanea. Una corda generazionale che collega le donne di una stessa discendenza attraverso i non detti, i segreti e i silenzi: una bambina testimonia l’incidente di un parente che condurrà all’amputazione della gamba di quest’ultimo. Anni dopo, sua nipote sarà attratta da quella stessa persona e dai rituali di cura coinvolti nella sua esistenza. A questo punto, abbiamo attraversato il periodo tra le due guerre mondiali. La terza storia ci condurrà negli anni Ottanta: da Alma (Hanna Heckt) a Erika (Lea Drinda) ad Angelika (Lena Urzendowsky), terza discendente di una bambina che aveva incontrato la morte. Angelika scopre la sua sessualità mentre lo zio si infila nel suo letto.

Infine, ai giorni nostri, la fattoria è diventata una casa vacanze, e il legame famigliare si interrompe. Non, però, quello con la morte, che più del sangue unisce le sorti delle donne dell’Altmark e che da lì transitano, come se la vecchia fattoria fosse il coacervo di tutto il silenzio e il dolore del mondo. O, forse, un portale tra mondi, tra l’al-di-qua e l’al-di-là. Il suono di una caduta si lascia transitare e noi, insieme a lui, transitiamo attraverso la storia che è quella di un tempo che finisce, della vita umana, e del silenzio che non muta mai.

Il suono di una caduta

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentral

È questo, forse, il perno de Il suono di una caduta, paradossalmente e nonostante il titolo: il silenzio. O forse il paradosso non c’è: perché la caduta anticipata dal titolo avviene, fattualmente, una e due volte nel corso della narrazione. È lì che il velo si squarcia, che qualcosa di impensabile è rivelato. È lì che il dolore si sedimenta per le generazioni future, incatenato, non gestito, impossibile da degradare.

Le cadute fanno un bel rumore, si sa. Eppure, nell’Altmark è come se fossero sorde. Chi le vede non le comprende, chi ne deve subire le conseguenze non le accetta. È la ricetta della conservazione dello status quo nei secoli: il silenzio. Per questo c’è della politica, in un lungometraggio che mai ne parla. E per questo, c’è da immaginare (e non solo per gli evidenti meriti artistici di Schilisnki e crew), la Germania aveva deciso di candidare Il suono di una caduta agli Oscar come migliore film in lingua straniera (non è però arrivato alla cinquina finale).

Il suono di una caduta

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentral

In questa operazione, la casa in questione ha un ruolo fondamentale. Non solo come contesto, come pretesto, ma in quanto set di occhi. Le inquadrature sono costruite di sussurro (sì, Sussurri e grida di Bergman rientra nell’equazione), e in un certo modo sempre di sbieco. Le porte non sono mai aperte del tutto. Bisogna sfruttare le intercapedini, i buchi delle serrature. E come in un sistema di rifrazione, lasciare che sia la casa a farsi specchio della realtà vera, affidandosi a un gioco di sguardi che origina e termina proprio tra le pareti dell’edificio. Esattamente come in Presence, il punto di vista appare soprattutto quello della casa. Unica nella posizione degli spettatori, unica a ricevere la storia.

Il suono di una caduta è un film densissimo e quasi insopportabilmente stimolante. Questo sì che è un paradosso, e uno fondativo del cinema: ovvero, che un lungo(lungo)metraggio, parliamo di centocinquanta minuti suppergiù, proceda secondo tutti i crismi dello “slow cinema“, quella scuola che tiene insieme i maestri dell’istante, inteso nella mimesi tra vita e sua replica. Tarr, Diaz, sfrondati di quella sensazione magica di sottofondo. Non ci possono essere mostri, sembra dichiararci Schilisnki, perché tutto il male è già presente sulla superficie. La banalità del male, che è poi anche quella della sofferenza e del dolore, quando sono inflitti dall’azione di negligenza di un altro essere umano, è una cosa che galleggia e non va a fondo. È lì per tutti, per farcela vedere. Ed è tale perché, nonostante tutto, decidiamo di non fare nulla per renderlo migliore.

Il suono di una caduta

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentral

L’unica soluzione che sembra proporre Schilinski è quella di un contro-sguardo. Quello che mutua dalla fotografa Francesca Woodman, che del rapporto con la sua immagine riflessa, e della messa a nudo dell’anima attraverso il corpo, aveva fatto arte (e che Schilinski, nella nostra intervista, cita direttamente come influenza sul suo lavoro). L’unica soluzione è rivolgere gli occhi verso noi stessi in un modo inedito. Non lasciando più che il nostro sguardo, che poi vuole dire la nostra identità, sia determinato dall’esterno. Ma che nasca dall’interno, da un luogo intimo, giocoso e creativo.

Lasciatevi travolgere questi giorni, quando andrete al cinema. Film come questo vi fanno davvero nuovi.