Il Dopofestival è quel bar sport postmoderno in cui l’habitué Sal Da Vinci fa l’analisi bennatianamente più lucida del Festival, che per noi diventa questione di costume, di Stato persino, di retorica in questo caso. E invece «alla fine sono solo canzonette, e ognuno canta la sua». Accussì.
È la dependance dell’Ariston in cui Sayf presenta la madre Samia (prima di portarla sul palco dell’Ariston per la serata cover) e Fulminacci arriva con mammà e papà, i signori Uttinacci. È il metaverso in cui «lo vediamo nella stessa stanza con Mazzariello, la prova che non sono la stessa persona» (questa non era male, Aurora). È il Sottosopra in cui il cardinal Ravasi twitta un verso della canzone delle Bambole di Pezza, che metto in guardia: «Però raccomandategli di non ascoltare le altre nostre canzoni».
Dopo ore di corsa contro la tentazione di respirare, il Dopofestival è il terzo tempo quando Carlocò ha tagliato il traguardo e va a cena facendosi frullare antipasto, primo, secondo e dolce «perché c’ho furia». È il festino bilaterale che prova a rianimare l’originale. È il momento in cui ti slacci il papillon, ti metti le «ciocie» come Michele Bravi, ti fai una tisana e ti chiedi: ma che cosa abbiamo appena visto? Quest’anno, più che mai, è il modo in cui si cerca di rendere interessante un Festival che interessante non lo è, manco a pagarlo. E lo paghiamo, eccome.
Nel 2025 scrivevamo che non c’era niente di nuovo sul fronte intrattenimento, ma meno male che il Dopofestival c’era. Stesso copione per quest’anno: Nicola Savino (già alla guida del notturno festivaliero per due volte una decina d’anni fa) è un perfetto anfitrione, concentrato ma adeguatamente cazzeggione, con lo sguardo sulla scaletta e la libertà di tradirla, ribaltarla, farne anche del tutto a meno a volte. Praticamente il peggior incubo di Conti.
Funziona la sua improvvisazione controllata e la sua capacità di tenere insieme tutto. Funziona la gente che va e viene, che suona il campanello come in un after casalingo e poi saluta prima perché domani deve svegliarsi presto. Funzionano le rendition spontanee (chapeau al maestro Cremonesi) dei pezzi del Festival, classici compresi, e ovviamente, di Per sempre sì, che ormai è la colonna sonora di questo Sanremo del conformismo.
È proprio quell’estro estemporaneo che regge, più dell’ironia tendenzialmente preparata di Aurora Leone, chiamata a fare sintesi della serata (avendo appena visto TUTTO, pare un tantino ridondante), e “servizio pubblico” raccontando chi sono i cantanti: «LDA e AKA 7even in realtà sono una password». Ok.
Per una sera c’è Giulia Salemi a commentare i look al posto di Anna Dello Russo. Ok. Su Federico Basso che si trasforma in postino per consegnare l’invito a Patty Pravo – e prima gli cade la catena della bici, poi buca, incontra Francesco Renga e alla fine “ripiega” su di lui – e a Max Pezzali, irraggiungibile sulla nave, ho riso. Ma forse è colpa mia, o di Maria.
Certo, il confronto con il fantasma dei Dopofestival passati resta impari: siamo, di nuovo, lontanissimi dall’infotainment sfrenato di Fiorello, che su Elettra alla ricerca dei «focolai» di party “non autorizzati” ci avrebbe prodotto una sitcom, non si fa casino né si creano casi, non si genera la clip che il giorno dopo domina i social. Non è più il late show irrinunciabile o il ring in cui si regolano conti, e nemmeno la zona franca dove qualcuno osa dire quello che all’Ariston non può dire.
È più il corridoio dove finalmente si respira, pure piacevole ma tutto sommato irrilevante: si commenta la partita, si ride di un fuorigioco (Repupplica!). Savino raccomanda ai giornalisti domande «tremende, affilatissime», qualcuno ci prova ma poi la pace è d’obbligo. «Non tramonti il sole sopra la vostra ira», dice la Bibbia (pardon, è l’aria del Festival «cristiano»). Manca la scintilla.
A un certo punto la accende Lundini, paradossalmente presente solo la prima sera in platea, mentre Leone timbra il cartellino da commentatrice. «L’ultima volta che abbiamo fatto un Dopofestival insieme c’è stata una pandemia», dice Valerio a Savino. Quando poi finge di leggere il dizionario del sanremologo Eddy Anselmi – «L’anno scorso il 98,7% degli spettatori alla fine del jingle Tutta l’Italia faceva il saluto romano involontariamente» – viene giù il Teatro del Casinò. Ecco cosa avrebbe potuto essere.
Ma alla fine il Dopofestival fa quello che questo Festival pallosamente perbenino – che corre, incornicia, celebra, edifica: che fastidio! (cit.) – dimentica di fare: ricordarci che «sono solo canzonette». E che poi possiamo pure andare a dormire.
















