Jane Jacob, antropologa, scrittrice a attivista statunitense-canadese, sosteneva che le città hanno bisogno di luoghi dove le persone possano incontrarsi e parlarsi. Un pensiero, questo, condiviso anche da Renzo Piano, il quale ha ribadito più volte che una grande città è quella che offre luoghi d’incontro. Oggi, pero, questi luoghi sono sotto pressione. I centri sociali, lo leggiamo tutti i giorni, vengono raccontati sempre più spesso come zone di illegalità, e anche le piazze, storici teatri di incontro e di dissenso, stanno subendo restrizioni che ne comprimono la loro innata vocazione pubblica.
Eppure spazi come il Leoncavallo di Milano, Askatasuna a Torino, Officina 99 a Napoli, per citarne alcuni, hanno formato intere generazioni. Sono stati laboratori culturali e politici, palestre di cittadinanza attiva e consapevole, incubatori di linguaggi e culture emergenti, come per esempio il punk e persino l’hip hop, presidi capaci di intercettare il disagio prima che diventasse marginalità. Qui, da sempre, si sono costruite reti, si sono organizzati concerti, assemblee, corsi gratuiti anche di formazione, sportelli di assistenza. Sono sempre stati percepiti e vissuti come spazi di libertà creativa e di cura collettiva, ma purtroppo oggi vivono in una condizione di precarietà strutturale e simbolica.
E allora la domanda diventa inevitabile: se i centri sociali arretrano e le piazze si ristringono, dove nasceranno le prossime forme di aggregazione? Dove si produrranno cultura, confronto, espressione creativa? Forse la risposta sta nell’ibridazione, ovvero negli spazi ibridi di una nuova socialità condivisa. «In Italia esistono esempi di imprenditoria sociale in cui prendersi cura di un territorio o di uno spazio, renderlo accessibile, diventa un atto politico e allo stesso tempo culturale poiché si traduce nella creazione di una comunità. Significa riappropriarsi della polis, dove le comunità sono tenute insieme da interessi comuni, per il bene comune», dice Alessandro Sancino, professore ordinario, dipartimento di economia, management e metodi quantitativi presso l’Università degli Studi di Milano La Statale e autore del libro Innovazione Sociale Aperta. Governance pubblica, risorse finanziarie, imprenditorialità e impatto sociale.
Il crescente malessere e disagio sociale che attraversa generazioni e classi si intreccia con la crisi, evidente, della mediazione politica tradizionale. In questo vuoto proliferano, quindi, iniziative civiche autonome che non si definiscono per natura, missione ed esercizio come centri sociali, ma che in qualche modo ne raccolgono l’eredità, cercando di promuovere un cambiamento, diventando i nuovi custodi della democrazia.
«Il governo sta progressivamente riducendo gli spazi di diritto. I centri sociali, un tempo luoghi di trasformazione, sono ora spesso ridotti a fenomeni di illegalità dalla comunicazione, ignorando la loro complessa natura culturale, politica e sociale», spiega Renato Quaglia, direttore di FOQUS (Fondazione Quartieri Spagnoli) di Napoli. «Esistono grandi iniziative strutturali come quella di FOQUS, che affrontano il cambiamento attraverso educazione, occupazione, cultura, sanità, e fenomeni più piccoli di “animazione o aggregazione sociale”, dove la democrazia viene prodotta ogni giorno. Rappresentano tentativi di trasformare il presente, segnato da un malessere intergenerazionale che va oltre gli stipendi inadeguati e colpisce nuove aree di disagio».
Nei Quartieri Spagnoli di Napoli FOQUS ha costruito un ecosistema che unisce scuola, formazione, lavoro e inclusione. Ha aperto il primo asilo della zona, oggi cooperativa con 19 dipendenti e 82 bambini, un percorso educativo completo fino alle medie con il 60% dei posti destinato a famiglie in difficolta economica. Corsi dell’Accademia di Belle Arti, imprese e associazioni ospitate negli spazi, corsi gratuiti di italiano per la comunità srilankese, un centro per ragazzi con disabilità cognitive che produce oltre mille pasti al giorno per le scuole interne. «Non si tratta di assistenzialismo ma di responsabilità reciproca: chi può contribuisce, chi riceve si impegna a crescere. L’idea è creare una “città più felice”, seguendo l’illuminista Antonio Genovesi, dove chi ha aiuta chi non ha e tutti lavorano per il bene comune». Uno spazio aperto alla città e alle esigenze dei cittadini che ospita anche eventi politici, concerti, dibattiti e laboratori creativi. Un centro sociale?
Sicuramente no, ma certamente un presidio civico. Anche il Teatro Bellini di Napoli si muove in questa direzione. «Il teatro si impegna automaticamente su ciò che sente “urgente e necessario”, senza etichettarsi come “teatro politico”, pur abbracciandone le tematiche attraverso la sua programmazione editoriale e culturale», spiega Daniele Russo, co-titolare del teatro. «La forza del Bellini risiede nella sua capacità di ascoltare la città e le sue istanze, accogliendo progetti che risuonano con i suoi valori». Negli ultimi mesi il teatro ha ospitato iniziative che vanno oltre la programmazione artistica, come “Life for Gaza”, raccolta fondi per studenti e famiglie palestinesi sfollate, e nel suo Belliner cafè, aperto dalle 8 di mattina a mezzanotte, accoglie regolarmente comitati referendari.

Il Teatro Bellini di Napoli. Foto cortesia
«Ogni giovedì ospitiamo il “Comitato per il No”, ma siamo aperti anche ad accogliere dibattiti per il “Sì”, purché il confronto non degeneri in mero tifo politico e mantenga un carattere di ascolto e dialogo civile. Il teatro deve essere aperto, attraversabile. Un luogo dove si passa, si discute, si sta. Dove la città può riconoscersi. Non perché vogliamo diventare un centro sociale, non lo saremo mai, e un teatro non può esserlo, ma perché crediamo nei luoghi di ascolto», aggiunge Russo. Il modello è quello di un teatro aperto tutto il giorno, non solo contenitore serale di spettacoli ma luogo vivo di incontro e confronto. «L’Italia è il Paese con più teatri al mondo, ma in molti piccoli centri questi aprono solo per una rassegna di 10-15 spettacoli l’anno e poi restano chiusi. Sono luoghi bellissimi, ma inutilizzati. Se venissero affidati, invece, a qualche realtà giovanile che se ne prenda cura, che li renda fruibili e accessibili continuamente con diverse attività, allora quel luogo comincerebbe lentamente a prendere vita e a diventare un punto di riferimento per l’intera comunità, si trasformerebbe in un luogo di aggregazione sociale e culturale».

Il Teatro Bellini a Napoli. Foto cortesia
Ed è quello che sta accadendo a Empoli, dove Scomodo, una giovane realtà editoriale e ricreativa nata a Roma nel 2016 dalla volontà politica di un cambiamento sociale e culturale, ha preso in gestione l’ex cinema La Perla tramite bando pubblico. «Il cinema è stato rilevato a ottobre e aperto il 6 novembre con i “lavori in corso”. Questa scelta è stata dettata dalla volontà di costruire lo spazio insieme alle persone che lo attraverseranno, rendendole parte attiva del processo», racconta Allegra Stagi, 24 anni, community manager e coordinatrice esecutiva Scomodo Empoli.

Gli spazi di Scomodo Empoli. Foto cortesia
Le assemblee sono il cuore del progetto: aperte alla comunità, dove si decidono le direzioni, le tematiche e i progetti. «Organizziamo anche cene di comunità ogni martedì per favorire l’aggregazione. Siamo consapevoli di essere attenzionati e talvolta strumentalizzati a livello partitico, ma Scomodo si espone e fa politica attraverso le sue scelte e azioni, pur mantenendosi distante dall’adesione a specifici partiti. Il nostro impegno è lavorare per rendere i nostri spazi indipendenti, sostenibili, rispettando tuttavia la città». Scuole che diventano centri culturali, teatri che ospitano assemblee, ex cinema trasformati in laboratori civici, hub che mescolano impresa sociale e produzione artistica. Non solo occupazione o controcultura, ma infrastrutture civiche.

Gli spazi di Scomodo Empoli. Foto cortesia
I nuovi spazi di aggregazione non avranno un’unica forma, saranno luoghi dove la politica torna a essere cura dell’altro e difesa della libertà collettiva. Se le piazze si restringono, la città può ancora reinventarsi. Perché senza spazi di incontro non c’è, confronto, crescita, espressione creativa e cambiamento, e senza questi elementi fondamentali non esiste democrazia.










