Ora, forse la storia del latte munto di mattina al volo per farsi il cappuccino era una boutade, in quella prima serata di martedì scorso – a Sanremo – che se a noi già pare lontanissima, chissà a lei, che sembrava vivere un incubo. Laura Pausini viene da un ambiente familiare tranquillo: il padre musicista nei locali, la madre faceva la maestra. Ma ha sgobbato fin da piccina, a 8 anni già a fare il piano bar. Romagna mia, Faenza per la precisione. Questa maledizione del lavoro duro – ammorbidito da un talento vocale naturale fuori dal comune – non la abbandonerà mai. Fino ad arrivare a pronunciare un bel sì alla domanda di Conti di co-condurre con lui questa molliccia, cascante, prolassata edizione del Festival. Una cazzata. Una di quelle cose che scappano dalla bocca e poi una sul palco – già dalle prove – trova a chiedersi perché, perché ha confuso la vanità con questa miniera di tensioni, gaffe, rigidità (quella di Conti, maschietto precisetto, e macchinico).
Una carriera bicontinentale pazzesca per poi ritrovarsi a fissare la camera con gli occhi sbarrati, a guardarsi in giro, marmorizzata dentro un nuovo vitino che (invece che portar trionfo, dopo le fatiche, gli squat che solo dio sa) le era sembrato in grado di sostenere vestiti-scultura ad anfora Armani comunque non tattici, senza relax ecco.
E poi la tensione degli ascolti che scendono rispetto al 2025, porca paletta. Da eterna sgobbona, Laura si arrotola le maniche. Prova ad aggiustare il tiro, caccia fuori la sua naturale simpatia che però non è mai stata humour strutturato e non arriva quindi a riempire i buchi del costante imbarazzo con Conti che non viene meno. Arrivano altri (comici, modelle, giovinastri) a fare da spalla ai due, ma non succede niente. Laura canta. Ma sembra (doveva immaginarselo, con quella carriera) una vedette stipendiata mensilmente, un numero fisso dello spettacolo. Perché Pausini, già di suo, non è e non sarà mai – per dna di ferro – una diva. Rimane una lavoratrice, e sembra pure casalinga la tinta troppo nera ai capelli (ormai irreale nel 2026).
La serata di ieri scorre più liscia, qualcosa nel gruppo di marmo di Carrara che annuncia i cantanti (il solito, a sinistra guardando il palco) sembra essersi ammorbidito. Il vestito a bustier nero con grande gonna nuvola bianca le sta benissimo. Lei si sente più a casa. Tira fuori dal cilindro anche pose più signorili, pacate, vagamente irreali. Niente. Mancano ancora circa 10 ore di diretta, infinite riunioni, tensioni e quelle canzoni inutili (tranne Arisa, e poco altro, un’Arisa che in confronto a Laura sembra hollywoodiana, fai te). Sembreranno anni, appunto. Quelli che ha perso con quel sì sciagurato.
Pazienza. In un momento di trasformazione tettonica del mondo del (o forse dell’idea stessa di) lavoro, Pausini – non volendolo – ha costruito un’ode alla fatica femminile, e a quella domestica in particolare. Forse non era nelle sue intenzioni, ma non è poco. Che la domenica arrivi presto per te, Laura, e lieve.















