C’è una parola che Luigi Ghirri ha sempre maneggiato con sospetto: felicità. Troppo piena, troppo abusata, troppo instagrammabile – diremmo oggi. Eppure è proprio Felicità il titolo del libro uscito a gennaio per MACK, curato da Luca Guadagnino e Alessio Bolzoni. Un titolo che suona quasi come una provocazione gentile, una parola messa lì apposta per essere smontata, rallentata, osservata da vicino.
Non è un’operazione-nostalgia. Né un tributo da coffee table book. Luigi Ghirri. Felicità è un oggetto editoriale che lavora controcorrente rispetto all’economia dell’immagine contemporanea: niente climax, niente icone urlate, niente “best of”. Guadagnino e Bolzoni prendono Ghirri e lo riportano dove fa più male (e più bene): nello spazio intermedio tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere. Il libro nasce in dialogo diretto con l’omonima mostra allestita nei due spazi londinesi della Thomas Dane Gallery, ma funziona come un remix concettuale, non come una documentazione.

Foto: Luigi Ghirri, Firenze, 1986. Da ‘Luigi Ghirri. Felicità’ di Alessio Bolzoni & Luca Guadagnino (MACK, 2026). Courtesy of the Estate of Luigi Ghirri and MACK
Qui Ghirri non è il fotografo del paesaggio italiano da manuale scolastico. È un artista radicale che aveva capito tutto prima degli altri: che le immagini non descrivono il mondo, lo sostituiscono. Che guardare è un atto culturale, politico, persino morale. «Paradossalmente proprio gli angoli più consueti, quelli canonici… sembrano diventare misteriosamente pieni di novità e aspetti imprevisti», scriveva. Tradotto nel 2026: il problema non è l’algoritmo, siamo noi che abbiamo smesso di guardare.

Foto: Luigi Ghirri, ‘Verso la foce’, 1988–89. Da ‘Luigi Ghirri. Felicità’, di Alessio Bolzoni & Luca Guadagnino (MACK, 2026). Courtesy of the Estate of Luigi Ghirri and MACK
Il libro si muove come una playlist strana ma perfetta: ritagli di riviste, cartoline, manifesti strappati, superfici domestiche, finestre, viaggi minimi. È un atlante dell’attenzione più che una monografia. Ogni immagine sembra dire: non guardarmi, interrogami. Ghirri fotografava già il consumo visivo prima che diventasse una patologia globale. E lo faceva senza cinismo, senza sarcasmo, con una lucidità quasi disarmante. «Affidandoci ad alcuni stereotipi consolidati, abbiamo dimenticato l’enorme potere di rivelazione che ogni nostro sguardo può contenere». Non è una frase poetica: è una critica frontale alla pigrizia dello sguardo.

Foto: Luigi Ghirri, Veneto, 1985–89. Da ‘Luigi Ghirri. Felicità’ di Alessio Bolzoni & Luca Guadagnino (MACK, 2026). Courtesy of the Estate of Luigi Ghirri and MACK
In Felicità emergono immagini mai viste prima, un archivio che non aggiunge quantità ma complessità. Le superfici diventano schermi, le stanze si appiattiscono come pagine, gli interni dialogano con gli esterni senza gerarchie. Come se Ghirri stesse già parlando di rendering, di interfacce, di realtà mediate. Il riferimento a Jorge Luis Borges non è un vezzo intellettuale: il mondo di Ghirri è una biblioteca visiva fatta di rimandi, duplicazioni, falsi originali. Un feed analogico, ma infinitamente più onesto.

Foto: Luigi Ghirri, ‘Capri’, 1981. Da ‘Luigi Ghirri. Felicità’ di Alessio Bolzoni & Luca Guadagnino (MACK, 2026). Courtesy of the Estate of Luigi Ghirri and MACK
Non a caso, nel libro il lavoro di Ghirri entra in risonanza con artisti come Giorgio Morandi e Felix Gonzalez-Torres: pratiche diverse, stessa tensione verso un’immagine che non vuole dominare, ma restare fragile. Anche quando si arriva al Paesaggio Italiano, Guadagnino e Bolzoni evitano le hit. Scelgono immagini laterali, dove l’inquadratura è un dispositivo critico, non una finestra neutra. Rettangoli che contengono altri rettangoli, linee che portano lo sguardo a inciampare.

Foto: Luigi Ghirri, ‘Campagna Emiliana’, 1985–89. Da ‘Luigi Ghirri. Felicità’ di Alessio Bolzoni & Luca Guadagnino (MACK, 2026). Courtesy of the Estate of Luigi Ghirri and MACK
«La fotografia non serve a catalogare o definire, ma a costruire nuove possibilità di percezione», scriveva Ghirri. Riletto oggi, Felicità sembra un manuale segreto per sopravvivere all’overdose visiva contemporanea. Non ti dice cosa guardare, ma come farlo. Non promette felicità, la problematizza. E forse è proprio questo il gesto più punk del libro: ricordarci che la felicità, come l’immagine, non è mai dove crediamo. È sempre un po’ più in là, appena fuori campo.










