Che mondo è? Ce lo chiediamo ogni anno, davvero, senza pregiudizi. E ogni volta ci troviamo ad essere noi – i cinici – indietro rispetto alla realtà. La realtà è un’ennesima astronave (l’incredibile scuola di Gaetano Castelli è per fortuna intonsa, nonostante il cambio di guardia con Riccardo Bocchini), solo che questa volta ha invaso quasi per due terzi lo spazietto del Cinema Teatro Ariston.
Non è ancora stata pensata la saga in grado di essere ambientata e vissuta intorno a questa sorta di complesso portale asimmetrico, con due bracci lunghissimi che buttano quasi verso la strada tanto sono lunghi. Tant’è che non si è vista la classica inquadratura delle prime file, forse decimate e schiacciate verso il fondo da una specie di risacca materica che sembra aver spiaggiato l’orchestra ovunque. Ma soprattutto sparato raggi luminosi come in un anime giapponese di fine ’70, di scuola classica. Duemila 800 metri di strip luminosi e 250 metri di ledwall, dice la scheda.
Dentro questo universo che erroneamente potremmo pensare essere un mondo di finzione (non è così, è più vero di quello che ci sembra di abitare ogni giorno), nella prima serata del Festival abbiamo visto per lo più rappresentanti della maggioranza demografica del Paese – ovvero quella dai 55 in su – di ogni fattezza e forma: dalla signora quasi 106enne costretta a far da paladina alla democrazia porella (sia la signora che la democrazia, ma meglio che niente) fino a tutte le presenze senili possibili e immaginabili in ogni spot pubblicitario e a finti giovani di tarda mezza età di ogni qualità. Tutti maschietti: dal Pezzali crocierista all’eterna drammatica lotta contro l’adipe di Tiziano Ferro, alla furia cafona e paraefficiente di quel perfetto prodotto di alta pelletteria chiamato Carlo Conti, allo strabiliante quasi settantenne chiamato Raf, cliente di cliniche ristrutturanti del cuoio capelluto di nuova concezione, eppur “nuovo”. Meritatissimo – ma comunque in linea – il premio alla carriera che verrà assegnato a Caterina Caselli. Tra le sue coetanee, va segnalata a onor del vero una buona performance di Patty Pravo, più naturale e meno “avatar” del solito, quasi sciolta.
Ma è il gusto AI – immaginabilissimo – il vero riferimento di Sanremo 2026. Non solo per il momento mozzafiato che ha trasformato Conti e la residua platea dell’Ariston in cartoon di papere e oltre, ma per le presenze bidimensionali e non pienamente rifinite – forse perché frutto di prompt dettati in fretta – chessò di una Sara Mattei, per colpirne una per tutte (ingiusto, e vabbè). Certi sfondi dell’armata di ledwall che si diceva ma anche carrelli in verticali tra le geometrie trasparenti dietro la scalinata (che sembrano gemelli digitali della struttura più che realtà finita) ci parlano di slanci non ben controllati verso l’innovazione. E soprattutto – le collezioni delle ultime stagioni non hanno aiutato – intenerisce ma insospettisce insieme la schiera di cantautori bravi ragazzi in giacca e cravatta (larghe, certo, da Fulminacci a Sayf, all’irreale Michele Bravi) che sembrano sogni sintetici per i nonni che fanno il grosso dei presenti e dei votanti. Fortuna che ci stanno Leo Gassmann con il bilanciamento del pantalone verso il magnete inguinale e la bellissima normalità studiatissima e superstar vera di Tommaso Paradiso (che ha l’unica canzone degna di essere cantata, geneticamente vendittiana).
Ma sono altri gli dei che riempiono lo spazio alla Aliens (1986) di questa stazione spaziale lanciata contro di noi da una direzione Rai semplicemente priva di controllo (e non contano gli ascolti): i morti. Morti più forti dei vivi. Pippo Baudo, che di fatto ha inaugurato il Festival, oltre che vedere da lassù un museo temporaneo a lui dedicato in una piazza lì vicino al teatro. Poi il maestro Vessicchio, anche lui con spazio di edutainment a lui tributato. Anche Maurizio Costanzo è stato evocato, non un revenant qualsiasi, ecco. Ed è almeno da un paio d’annate che – come in quel film di quasi 100 anni fa – vivi e trapassati passeggiano sul palco e nel foyer dell’Ariston commentando, ridacchiando, impedendo di fatto che le cose possano cambiare. Il tutto cozza con il generale tono coloratissimo, come un luna park con ottime nuove giostre (di cui siamo maestri) ma non abbastanza affollato mannaggia, perché in tanti ormai abbiamo poche lire in tasca.
Questo è stato l’inizio del film, la sua temperatura tecnica ed emotiva. Se ci pensate bene, è molto promettente. E talmente brutale, eccessivo, a suo modo estremo, che il gerontopubblico – che non vuole guardarsi troppo allo specchio – lo ha rifiutato, terrorizzato, per la prima volta dalla rimonta di qualche anno fa.















