In merito all’ansia del doposbornia | Rolling Stone Italia
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In merito all’ansia del doposbornia

La sera leoni, la mattina... non sappiamo come farci passare i postumi. Breve guida per la sopravvivenza a uno dei momenti più difficili delle nostre esistenze, tra cinema e rimedi della nonna

In merito all’ansia del doposbornia

Pierpaolo Capovilla con Filippo Scotti e Sergio Romano in una scena del film. Foto: Lucky Red

Viviamo in un periodo molto interessante. Un periodo di profonda trasformazione che, come spesso accade quando è in atto, non viene riconosciuto. Il ritorno sulla Luna è previsto tra il 2027 e il 2028, mentre la missione alla volta di Marte potrebbe partire nel 2031, secondo Elon Musk. In base ad alcune ricostruzioni, gli Stati Uniti durante l’operazione di cattura di Nicolás Maduro avrebbero impiegato un’arma sonora, chiamata con il bizzarro nome di Discombobulator, capace di mettere fuori uso i sistemi di difesa e disorientare il nemico senza essere letale. Il progresso in campo medico avanza costantemente verso una maggiore longevità e qualità della vita, raggiungendo la cura di mali fino a poco tempo fa considerati senza rimedio. Insomma, di cose ne stanno accadendo nel campo della scienza e della tecnica. What a time to be alive, huh? Eppure, ancora nessuno è riuscito a trovare una soluzione al doposbornia.

Sia ben chiaro, non viene qui esaltato il consumo di alcol in modo esagerato, incosciente e quindi pericoloso. L’intento è indagare gli strascichi fisici ed emotivi che può portare con sé anche una ridotta quantità di alcol. In altre parole: bere con moderazione ragazzi, sempre, e soprattutto senza mettersi mai alla guida. Ma non possiamo nemmeno fare gli ipocriti e negare che ci siano serate in cui si butti giù un bicchiere di troppo. Fatte le dovute avvertenze, andiamo avanti. Nonostante la cadenza saltuaria e una discreta misura, c’è una bestia nera che segue i momenti di svago, un signore delle tenebre che noi qui decidiamo di affrontare senza paura facendo il suo nome: l’ansia del post sbornia. Quel male di vivere che ti attanaglia il giorno dopo, quel mantello pesante che ti avvolge fuori e ti stritola dentro come un pitone che si avvita sulla preda. Brutta storia, lo so. Parliamone, magari ci fa bene.

Questo malessere si chiama hangxiety, termine che combina hangover (cioè doposbornia) e anxiety (cioè ansia). Alcuni ne sono immuni (beati loro) ed è probabile che attecchisca di più in chi ha standard morali eccessivamente alti e/o è incline a stati ansiosi. Non è un mito (magari lo fosse) e ha una spiegazione scientifica con paroloni complessi che potrei qui spiegare, ma che sarebbero presto dimenticati e compresi a pieno solo da chi si diletta di medicina e affini. Serotonina, dopamina, neurotrasmettitori: meglio lasciarli perdere e procedere con definizioni più alla mano.

Quando prendi una sbronza, l’alcol ti fa divertire e rilassare. Se non è una di quelle versioni tristi, stai alla grande. Uno stato euforico che, quando svanisce e si torna alla normalità, lascia un conto da pagare con sensazioni quali ansia e disagio. Non solo il piano psicologico, nel quale ci logoriamo indagando su quanto di stupido si è fatto il giorno prima e su quale sia il senso della vita, ma uno squilibrio fisico che ci fa sentire depressi. A influire è anche il tipo di “veleno” assunto. Vino, drink zuccherati e distillati scuri possono favorire uno stato di agitazione, ma ciò non vuol dire che bere solo birra faccia evitare il problema. Mi vengono in mente le parole di Shakespeare: «Gioie violente hanno fini violente» (grazie Westworld per questa reference colta).

Passiamo ai rimedi. In molti si sono occupati della materia perché la materia tocca molti. Tutti noi, a dire il vero, abbiamo un nostro metodo personale per uscire vivi dal doposbornia, una procedura affinata nel corso degli anni sulla nostra pelle. Di tanto in tanto però ci confrontiamo anche con i “colleghi” cercando suggerimenti utili. C’è chi mangia un uovo sodo prima di uscire, chi beve un litro di acqua prima di dormire e chi invece preferisce un kebab. Il mio vademecum per la salvezza comprende tanta acqua, ketoprofene, molti carboidrati, un po’ di esercizio e una doccia. Purtroppo, non sempre riesco a mettere in atto questo programma e resto orizzontale a letto. Senza eccezioni però mi rifugio in più di un comfort movie, come la trilogia degli Ocean’s di Steven Soderbergh. Tutto questo funziona?

Assolutamente no. Spesso quindi mi metto alla ricerca di una soluzione. Finisco così per documentarmi su come i grandi personaggi affrontavano queste difficili situazioni. Come il regista John Ford, maestro del genere western che alcuni anni fa abbiamo visto “rivivere” grazie all’interpretazione di David Lynch in The Fabelmans. Quando terminava le riprese di un film, Ford si dedicava con altrettanto impegno a una lunghissima e meritata sbronza. Si chiudeva nel suo studio, si avvolgeva in un lenzuolo e procedeva a festeggiare per giorni (!) in solitaria.

Le conseguenze di una così prolungata assunzione di alcol erano dolorosissime, una sofferenza che veniva accompagnata da profondo pentimento e solenne giuramento che non avrebbe mai più bevuto. Promessa che veniva puntualmente infranta alla conclusione del film seguente. E così via. Vi ricorda qualcuno? Forse il 90% di chi sta leggendo questo articolo ha detto la stessa frase almeno una volta nella vita. La contrizione ci può aiutare? Assolutamente no. Quasi ogni celebrità ha condiviso il proprio rimedio a “una-di-quelle-sere”, ma il più virale sui social è quello consigliato da Anthony Bourdain: aspirina, Coca-Cola fredda, una canna e cucina piccante del Sichuan. «Works every time», diceva lo chef.

Il cinema si è occupato più volte del tema alcolismo, pochissime dei postumi. Giorni perduti di Billy Wilder e Via da Las Vegas, che ha dato l’Oscar a Nic Cage, sono due ottimi esempi di drammi sulla dipendenza. Come pure Un altro giro con Mads Mikkelsen. La trilogia di Una notte da leoni, invece, è forse l’unica trama a interessarsi del “dopo” e se non fa riflettere, almeno fa ridere. Proviamo con qualcosa di più recente. Le città di pianura, film made in Veneto, ha riscosso un discreto successo, ma fa al caso nostro? Racconta di un’estenuante uscita tra amici che dura giorni, alla disperata ricerca de “l’ultima”, cioè l’ultima birra, che diventa grappa, che diventa vino…

Un bicchiere della staffa che ne anticipa sempre un altro, un pretesto per continuare a rifugiarsi nei ricordi. Per quanto veritiero nelle emozioni, il film è irreale nel post-sbornia. Visto quanto hanno bevuto, mi aspettavo un risveglio atroce. Non è così. Questo me lo spiego solo con lo scudo narrativo della finzione cinematografica, nella realtà infatti sarebbe stata una situazione da ospedale psichiatrico. Tuttavia, per quanto insoddisfacente sotto questo aspetto, ho una seconda interpretazione: i protagonisti continuano a bere per evitare il doposbornia. Per dirla con una battuta dello scorrettissimo Archer dell’omonima serie animata di Netflix: «Se smetto di bere tutto in una volta, ho paura che l’hangover cumulativo mi ucciderà».

Le città di pianura sembra suggerire come rimedio il ribere. Una soluzione che nella cultura popolare trova numerosi sostenitori, il cosiddetto “hair of the dog”, cioè assumere qualcosa di alcolico della stessa famiglia di quanto bevuto la sera precedente. Ma è una terapia effimera e può peggiorare la condizione dalla quale si vuole uscire. Inutile nascondersi, al risveglio ci sarà sempre quel mostro ad aspettarci. Eppure, la volta dopo, scegliamo comunque di impugnare il bicchiere. Andare consapevolmente incontro all’ansia e al malessere fisico, preferendo una coppa di ebbrezza, ci rende alcolizzati? Nonostante una frequenza occasionale e una quantità contenuta?

Se così fosse allora la dipendenza sarebbe presente anche in molti altri scenari della nostra vita. Quindi, come si affronta quell’angosciante situazione del giorno dopo? Per dirla in termini clinici, “lasciare che faccia il suo corso”, consapevoli del fatto che, proprio come l’euforia che la precede, è uno stato illusorio. Spiacevole, sì, ma transitorio. Altrimenti, l’unico metodo che funziona senza eccezioni è sempre quello: non bere. Il prezzo da pagare è la preclusione a quei momenti di leggerezza, evasione, divertimento (delle volte anche coraggio e sincerità) che può portare con sé “bere una sciocchezza”. Ne vale la pena? La risposta cambia in base a quando viene posto il quesito. Il venerdì siamo temerari, la domenica diventiamo più saggi. Qui si apre un altro discorso, l’ansia della domenica. Ma è meglio fermarsi e bere qualcosa. La vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore, no?