Leggenda narra che già dal primo provino Aita non fosse più Dario. Durante le riprese gli altri vedevano solo Franco, e dopo aver visto il film non c’è altro modo di dirlo: la fusione è impressionante. Lui parla di autosuggestione, di una forte allucinazione collettiva. E quindi del suo tentativo di restare saldo a terra, pur abbandonandosi ai ritmi ossessivi di quello che resta un grande mistero: «A un certo punto credo di aver fatto in modo che le cose peggiorassero. Dovevo toccare la possibilità di fallire, e non illudermi che tutto sarebbe andato bene perché ero benedetto da chissà chi». Prima della Prospettiva Nevski Aita non pensava di saper cantare. E nonostante il teatro, molta Tv, gli esordi con De Maria, poi Vicari e perfino Sorrentino, questa è la prima volta che tiene un intero film sulle spalle.
Diretto da Renato De Maria (qui la nostra intervista), scritto da Monica Rametta e passato al cinema con un’uscita evento, Franco Battiato – Il lungo viaggio arriva in prima visione su Rai 1 il 1° marzo, di fatto consacrando Aita, con un clamoroso ritardo, al suo primo vero ruolo da protagonista. Dopo titoli come La prima linea, Questo nostro amore, La mafia uccide solo d’estate, Primadonna e La legge di Lidia Poët, negli ultimi anni la sterzata: prima il meraviglioso Sandrino di Parthenope, poi il giovane Franco che impara a essere il monumentale Battiato. Quello partito dalle balere e dall’avanguardia feroce degli anni Settanta, che è insieme tutto e il contrario di tutto: l’innovatore ostinato di Fetus e Pollution, il tiktoker ante-litteram di Centro di gravità permanente, l’eterno figlio e l’uomo d’inafferrabile altitudine spirituale che studia l’arabo mentre cerca Dio e allena il corpo al volere della mente, passando dalle manovre di svenimenti simulati per sottrarsi alla leva militare, alla decisione di scrivere un album commerciale di sole hit.
Il momento in cui Battiato accoglie il fantasma dei soldi e del successo è forse il punto in cui Aita lo incontra davvero, in un luogo che fatica a raccontare. Perché se gli chiedi com’è andata, lui una risposta non ce l’ha. Parla di concentrazione gurdjieffiana e di energie, sembra perdersi nella Tunisi vissuta dall’altro per poi, come lui, tirare improvvisamente fuori La voce del padrone. Ed è inevitabile che un’idea di fede attraversi questa conversazione. D’altronde, per Aita non c’era altro modo di avvicinarsi a chi, per tutta la vita, ha cercato un contatto con ciò che non si vede.
Non far incazzare il pubblico era già difficile, ma tu stai esagerando. Non trovo commenti negativi sulla tua interpretazione.
Mio fratello mi ha detto la stessa cosa, ma il film bisogna ancora darlo in pasto al grande pubblico di Rai 1, che è probabilmente più feroce. È anche vero che al cinema sono andati i veri affezionati di Franco, e quello era il pubblico che più mi spaventava.
Come si gestisce questo tipo di aspettativa?
Io sono cintura nera di abbassamento delle aspettative, ma in questo caso erano altissime. A un certo punto credo di aver fatto in modo che le cose peggiorassero. Ho iniziato a lavorare in maniera così fanatica sul personaggio, che se fosse venuta fuori una cagata avrebbero detto: “Non solo hai rotto il cazzo per sei mesi della tua vita parlando come Battiato e andando in giro vestito come lui, ma hai fatto pure schifo”.
O tutto o niente.
Esatto. O faccio un tonfo davvero bruttissimo, oppure sarà la cosa più bella che ho fatto in vita mia. E fino ad oggi, personalmente, la sento come la cosa più bella che ho fatto in vita mia.

Dario Aita sul set di ‘Franco Battiato – Il lungo viaggio’. Foto: Lorenzo Silano
A 22 anni, nelle prime interviste per La prima linea e Il segreto dell’acqua, sognavi una trasformazione completa. Questa lo è stata?
Non parlerei di trasformismo perché è un termine tecnico, mentre qui è successo qualcosa di più difficile da spiegare. Ha a che fare con l’accoglienza di un’energia che arrivava da non so dove. Nel momento in cui devi raccontare qualcuno che ha passato tutta la vita a cercare un contatto con ciò che non si vede, o fai entrare nel lavoro quelle dinamiche lì, oppure secondo me non esce niente.
La tensione di Battiato verso un’idea di provvidenza è qualcosa di invidiabile, soprattutto se non ti appartiene. È quello di cui parli?
Sì, perché la fede è un concetto molto vasto. Per cecità e per abitudine, noi lo limitiamo a un Dio cattolico, a una religione monoteista e alcuni rituali. La fede che aveva Battiato era trasversale e vicina a certi mistici del Trecento, che poi venivano condannati dall’Inquisizione per aver veicolato messaggi panteisti. Dicevano che siamo noi a contenere il divino, perché Dio è in ogni cosa.
Tu in cosa credi?
Io ho molta fede in ciò che non vediamo e non conosciamo. Ho un passato da grande cinico materialista, sicuramente non sono un cattolico e sono un convinto anticlericale. A un certo punto ho avuto una grande curiosità per Gesù Cristo e per la rivoluzione del messaggio evangelico, ma la questione del figlio di Dio mi sembra irrilevante.
Nel film sei tu a cantare ogni brano di Battiato. Il risultato è impressionante, oltre le aspettative.
Anche per me è stato impressionante. Io non ho mai cantato in pubblico, mi imbarazza. Lo faccio per gioco al karaoke, ma ho sempre pensato di cantare male.
Cavallo di battaglia?
Perdere l’amore di Massimo Ranieri.
Il must have dei disperati.
(Ride) Io ho una disperazione latente che mi accompagna. Quando per il selftape ho fatto Prospettiva Nevski è arrivato un suono che non pensavo di avere. Per i provini dal vivo, invece, ho portato Stranizza d’amuri e L’ombra della luce, un pezzo che nel film non c’è. Penso il più bello che Franco abbia mai scritto. Non lo conoscevo, mi ha ucciso. Da quel momento in poi non l’ho più riascoltato.
Perché?
Per l’altezza. Mi devasta, mi risulta intoccabile. Non c’è mai un momento che mi sembri talmente sacro da ascoltarlo.

Aita nei panni di Battiato. Foto: Lorenzo Silano
La nascita di tua figlia arriva tra Parthenope e Il lungo viaggio. Con Sandrino torni dove fa più male, alla giovinezza perduta, per riviverla e poi lasciarla andare. Con Battiato torni alle origini, per diventare adulto e smettere di essere figlio. Questo ha fatto a pugni con la tua vita?
È talmente bella la tua domanda che vorrei non rispondere niente, va già bene così.
Proviamo. Cos’è che ti commuove di più?
La fine della gioventù. Mi muove e mi commuove terribilmente. È stato un tema di analisi costante, molto prima che nascesse mia figlia. Quando ho girato Parthenope era davvero il momento di affrontare un personaggio che, con grande coraggio, dice addio all’adolescenza.
Lo sentivi già tuo dal provino?
Con Sorrentino non ti mandano la scena, tu arrivi lì e hai cinque minuti per leggerla. In quei cinque minuti mi si è aperto un mondo di cose che mi risuonavano dentro. Ho fatto il provino soltanto con la casting Annamaria Sambucco e con Massimo Apolloni. La scena era già commovente solo leggendola. Annamaria era molto commossa, e lo ero anche io.
Hai capito di potertela giocare?
No, zero. Un provino con Sorrentino, un film ambientato a Napoli… ma figurati. Sono tornato a casa e non ci ho mai più pensato. È una mia abitudine. Solo due volte non ho preso le distanze, e una delle due è stata terribile, deleteria.
Vuoi dirmi che film era?
Sì, Non essere cattivo. Il ruolo di Borghi. Ho fatto il provino con Luca, lui era già stato scelto, stavano cercando l’altro. Non c’erano ragioni per cui io ci credessi così tanto, ma ci ho creduto davvero. Poi io uscii dal provino ed entrò Borghi.
Ahia. Sorrentino però ti ha richiamato.
Sì, a un certo punto mi richiamano per il callback, arrivo e trovo Paolo Sorrentino dietro uno schermo. Sta guardando il mio provino della volta precedente, davanti a me. Mi dice: “Ah, sei bravo. Sei troppo bravo. Mi dispiacerebbe prenderti”. Allora gli rispondo: “Vabbè, se vuoi posso fare meno”. Esco da lì con l’idea che non mi avrebbe mai preso, poi arriva un altro callback. Stavolta siamo io, Celeste Dalla Porta e Daniele Rienzo. Capisco che il livello inizia a salire. Alla fine Paolo ci dice: “Vabbuo’, io vi avrei preso”.

Foto: Sara Sabatino; Press & Styling: Other srl Agency; Total look: Calvin Klein; Location: Village Studio Roma
Lavorare con Sorrentino è stato come ti aspettavi?
Dirò una banalità: penso che a conoscere i propri miti ci sia sempre da perdere. Ma Paolo è uno che gestisce molto bene il proprio mito, è bravo a mantenere una buona dose di mistero.
L’altro provino che ti ha coinvolto troppo?
Quello per Battiato, ma qui mi è andata bene. Uscito da lì ho avuto settimane di ossessione totale, pensavo: “Devo assolutamente farlo io, se non lo faccio io sono degli imbecilli”.
Eppure Renato De Maria ti aveva già battezzato.
Con questa siamo a tre volte. Primo film, La prima linea. Prima serie, Il segreto dell’acqua. Primo protagonista assoluto, Il lungo viaggio.
Quando è uscita la notizia, per noi era ovvio che fosse Dario Aita a interpretare Franco Battiato. Invece?
Invece Renato, come tutte le persone molto intelligenti, è anche una persona con molti dubbi. Mi ha sempre detto che quando ha visto il selftape ha pensato subito che fossi io, ma sentiva l’esigenza di continuare a cercare, perché era una grossa responsabilità. Però qualcosa era già successo. Al provino lui non mi parlava come se io fossi Dario, e io non gli parlavo come se fossi Dario.
Sei da un’altra parte quando provi a spiegarlo, lo sai?
Perché è difficile da spiegare, ho il timore di sembrare sciocco. Quando abbiamo iniziato a girare è stata un’escalation incontrollabile. A un certo punto nessuno sul set mi chiamava più Dario. Non solo mi chiamavano Franco, ma mi parlavano come se fossi lui, mi dicevano delle cose che lo riguardavano, aneddoti, racconti di quando avevano visto quel concerto. Era un’estremissima allucinazione collettiva, e il mio lavoro si basa su questo. Sulla fede che quello che sta accadendo, in qualche modo, abbia qualcosa di vero.
Lo sguardo, gli accenti, le mani, il profilo. In alcune scene siete indistinguibili. Neanche questo sai spiegarti?
Non voglio deresponsabilizzarmi, ci ho lavorato moltissimo e mi prendo i miei meriti. Ma sono due strade che si incontrano: una non è spiegabile, perché sono energie che arrivano. L’altra riguarda la necessità di accoglierle in una maniera gurdjieffiana, ovvero con una concentrazione massima. E la mia concentrazione, per mesi e mesi, è stata esclusiva. Io non ho ascoltato nulla, non ho visto nulla, non ho letto nulla che non riguardasse quello che dovevo fare.

Dario Aita in ‘Il lungo viaggio’. Foto: Lorenzo Silano
Su qualcosa ti sei bloccato?
Sulle canzoni e nelle registrazioni in studio. Dovevo convincere il mio corpo che ero in grado di farlo. Avevo già capito di poter rievocare quel suono, ma continuavo ad averne paura. Così, mentre loro si aspettavano che io cantassi come Franco, io arrivo in studio la prima volta e gli dico: “Ok ragazzi, iniziamo dalla canzone che mi viene peggio. Almeno verrà una merda, lo saprete, e inizieremo a lavorare su questa roba con il massimo dell’umiltà”. Faccio L’era del cinghiale bianco, per me la più difficile.
E?
E viene fuori una merda. Apro la porta e li vedo cadaverici, leggo nei loro occhi: “Abbiamo sbagliato tutto”. Quella cosa mi ha liberato tantissimo. Dovevo toccare la possibilità di fallire, e non illudermi che tutto sarebbe andato bene perché ero benedetto da chissà chi.
Stai considerando la possibilità di farti una permanente nella vita reale?
(Ride) Credo sia il pensiero più lontano dai miei pensieri.
Comunque, fra tutti i romantici della porta accanto che hai interpretato, con Battiato tiri fuori una malizia diversa, non classificabile.
È vero. E mi ha divertito molto, perché era una delle prime volte in cui non dovevo affrontare il classico filone rosa. Solitamente i personaggi maschili si dividono in due tipi: il maschio alfa, “tratto male le donne, però sotto sotto sono un tenerone e si innamorano tutte di me”, un’idiozia che ancora non è tramontata dagli anni Novanta. E poi c’è quello dolce che però non ha la verve giusta, “è l’uomo perfetto, ma amo quello stronzo”. Ecco, io molto spesso facevo lui.
Ora non so come dirti che sei quotatissimo per diventare lo Hugh Grant della rom-com italiana.
Però io faccio Colin Firth, no?
Piuttosto facciamo un appello al filone politico, che mi sembra molto tuo.
È il motivo per cui ho iniziato a fare questo lavoro. Al liceo ero politicamente molto impegnato, ho approcciato a questo mestiere con Ken Loach, i fratelli Dardenne e l’idea di un cinema sociale che era un faro. Puoi immaginare cosa abbia significato per me La prima linea. Pensavo: questo è il mio destino. All’inizio non volevo fare Tv, non volevo un agente, ero un po’ snob. Poi c’è stato un altro percorso.

Aita nei panni di Battiato. Foto: Lorenzo Silano
È cambiato anche il tuo rapporto con i soldi?
Forse sta cambiando adesso che ho una figlia. Prima, sia che ne avessi pochi o che ne avessi molti, li sperperavo. C’erano periodi in cui vivevo con cinquanta euro a settimana, ospite in casa di persone. Poi ho iniziato a fare Tv e a guadagnare, ma li spendevo quasi tutti e mi ritrovavo a lavorare nei bar. In analisi me lo sono chiesto: perché vuoi tornare povero? Credo abbia a che fare con il senso di colpa. Se ci pensi, forse non vuoi averli.
Perché se non li avevi ma poi riesci a farli, subentra un certo imbarazzo.
Non voglio entrare nella retorica del ragazzo povero che si è fatto da sé, ma un po’ di senso di colpa rimane sempre. In questo senso Battiato mi ha aiutato, mi ha fatto fare pace con il mio desiderio di successo e di soldi.
Possiamo dire che, tra Sorrentino e Battiato, inizi a stare dove devi stare. È un’attesa che hai sofferto?
Ti dirò qualcosa di vero: io sono una persona che si accontenta. Pochissime volte ho sofferto per dei risultati non raggiunti o nel chiedermi: “Perché non sono dove dovrei essere?”. Ho abbandonato spesso la volontà, ho lasciato che nella mia vita le cose accadessero. Dentro di me, però, c’era sempre un’altra roba che scalpitava. Quello è il fantasma che vuole il successo.
Parli di soldi e successo, gli indicibili.
Perché è anche questo. Il riconoscimento del grande pubblico, essere amati, vedere il tuo lavoro fruito da tante persone, legato a qualcosa di grande e di alto. Questo vuoto incolmabile che abbiamo noi esseri umani, e noi attori ancora di più, in certe circostanze sembra trovare un po’ di quiete. E quando è uscito il film su Franco ho sentito che tutto quello che avevo provato, attraversato e dato – non so a chi – finalmente era arrivato. Era tornato indietro.
La voce del padrone nasce dallo stesso desiderio.
Infatti per me è stata emblematica la scena che ho portato al provino, quando Franco dice: “Io da oggi ho deciso di fare successo”. Sono stato sempre quello del “perché dovrei fare il protagonista? Non ho quel carisma”. Ma per la prima volta in vita mia sono andato lì e quella battuta aveva il senso reale del mio presente. Era Dario che diceva: sono qui e farò questo ruolo, perché voglio questo successo.

Foto: Sara Sabatino; Press & Styling: Other srl Agency; Total look: Calvin Klein; Location: Village Studio Roma















