Avremmo sempre dovuto ascoltare Ursula K. Le Guin | Rolling Stone Italia
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Avremmo sempre dovuto ascoltare Ursula K. Le Guin

E Joan Didion, e Carla Lonzi. Scrittrici e pensatrici del secolo scorso riscoperte solo in tempi recenti, soprattutto dal pubblico femminile. E che descrivono il presente in modo lucidissimo

Ursula K. Le Guin

Ursula K. Le Guin

Foto: Anthony Pidgeon/Redferns

C’è un percorso dal basso, di elaborazione culturale, che negli ultimi anni ha preso forma attorno a tre autrici che provengono saldamente dal Novecento e che nel Novecento stesso sono state sottovalutate. Un movimento capace di dare forma a un pensiero sanamente egemonico. Si tratta di tre autrici che oggi rappresentano un bagaglio di viaggio fondamentale per ogni Under30, e in particolare per ogni giovane donna. Si tratta di Joan Didion, Carla Lonzi e Ursula K. Le Guin. Tre donne e tre autrici diversissime, ma compatte e coese nella lettura che oggi le nuove generazioni danno del loro lavoro, oggi riportato alla luce e fatto risplendere come mai forse prima era avvenuto.

Joan Didion è stata per anni principalmente la moglie di John Gregory Dunne, uno dei più importanti romanzieri, reporter e sceneggiatori americani di cui troppo poco si è ancora tradotto in Italia. Nota per i suoi reportage su riviste patinate e per il lavoro nel cinema a quattro mani con il marito, Didion viene davvero riconosciuta come autrice solo nel 2004 con il memoir L’anno del pensiero magico. Da allora è partita una lenta e carsica riscoperta dei suoi lavori, che hanno pochi eguali nel raccontare la politica e la società americana a partire dagli anni Settanta. Il suo corpo esile e fragile degli ultimi anni di vita (Didion scompare nel 2021 a 87 anni) rappresenta e restituisce una forza e una determinazione incredibili, nonostante le tragedie famigliari che hanno costellato la sua vita, una fiducia estrema nella scrittura come elemento trasformativo (e per lei in alcuni casi unico), dell’esistenza.

Carla Lonzi, dopo un lungo periodo di dimenticanza che è apparso più che altro di rimozione, ritorna potentemente all’interno del discorso pubblico, dopo anni di riduzione del suo pensiero a una nicchia di studiosi e cultori. Oggi si piange con eccessiva drammaticità l’assenza dalle librerie di un romanziere fondamentale come Philip Roth di cui pure tutto è disponibile nelle biblioteche, ma nessuna veste fu stracciata per l’assenza di Carla Lonzi dalle librerie (e anche da molte biblioteche) che è durata circa dieci anni, dalla chiusura della gloriosa casa editrice Et al. fino alla ripubblicazione per le rinnovate edizioni de La Tartaruga, per merito di Elisabetta Sgarbi.

Ma è forse Ursula K. Le Guin che oggi, più di tutte, rappresenta un riferimento per le nuove generazioni, confinata da sempre nel genere fantascientifico con tutta la poca considerazione che da sempre – sopratutto in Italia – esso si porta con sé. Oggi, Le Guin è stata totalmente riscoperta come autrice e soprattutto come pensatrice. La profondità e la stratificazione dei suoi testi la pongono sulle vette della letteratura del Novecento. Una riscoperta va detto sopratutto italiana, dove la cultura vive da sempre il ritardo retrogrado di un discorso sempre particolarmente elitario e classista.

Le Guin diviene il punto di coesione tra lo sguardo tecno/eco femminista di Donna Haraway e quello filosofico politico di Judith Butler. Una letteratura capace di dare corpo a mondi immaginifici che mischiano elementi antropologici a studi di fisica. Un po’ approssimativamente, l’ambito letterario di Le Guin viene definito come fantasy, ma in realtà i suoi libri aprono sul corpo vivo dei suoi personaggi una finestra diretta sul futuro, che si palesa davanti agli occhi dei lettori con un livello di complessità e di stratificazione tanto sorprendente e appassionante quanto godibile. Nulla per Le Guin può e deve essere escluso dal discorso letterario, dall’antropologia alla biologia, dalla poesia alla storia. Un miscuglio sicuramente difficile da governare e che infatti Le Guin decide di non governare, ma di liberare sulla pagina con esiti assolutamente eccezionali.

«L’unica cosa che rende la vita sopportabile è non sapere che cosa verrà dopo» dice Ursula K. Le Guin, e forse la stupirebbe sapere che quello che è venuto dopo è stato un successo trasversale della sua letteratura capace di colpire al cuore le giovani generazioni. In Italia si assiste alla ripubblicazione delle sue opere nei tascabili degli Oscar Mondadori a partire da La mano sinistra del buio nel 2021, fino al ciclo Terramare e a Sempre la valle, considerato tra i suoi massimi capolavori. Non di meno sono stati portati in volume, per la cura e la traduzione di Veronica Raimo, i suoi saggi con il titolo de I sogni si spiegano da soli (Sur Edizioni).

Una presenza in libreria che compete con quella di Philip K. Dick, ma che più ancora di Dick – pur inserito e in un certo senso “ricomposto” nei Meridiani Mondadori – Le Guin sembra avere una capacità di penetrazione nei pubblici in maniera più incisiva e in un certo senso contemporanea. Non ci si avvicina a Le Guin per il fantasy e per la sua appartenenza al genere. Non ci si avvicina per l’avventura e la costruzione di mondi immaginifici che pure ci sono e in maniera generosa, originale e straordinaria, ma per la sua capacità di trasmettere il senso del presente con il suo carico di ansie e di paure generato da un mondo in via di disfacimento, sia ecosistemico che politico.

Joan Didion, Carla Lonzi e Ursula K. Le Gui,n pur nelle loro evidenti differenze, ma anche in virtù dei non pochi punti di connessione, rappresentano una voce che per troppo a lungo è rimasta non solo inascoltata, ma lasciata cadere come ininfluente, minore e lontana da ogni possibilità d’impatto sulla realtà. Recuperare il pensiero e il lavoro di queste autrici rappresenta una delle parti migliori dell’attuale, bistratta e disastrata società. Uno sforzo compiuto quotidianamente da chi se ne prende cura pubblicandole e portandole nelle librerie e nelle biblioteche così come da chi si dedica alle loro pagine ricercando quella voce di donna da cui troppo spesso il Novecento – sempre esageratamente rimpianto – ha pensato di poter fare a meno.

Egemonia così vuol dire sapere offrire delle risposte sostanziali alle domande che la contemporaneità pone, non solo fare un banale gioco di caselle: «Solly era stata una monella dello spazio, la figlia di un Mobil, passando da un’astronave all’altra, da un mondo all’altro. Aveva viaggiato per cinquecento anni luce ancor prima di compiere i dieci anni. All’età di venticinque anni s’era ritrovata nel bel mezzo di una rivoluzione su Alterra. Aveva imparato l’aiji su Terra e l’arte del pre-pensiero da un vecchio Hilfer su Rokanan, aveva completato in fretta le scuole su Hain ed era sopravvissuta a una missione come osservatrice su Kheakh, posto terribile e morente, saltando in questo modo un altro mezzo millennio quasi alla velocità della luce. Era giovane ma aveva visto un sacco di cose», così si apre Il giorno del perdono di Ursula K. Le Guin, e così allo stesso modo queste monelle dello spazio sono arrivate fino a noi. Per restituire voce a sé stesse e ad altre monelle.