Negli anni ’60 l’India era uno dei poli simbolici della controcultura europea: un orizzonte spirituale e politico alternativo all’Occidente. In piena stagione psichedelica, giovani artisti e intellettuali guardavano a Oriente come a un nuovo modello anti-sistema. Il viaggio dei Beatles a Rishikesh nel 1968, l’introduzione del sitar nella musica pop da parte di George Harrison, l’interesse per l’induismo, il buddismo, la meditazione trascendentale. L’India diventa una presenza concreta nell’immaginario culturale europeo, una promessa di autenticità e trascendenza, un luogo in cui spiritualità e quotidianità sembrano convivere senza la frattura percepita in Europa.
Oggi, momento storico in cui la trascendenza viene raccontata dai Plastic Guru (cit. Damon Albarn), l’India è quotidianamente nei nostri feed sottoforma di simbolismo diluito e filosofia social. Ora che è così vicina, ha perso agli occhi di noi occidentali parte di quella sacralità lontana. Se la sua anima è rimasta la medesima, la lente con cui la guardiamo si è pian piano appannata. Ma, con una buona pulizia, è facile comprendere come mai l’India possa essere ieri come oggi un luogo di una potenza spirituale unica. Chiedetelo a Damon Albarn e Jamie Hewlett dei Gorillaz.
A Varanasi, Albarn ha immerso il corpo defunto del padre – artista che aveva trovato profonda ispirazione nella cultura Hindu proprio in quegli anni di spinta controculturale – nel Gange, per poi cremarlo nelle sacre pire funerarie del luogo. Ha seguito il tradizionale rito funebre, che si conclude con lo spargere le ceneri del defunto nel fiume. Tempo prima, invece, il suo sodale nei Gorillaz Jamie Hewlett era stato costretto a rimanere per mesi in India, a Jaipur, con la suocera in terapia intensiva. Viste le varie vicissitudini private, The Mountain, il nuovo album dei Gorillaz non poteva che nascere lì.
Il tema della morte è centrale in The Mountain anche perché i morti, qui, tornano per davvero. E lo fanno in modo palese, non muovendo oggetti per la stanza con l’intento di farsi notare, ma mettendoci la voce, parlandoci. Da Tony Allen a Dave Kolicoeur dei De La Soul, da Proof dei D12 (vi ricordate il collettivo di Eminem?) a Mark E. Smith dei Fall, da Dennis Hopper a Bobby Womack, l’album è una continua conversazione con l’ultraterreno. Non c’è solo Albarn che affronta la morte del padre (“la cosa più difficile è dire addio a qualcuno che ami” canta a ponte tra The Hardest Thing e Orange County), ma una serie di amici e solidali scomparsi che guidano la coppia Albarn e Hewlett verso una nuova consapevolezza della vita. «Per parlare di morte c’era bisogno di gente morta che ne sa più di me», ha spiegato Albarn.
L’India non è solo il contesto della rinascita dei Gorillaz dopo un periodo umanamente e musicalmente singhiozzante («il viaggio in India ha rappresentato l’apice di Jamie and Damon, Part Two. Riconciliazione e rinnovo delle promesse matrimoniali»), ma è anche lo scenario sonoro su cui Albarn costruire le 15 tracce dell’album. Registrato tra Mumbai, Nuova Dehli, Rahasthan e Varanasi (oltre che Ashgabat, Damasco, Los Angeles, Miami, New York e Londra), vanta la collaborazione di parecchi artisti indiani come Ajay Prasanna al bansuri, il flauto indiano, Anoushka Shankar al sitar, Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash al sarod, il The Mountain Choir, l’ensemble tradizionale Jea Band e le voci di Asha Puthli in The Moon Cave e quella di Asha Bhosle – figura cult di Bollywood – alla voce in The Shadowy Light. Un corpus che, insieme alla solita voce distorta di Albarn, e le solite drum machine minimali a bussare il tempo, crea una coerenza che conduce sulla retta via l’intera montagna di suono.
Ma non pensate a un disco pesante, tosto, cupo. Il clima generale di The Mountain, a livello musicale, è leggero e ballabile come i Gorillaz ci hanno abituato. Un disco coerente e compatto, come i Gorillaz non ne facevano da tempo, a stessa ammissione di Albarn e Hewlett che (a ragione) hanno dovuto scomodare Plastic Beach del 2010 – un altro album straordinariamente corale – come ultimo momento di reale allineamento creativo della coppia.
The Mountain non è però un disco di hit, come avevamo già inteso con i primi singoli pubblicati. Non immaginate di trovarci una Stylo o una On Melancholy Hill. Ma nemmeno brani cheesy come quelli che hanno ingrassato alcuni degli album precedenti. Albarn, infatti, riesce questa volta a dosare le proprie ambizioni, tenendo assieme il tema della morte, una certa gioia musicale che scorre tra i brani (The Happy Dictator, Orange County, The Manifesto, Damascus) e una line-up di artisti che, oltre a quelli già citati, spazia tra generi e geografie: dagli Idles a Omar Souleyman, da Johnny Marr e Paul Simonon (gli ex Clash già in tour con i Gorillaz proprio per Plastic Beach) ai sudamericani Trueno e Bizarrap, dagli Sparks al rapper americano Black Thought. C’è tanta vita in questo pop dell’aldilà.
Abbiamo amato, e da subito, i Gorillaz per la loro ambizione. Negli ultimi 15 anni, però, questa stessa ambizione era diventata croce e delizia per il duo che, spesso, si era accartocciato su se stesso perdendo di trama, narrativa. The Mountain ritrova tutto questo e lo si capisce dalla particolare ispirazione di Hewlett (guardate questo trailer per capire), che finalmente riprende aria dopo un periodo in cui la sua mano, fondamentale nella costruzione dell’identità della band, sembrava esser stata limitata dal compagno di squadra.
Forse non torneranno più i grandi slanci degli esordi, quell’imprevedibilità capace di conquistare anche le classifiche di Plastic Beach, ma i Gorillaz hanno finalmente trovato la loro maturità. Per farlo hanno dovuto scalare una montagna, bagnarsi nel Gange e guardare in faccia la morte. Per rinascere. Per fortuna, la vita, a volte, ti porta a fare tutto questo. Bentornati Gorillaz.














