‘Love Story’: la recensione della serie Disney+ di Ryan Murphy su John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette | Rolling Stone Italia
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‘Love Story’: gli anni ’90 sono stati più fighi (e più stron*i) di così

La nuova serie di Ryan Murphy su John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette funziona come favola, ma perde in cattiveria. E forse va bene così

‘Love Story’: gli anni ’90 sono stati più fighi (e più stron*i) di così

Sarah Pidgeon e Paul Anthony Kelly sono Carolyn Bessette e John F. Kennedy Jr. in ‘Love Story’

Foto: Hulu/Disney+

A un certo punto della biografia (ovviamente non autorizzata) di Gwyneth Paltrow uscita l’estate scorsa, si legge: «Una delle PR del piccolo team del marchio [Calvin Klein] che aiutavano Gwyneth era Carolyn Bessette. (…) Secondo una persona che conosceva bene il suo modo di pensare, Gwyneth la infastidiva. Quando sui giornali apparivano le foto di Gwyneth, Bessette, che la considerava una “Piccola Miss Perfettina”, faceva commenti taglienti su di lei». Gli anni ’90 sono stati molto fighi, ma anche decisamente più stronzi di quelli raccontati dalla serie che punta a sintetizzarli, o almeno a catturarne l’essenza estetica e il lascito nella cultura pop middlebrow-gay.

Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, appena arrivata su Disney+, è la nuova antologia di Ryan Murphy (qui solo produttore esecutivo). Ed è (dovrebbe essere) quello che hanno cercato di fare tutti malamente: raccontare Camelot tra pubblico e privato, che in quella famiglia, l’abbiamo capito, sono sempre stati indistinguibili, anzi intercambiabili. Da noi gli Agnelli non si possono toccare, da loro i Kennedy hai voglia, ma forse sarebbe sempre stato meglio non farlo. Non c’è film, serie, messinscena che abbia mai centrato davvero il punto. O forse solo due, ma di due maestri di epoche diverse che hanno usato/osato uno sguardo laterale: quello di chi indaga sull’omicidio del Presidente (JFK – Un caso ancora aperto del massimalista Oliver Stone) e quello di chi si sobbarca il lutto, cioè la First Lady (Jackie dell’astrattista Pablo Larraín). Nel primo il politico diventa privato, nel secondo il contrario. Ma c’è sempre una distanza di sicurezza. Sono due film teorici, che usano la cronaca per parlare di tutt’altro – pochissimo d(e)i Kennedy.

Ryan Murphy la distanza di sicurezza non sa che cosa sia. Se deve far capire al suo vastissimo pubblico che il secondogenito di JFK e Jackie (le persone, non i film) era un figo, per prima cosa farà vedere il suo culo che sobbalza sul sellino della bici. John John e Carolyn fighissimi lo erano per davvero. Lui ci ha provato, a sfruttare quell’impossibile (per i Kennedy) differenza tra pubblico e privato, immaginando per la politica americana quello che più avanti, ma con ben diversa fotogenia, sarebbe riuscito forse solo a Trump (e in questo senso, la extravaganza del cugino Robert F. Kennedy Jr., ora in forze governative, sta a cancellare irreversibilmente il gap). Lei ha inventato (insieme a Gwyneth Paltrow: per questo la infastidiva) quel minimalismo metropolitano che, a colpi di Calvin Klein e Donna Karan (e Prada come importazione da diavole in disguise), ha cambiato i guardaroba delle ragazze – e il volto delle riviste patinate.

Erano bellissimi, sfigatissimi (sapete come è andata a finire, come per quasi tutti i Kennedy) e anche un po’ cattivi. O almeno li si poteva immaginare (anche) così. Ma questa è una Love Story, e quella dei Kennedy è, ancora oggi, la più bella favola da raccontare, tramite bigino semplificato, alle generazioni che John John e Carolyn manco sanno chi siano. Come quei due matti di Cathy e Heathcliff diventano, nel Cime tempestose di Emerald Fennell, i protagonisti della “più grande storia d’amore” (come da furbissima campagna marketing, che sta fruttando assai al box office), così Kennedy e Bessette sono il prince charming e la Raperonzola che lo attende nella sua torre al Village, uniti verso uno sfortunato destino.

FX's Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette | Trailer Ufficiale | Disney+ Italia

La Carolyn di Sarah Pidgeon (corretta) lascia qua e là intravedere la mean girl che tramandano certe cronache. Ma il John di Paul Anthony Kelly (molto elordeggiante) sembra fin troppo specchiato: figlio di uno che secondo i complottisti avrebbe, tra le altre cose, ucciso Marilyn, si scandalizza per un po’ di cocaina e fa la morale agli amici della fidanzata Daryl Hannah (perfetta Dree Hemingway, e perfetto questo cortocircuito tra clan americani che hanno costituito il Novecento pop). Peggio di lui solo Jackie (Naomi Watts, un po’ fuori posto): non v’è traccia della Bel-Ami(e) di un tempo, qui ci sono solo pentimento e massime catechizzanti. E in questo senso, è tutto un po’ troppo visto con gli occhi di oggi. Per dire: lo scandaletto omofobico sollevato da Marky Mark ai danni di un collaboratore di Madonna è gestito come un caso di crisis managament dell’epoca social.

“Il successo non è così trionfale quando tutti da te se lo aspettano”, dice Jackie la censora al figlio. Ma pare un mantra che Ryan Murphy ripete ormai a sé stesso. Solo negli ultimi quattro mesi, sono uscite prima di Love Story cinque sue produzioni (Monster – La storia di Ed Gein, 9-1-1, 9-1-1: Nashville, All’s Fair e The Beauty), tutte variamente premiate dal pubblico. Ormai non ci si aspetta più nulla da quello che è – lo scrivo sempre – il Teodosio Losito d’America, e forse per questo gli va tutto bene, beato lui. Con la differenza che Losito è rimasto stronzo fino alla fine: qui persino le avvocatesse di Kim Kardashian e compagnia (l’irresistibile guilty pleasure della stagione) son molto meno cattive di quel che sembra.

Ma si sente che il materiale di Love Story gli interessa, quantomeno culturalmente, più dei serial killer e del legal empowerment. E se le prime foto posate dei protagonisti erano state criticate dai puristi per sciatteria (costumi troppo cheap, trucco e parrucco da Bagaglino) al punto che Murphy stesso le aveva levate dai suoi profili social, la resa finale nella serie è piuttosto accurata: i vestiti, gli ambienti, l’illusione dell’editoria come gioco che sarebbe durato per sempre, le canzoni (Peter Gabriel, Björk, Primal Scream, Mazzy Star, Beastie Boys, Portishead, eccetera). Certo per ora – si son viste solo le prime tre puntate su nove totali – è tutto fin troppo fiabesco, smagliante, ottimista. New York è linda e i paparazzi gentili. Ma questa è una Love Story, mica la (stronza) realtà.