Un concerto dei Wednesday è un’esperienza viscerale | Rolling Stone Italia
tempesta perfetta

Un concerto dei Wednesday è un’esperienza viscerale

E lo sa chi c’era ieri all’Arci Bellezza di Milano dove distorsioni e urla laceranti hanno scatenato dei pogo selvaggi, qualche lacrima e un “piss count”. Il report

Un concerto dei Wednesday è un’esperienza viscerale

I Wednesday all'Arci Bellezza a Milano

Foto: Federico Marinaccio

Se avete una certa familiarità con la musica rock proveniente dal Sud degli Stati Uniti è probabile che conosciate il concetto di dualità sudista, così come è stato espresso dai Drive-By Truckers in Southern Thing: “Orgogliosi della gloria, guardiamo con disprezzo la vergogna”. O almeno così era conosciuto fino a prima che arrivassero i Wednesday, eredi spirituali dei Truckers, direttamente da Asheville, North Carolina.

La band, capitanata da Karly Hartzman, è considerata oggi la punta di diamante del nuovo Southern rock di cui fanno parte anche il chitarrista del gruppo MJ Lenderman, ormai lanciato nella carriera solista, Waxahatchee, Jason Isbell e Snocaps. La differenza, rispetto ai padri fondatori del genere, è che i Wednesday prendono la dualità sudista e l’accartocciano per farne una crasi concettuale che mostra come possa esserci gloria anche nella vergogna. Hartzman prende tutte le situazioni di disagio più imbarazzanti che ha visto e le mescola insieme ai racconti del Sud dei suoi scrittori preferiti, per farne dei monumenti gloriosi, delle cattedrali di chitarre e urla nel deserto. Ecco, le chitarre distorte vorticanti e le urla lancinanti sono i due elementi chiave del concerto dei Wednesday, che si è tenuto ieri sera all’Arci Bellezza di Milano, come unica tappa italiana del loro tour a supporto di Bleeds, album uscito lo scorso autunno e acclamato quasi all’unanimità dalla critica.

Il suono dei Wednesday lo sentiamo arrivare forte e chiaro fin dall’incipit del concerto. È quello delle chitarre sibilanti di Reality TV Argument Bleeds, le stesse che aprono il disco, simulando le urla che escono dalla tv spazzatura dei reality show e “sanguinano” attraverso il pavimento della casa d’infanzia di Hartzman. Si tratta di un’apertura perfetta che viene ripetuta tutte le sere perché serve a stabilire l’ambientazione del live, il setting delle canzoni o, come ha spiegato meglio Hartzman, il loro stato d’animo, legato alla sua camera da letto adolescenziale.

Quest’atmosfera è evocata anche da un dettaglio della scarnissima scenografia presente sul palco, solitamente decorato con una gran quantità di bambole provenienti dalla collezione privata di Hartzman, che questa volta, invece, si è portata dietro soltanto un piccolo cane-peluche poggiato sull’amplificatore. Si tratta di un piccolissimo dettaglio che in realtà racchiude in sé tutta l’estetica sonora dei Wednesday: stravagante, caotica, a tratti dolce e al tempo stesso inquietante, ma in ogni caso sempre profondamente empatica.

Foto: Federico Marinaccio

Qualcuno l’ha definito countrygaze o countrynoise: in pratica, un muro di nebbia shoegaze all’interno del quale si innestano – e a volte prendono il sopravvento – alternativamente, melodie più dolci e countryeggianti, urla catartiche o riff di chitarra fangosi e “piscianti”. Sì, avete letto bene. Le linee di chitarra dei Wednesday dal vivo seguono percorsi tortuosi e traiettorie controintuitive come quelle di una pisciata per strada, zigzagando in maniera inaspettata fino a lasciarti una chiazza di piscio sull’anima. Lungi dall’essere un’offesa, si tratta di un’esperienza viscerale che va di pari passo con il vernacolo di Hartzman, che spesso cita liquidi corporei nei suoi testi, con una predilezione per sangue, urina e vomito. Qualcuno nel pubblico sostiene che la pipì sia in vantaggio e propone addirittura un “piss count” per tenerne il conto.

Per il vomito, invece, c’è chi beve fino a sboccare a casa dei genitori e chi lo fa nel mosh pit dei Death Grips. Quest’ultimo è Xandy Chelmis, il ragazzo barbuto seduto accanto a Karly sul palco, giustamente considerato una delle armi segrete del gruppo. Ispirato da Wilco, Jason Molina e Spongebob (!) – che vi devo dire, oggi va così – è lui a suonare le due steel guitar della band, come se fossero le sue due anime, alternando un uso rivoluzionario e distorto della lap steel, nei brani più chiassosi, a uno più tradizionale della pedal steel in quelli più country. Tra i primi, la palma del rumore spetta al caos organizzato di Bitter Everyday con un ritornello omaggio a Easy’s Gettin’ Harder Everyday di Iris DeMent. Tra gli ultimi, invece, la menzione d’onore va a Phish Pepsi. Sì lo so, si potrebbe organizzare anche un “Pepsi count” contando Gary’s II, ma lasciamo stare che la situazione qui è già sfuggita di mano: Karly si dimentica le parole del brano e scoppia a ridere, mentre la band trasforma il circolo Arci milanese in un saloon, con tanto di richiamo a Gettin’ Happy di Dolly Parton. Del resto, la stessa Hartzman è stata definita «una Dolly Parton gotica» dalla cantante dei Mannequin Pussy: niente abiti scintillanti, seno in bella vista o parrucca per lei, ma pantaloni larghi, maglietta di un fast food del gelato – ve l’ho detto che oggi va così – e capelli naturali tagliati con le forbici della cucina.

L’altra arma segreta del gruppo, il chitarrista MJ Lenderman, invece, purtroppo sul palco non c’è. Da quando lui e Hartzman si sono lasciati, Lenderman ha smesso di andare in tour con la band per dedicarsi al suo progetto solista. La sua assenza è tutta concentrata nei tre minuti acustici di Formula One dove Hartzman cita una poesia di Richard Brautigan intitolata L’amore non è il modo giusto di trattare un amico, il cui ultimo verso dice: “Ci sono tante cose migliori per te che vedere i tuoi sentimenti venduti come lanterne magiche a qualcuno il cui corpo non emana alcuna luce”. E così abbiamo fatto sanguinare anche il cuore.

Fortunatamente, in sostituzione di Lenderman alla chitarra solista c’è l’ottimo Jake “Spyder” Pugh che, pur avendo un suono meno tradizionale e più weirdo – la scarpa da bambino appesa al manico è emblematica – non ha fatto rimpiangere l’originale. A completare la formazione, infine, Ethan Baechtold al basso e Alan Miller alla batteria, abilissimi nel non far collassare le canzoni sotto il peso delle chitarre, tenendo in piedi una parvenza di struttura. Struttura che, in realtà, in molti casi non c’è, perché le canzoni dei Wednesday si sviluppano per lo più come strade tortuose, con accelerazioni improvvise, brusche frenate e momenti di stasi prima dell’uragano Karly. Se in studio questi cambi di tempo si possono sempre aggiustare, riprodurli dal vivo non è affatto facile. Ma la band è in grado di eseguirli senza troppe sbavature, a dimostrazione della maturazione tecnica dei singoli elementi e della loro alchimia come gruppo. Il loro sound è ancora più feroce e fragoroso che su disco, una tempesta perfetta.

Ciò nonostante, il tratto più distintivo della band dal vivo rimane comunque la voce di Hartzman, capace di spaziare dal twang allo screamo, con tutto ciò che ci sta in mezzo. Paradossalmente, le parti cantate nella sua tonalità naturale sono quelle che la mettono più in crisi perché lì la sua voce è più nuda. Il singolo Elderberry Wine ne è l’esempio più eclatante; del resto, lo dice il brano stesso che le canzoni più dolci sono un inganno.

Foto: Federico Marinaccio

Le parti urlate, invece, dove Hartzman supera la sua estensione vocale, sono quelle che suonano più oneste e viscerali: in Got Shocked la cantante racconta di un incidente in cui è rimasta folgorata per diversi secondi durante le prove della band. In un certo senso è come se fosse rimasta dell’elettricità intrappolata dentro di lei, che viene risputata fuori un po’ alla volta nei ritornelli di Fate Is o nei finali di Townies e Pick Up That Knife, dove la voce quasi si sgola tentando di inseguire le raffiche di chitarre fluttuanti.

Altre volte, Hartzman sembra quasi trattenersi apposta. Il motivo – lo scopriremo poi – è che deve preservare la voce per il finale del concerto. Nessun encore, ci avvisa. Solo due ultimi brani tenuti insieme da un lungo urlo a fare da ponte. Prima Bull Believer, un pezzo monumentale di otto minuti in cui Hartzman esorcizza la morte di un suo caro amico paragonandola a quella di un toro della corrida. La cantante ha dichiarato che la canzone è così lunga proprio perché ha bisogno di prepararsi alla catarsi dell’urlo finale. Ci invita a seguirla, ma è impossibile perché siamo di fronte a una cosa così potente e straziante da lasciarci tutti quanti ammirati, sudati, innamorati e stanchi. Difficile credere che possa fare una cosa del genere tutte le sere. Eppure, subito dopo si strappa di nuovo la laringe con Wasp, quasi un post-scriptum del brano precedente: un brutale urlo punk-hardcore di un minuto e mezzo, su cui si scatena l’ultimo pogo selvaggio del pubblico, fortunatamente senza il vomito di nessuno.

Hartzman ha raccontato che quando doveva fare l’urlo di Bull Believer per la prima volta, aveva pensato di guidare fino in mezzo al nulla per provarlo da sola in uno spazio aperto, ma poi alla fine l’aveva registrato in una sola ripresa in studio, mentre i suoi compagni erano di sotto a giocare ai videogiochi. Quella ritrosia ora è completamente sparita.

La performance finale di Wasp oggi non ha più paura di niente, non è solo una prova molto più matura e consapevole, è la gloria che sanguina fuori dalla vergogna. Casualità è anche una delle rare occasioni in cui Hartzman rivolge le sue capacità di osservazione verso l’interno. Forse ha capito che puoi urlare quanto vuoi, ma nessuno verrà a salvarti se non ti salvi prima da solo.

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