Battiato è ancora una domanda aperta | Rolling Stone Italia
Ritratto dell’artista di spalle

Battiato è ancora una domanda aperta

La mostra al MAXXI non riduce l’artista a una serie di didascalie, ma riproduce la lieve vertigine che si prova ascoltando la sua musica. Un giro fra le stanze di “Un’altra vita”

Battiato è ancora una domanda aperta

Franco Battiato

Foto: Alessio Pizzicannella/Fondazione Franco Battiato

Accedere alla mostra di Franco Battiato al MAXXI di Roma significa accettare subito un patto un po’ crudele e molto battiatesco: non capirai tutto, sentirai più cose contemporaneamente, ti verrà voglia di fermarti e di fuggire allo stesso tempo e, alla fine, ne uscirai con la sensazione netta che la musica si sia giocata anche questa volta la sua chance di fare a meno della spiegazione della musica.

Appena superata la soglia, il primo gesto curatoriale è anche il più battiatesco possibile: non c’è una linea retta. C’è un campo magnetico. Le installazioni sonore lavorano in contemporanea, le sezioni con le foto in bianco e nero e poi a colori, le locandine dei concerti, i cappelli di astrakan si susseguono tutte come vasi non comunicanti solo in apparenza. Succede, museologicamente, quello che succedeva già nei suoi dischi migliori, dove le tracce si sovrapponevano, i piani temporali collassavano, le strofe di una canzone sembravano ritornelli di un’altra.

Così, al Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, i vinili sfondano lo spazio-tempo concesso alle didascalie e le stanze si echeggiano tra loro come se fossero orchestrate da un’unica grande mente in perenne attività. Hai un bel provare a seguire l’ordine di visita, prestando attenzione a un vecchio filmato RAI in cui Battiato risponde a un’intervista facendosi la barba e raccontando, con fascinaccio da Adrien Brody siculo, che a 7 anni aveva iniziato a studiare pianoforte, salvo poi farsi distrarre dal calcio; ecco che da una sala più in là, di prepotenza, arriva Voglio vederti danzare, e tutto è più confuso e più chiaro.

Foto: Cosimo Trimboli/MAXXI

Il bello di “Franco Battiato. Un’altra vita”, a cura di Giorgio Calcara con Grazia Cristina Battiato, è che non si capisce tutto. Un contributo audio a volte si impasta, le frasi si perdono, alcuni racconti diventano premonizioni lette al contrario e, viceversa, certe citazioni giovanili possono essere lette come epiloghi ante litteram. Ma è proprio lì che la mostra inizia a funzionare davvero: nel momento in cui ti rendi conto che l’incomprensione non è un difetto dell’allestimento, bensì una forma di fedeltà estrema. Battiato, come pochi altri talenti multidisciplinari in grado di attraversare musica, parola, immagine e pensiero come se fossero un’unica lingua madre, cosmopolita e indisciplinata, non è mai stato spiegabile fino in fondo; e ogni tentativo di ridurlo a una timeline, a una didascalia o a una voce fuori campo rischia di diventare immediatamente secondario rispetto a ciò che conta davvero: la musica messa in pratica, la pittura esposta in una casa al mare, la vibrazione fisica del suono, l’idea che l’opera preceda sempre il racconto dell’opera.

Esporsi al suono, alla sovrapposizione, all’errore percettivo, a quella leggera vertigine che prende quando troppe cose accadono nello stesso momento e tu sei costretto a rinunciare all’idea di controllarle tutte. È una regola che valeva per i suoi dischi, per le sue interviste, per i suoi silenzi. Ed è giusto che valga anche per una mostra che, più che raccontarlo, prova a stargli dietro.

I materiali d’archivio, i ricordi dei personaggi piccoli e grandi che lo hanno conosciuto e accompagnato, il disco di platino per La voce del padrone, funzionano solo apparentemente come cartelli stradali di questo viaggio. Il platino incorniciato, in particolare, colpisce per la sua ambiguità: certifica un successo clamoroso e insieme ne rivela l’assurdità. Perché Battiato è stato anche questo paradosso: un artista che ha portato nel cuore del pop italiano parole, immagini e ossessioni prese in prestito dalla mistica, dalle filosofie orientali, dall’ascesi, dalla disciplina interiore, dalla ricerca spirituale intesa come pratica quotidiana e non come decorazione esotica o cliché esoterico, riuscendo a farle convivere con melodie memorabili, ritornelli cantabili e un successo di massa che non lo ha mai addomesticato né reso innocuo; perché dietro quella accessibilità apparente continuava a scorrere un pensiero inquieto, radicale, irriducibile a intrattenimento. Quell’oggetto luccicante, messo sotto vetro, sembra quasi imbarazzato di esistere.

Foto: Cosimo Trimboli/MAXXI

Uno dei pannelli più curiosi della mostra è la raccolta delle copertine delle riviste. Blow Up, Rockerilla, Ragazza In, Linus, Topolino, Rumore, XL, L’Espresso, M&D, Tele Sette, il Monello. Vederle tutte insieme non racconta tanto una carriera quanto un accanimento: il bisogno continuo, quasi ossessivo, di spiegare chi fosse Battiato. Decenni di stampa che lo hanno inseguito, interrogato, celebrato, frainteso. Ogni copertina tenta una presa diversa, un’angolazione, una formula. Nessuna riesce davvero a contenerlo. È la prova visiva che Battiato è stato a lungo una domanda aperta più che una risposta multipla.

L’allestimento non ci fa mancare una sequenza di ritratti che, nel momento culminante, forma un bizzarro dittico: da una parte la sublime Giuni Russo, dall’altra Rudy Zerbi. C’è un’installazione video in cui si riproduce all’infinito (o, perlomeno, fino al 26 aprile 2026), quello che Battiato poteva vedere da Villa Grazia a Milo, all’alba e al tramonto. C’è un tavolo commovente che presenta la raccolta di libri che l’artista conservava più a portata di mano nello studio, da La lingua degli uccelli a Il mistero del silenzio.

Foto: Cosimo Trimboli/MAXXI

Ma il momento più segreto e rivelatore dell’intera mostra è il grande trittico con l’autoritratto dipinto da Battiato tra il 2000 e il 2010. Non tanto per ciò che mostra, quanto per ciò che si ostina a non concedere.

L’artista è di spalle. Non c’è quell’elemento di riconoscibilità che trasforma ogni autoritratto in una richiesta implicita di attenzione. C’è una calma ferma e operativa. La postura è quella di qualcuno che sta lavorando, o sta per farlo, e che ha accettato l’idea che l’identità non sia qualcosa da esibire, ma una posizione da mantenere con disciplina. Battiato ci volta le spalle con una gentilezza formativa, quasi a dire: non sono io il soggetto, osservate, piuttosto, cosa guardo. E quello che guarda è uno spazio diviso, fratturato, scomposto in pannelli come se la realtà stessa fosse uno spartito riarrangiabile. A sinistra, una superficie che ricorda una decorazione a maioliche, con un ovale centrale che apre una finestrella su un paesaggio: la natura filtrata dalla tradizione, il mondo visto attraverso un dispositivo culturale. A destra, invece, l’interno dello studio: un cavalletto, alcune tele, una finestra con vetri colorati che rimanda a un’idea di arte come costruzione, come artificio dichiarato. Tra i due mondi, lui. O meglio: la sua schiena. In quella zona di passaggio che è sempre stata la sua casa: tra Oriente e Occidente, tra sacro e profano, tra composizione e illuminazione improvvisa. Battiato non si mette al centro per dominare la scena, ma per attraversarla come figura di soglia, non come protagonista.

Anche il colore lavora in questa direzione: toni caldi, domestici, legni, ocra, verdi. È un mondo ordinato, ma non rigido. Battiato ci sta dicendo che la vera ascesi, per lui, non è mai stata la fuga dal mondo, bensì la costruzione paziente di uno spazio abitabile per il pensiero.

Foto: Cosimo Trimboli/MAXXI

Nel mezzo dello spazio espositivo c’è una saletta ottagonale intitolata “Centro di gravità permanente” in cui cinque tra i brani più celebri di Battiato, da Bandiera bianca a No Time No Space, amplificati da innumerevoli speaker Dolby Atmos allineati e calibrati con precisione militaresca, travolgono il visitatore senza scampo né riparo. Ecco la fonte di distrazioni di cui sopra. Dopo aver attraversato biografie, immagini, parole, appunti, la musica prende finalmente il comando e rimette tutto al suo posto. Caratterizzata da un leggero odore di chiuso (che, beninteso, non sa di trascuratezza ma di concentrazione, di intensità trattenuta) questa stanza condivide l’anima delle dimore adulte che non hanno dismesso il sentore delle case giovanili in cui si legge tanto, si ascolta tanto, si pensa tanto, prima arrivare a spiegare al mondo che, in materia di centri di gravità permanenti, è sì importante continuare a cercarli, anche a distanza di 45 anni ma, soprattutto, è ancora più importante non trovarli mai.

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