Gaetano Curreri: «Quando Tommaso Paradiso mi ha visto si è inginocchiato» | Rolling Stone Italia
Il cardinale (copyright Vasco)

Gaetano Curreri: «Quando Tommaso Paradiso mi ha visto si è inginocchiato»

‘L’ultima luna’ a Sanremo 2026, ma anche le avventure con Dalla, l’amicizia con Vasco, gli alti e bassi degli Stadio, il mancato Eurovision, il genio di Roversi, la discografia. Il racconto di un’epoca che non tornerà più

Gaetano Curreri: «Quando Tommaso Paradiso mi ha visto si è inginocchiato»

Gaetano Curreri

Foto: Betoten Music Management

Ha scritto pagine importanti della canzone italiana, questo è un fatto. Si è tornati a parlare di Gaetano Curreri e degli Stadio quando domenica scorsa Carlo Conti ha annunciato che sarà a Sanremo nella serata delle cover accompagnando Tommaso Paradiso per cantare assieme L’ultima luna. Una notizia che arriva dopo 10 anni dalla vittoria sul palco dell’Ariston con Un giorno mi dirai.

Ma Curreri è tanto altro: recentemente ha ricevuto la targa Officina Roversi alla carriera, ha messo in piedi lo spettacolo teatrale Io sono le mie canzoni, ha realizzato con Amara e Mario Biondi Più amore a sostegno dell’Antoniano di Bologna e della campagna Operazione Pane. «Ci tengo moltissimo, perché la fila di persone che vanno a mangiare in questi anni si sta allungando sempre di più. La canzone esprime soprattutto un disagio del quale bisogna tener conto per cambiare le cose».

La nostra chiacchierata si svolge in un sabato pomeriggio, dal suo studio bolognese.

Allora, Gaetano, se oggi dovessi raccontarti senza usare i tuoi successi, da cosa partiresti?
Dall’intuizione di andare a Zocca per incontrare Vasco: è stata un’illuminazione. Sono arrivato lassù e ho conosciuto contemporaneamente Vasco e Floriano Fini, due persone importantissime per la mia carriera. Vasco perché è il mio amico più caro, Floriano altrettanto, ma poi è diventato anche il mio editore.

Perché è stata un’intuizione?
Avevo la patente, ma non guidavo la macchina. Andavo a Zocca col pullman da Modena. Mi presentai così, dissi «Sono qua, fate di me quello che volete, io sono un musicista, sono disponibile a suonare i jingle» (di Punto Radio, ndr). Poi sentivo le canzoni di Vasco con il suo gruppo: Riccardo Bellei, voce fantastica e mente altrettanto fantastica, Sergio Silvestri e Maurizio Solieri. Ci mettemmo lì e feci di tutto per convincere Vasco a dimenticarsi un po’ di fare il disc jockey, e perseverare sulla scrittura dei brani.

In che modo?
Coi provini, gli facemmo arrivare un pianoforte da uno che li affittava a Modena, Lenzotti, in cambio di pubblicità. Arrivò pure una tastiera Elka. Da lì è partito tutto: ho cominciato ad arrangiare i pezzi scritti da Vasco e, piano piano, è iniziata la mia carriera vera. Nel frattempo suonavo in un gruppo che si esibiva nelle discoteche, alternandosi ai disc jockey: allora c’erano i dj e le sale da ballo con l’orchestra. La band si chiamava Le Cinque Lire: era quello che ci davano come compenso (ride). Era un buon modo per imparare il mestiere.

Sì eh?
Ho sempre creduto che il mestiere si impara sul campo. Sì, chiaro, la scuola, gli insegnamenti, la passione, i libri, gli esercizi, però la nostra professione si apprende facendola, come gli artigiani. È artigianato quello del musicista, più hai occasioni di poterti esprimere e carpire dagli altri, più si cresce. E così è nata la mia scelta, in un altro momento, di accettare la proposta di Dalla e suonare con lui.

Lavoravi un sacco.
Per un periodo facevo contemporaneamente le cose per Vasco e suonavo con Dalla. Poi a un certo punto, da Banana Republic in poi, sono stato obbligato, non dico a scegliere, però insomma… Ero molto impegnato con Dalla e tralasciavo un po’ la carriera di Vasco: questo all’inizio è stato vissuto come un tradimento. Pure adesso, quando mi vuole dare una colpa, mi dice «Eh però tu mi hai tradito».

Ti senti un traditore?
Io non ho tradito nessuno, io andavo a scuola. Sai quando fai un master? Avevo bisogno di un maestro e Dalla era un perfetto, sapeva insegnarti cosa serve e spronarti, perché io non componevo canzoni.

Ah no?
Mi accontentavo di fare delle belle introduzioni, molto ricercate, sulle cose che mi dava Vasco, come Albachiara e Anima fragile. Ci mettevo il pianoforte, ricamavo su questi pezzi per me bellissimi già allora. Ma un bel giorno sono stato messo alle strette da Dalla: mi disse che non dovevo accontentarmi delle introduzioni, perché era pigrizia. Lucio era un uomo molto abile e arrivò proprio al ricatto.

Cioè?
Un giorno, in un concerto al Marabù di Reggio Emilia, mi convocò nel camerino davanti a tutti gli altri musicisti del gruppo e mi disse «Se tu entro dieci giorni non scrivi una canzone, io ti licenzio».

E tu?
Ho composto la musica di Chi te l’ha detto, l’ho fatta sentire a Dalla, è rimasto folgorato e ci ha messo il testo nel giro di due o tre giorni, dimostrandomi che le belle canzoni si fanno così: non basta avere una bella idea musicale, ci vogliono le parole, tutto un meccanismo. L’ho imparato, perché ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada Vasco – che quando ho cominciato a proporgli intuizioni musicali era pronto per mettergli i testi – e lo stesso Dalla. Ho conosciuto pure Luca Carboni, in un tempo intermedio in cui Vasco era meno disponibile, ed è stato quello che mi ha aiutato a far crescere la discografia degli Stadio.

Torniamo un attimo su Vasco, la prima volta che lo hai visto, come ti ha sembrato?
Era il direttore generale di Punto Radio, un’emittente importante: dalla montagna trasmetteva su tutta la Pianura Padana. Era in questo ufficio con una poltrona di finta pelle, e con Floriano di fianco che mi guardava, mi scrutava e diceva «Ma questo è matto». Sai, arrivavo in corriera da Vignola, con questo eccesso di disponibilità… Avvicinarmi a loro è stata proprio una folgorazione, una crescita per me grandissima.

Come mai?
Mi ha fatto avvicinare a generi musicali che non conoscevo. Lì c’erano appassionati che ascoltavano Radio Luxembourg, che si poteva sentire solo in un punto su una collina di Zocca. Andavano lì alla notte con le macchine a carpire quello che proponeva Radio Luxembourg. Poi Floriano, il cercatore della musica, si recava in un negozio di Reggio Emilia e comprava i dischi. Dopo qualche anno sono arrivate le case discografiche a portare gli album per essere trasmessi da Punto Radio: era cresciuta, diventando un mezzo di comunicazione, di divulgazione delle canzoni. A questo punto è cominciata la mia voglia di portare Vasco alle major, per fare sentire i suoi brani.

Oh, finalmente.
Andammo a Milano tutti insieme, c’ero io, Vasco, Riccardo Bellei, Maurizio Solieri e Silvestri. Facemmo sei provini, uscivamo dalla allora EMI ed entravamo alla Ariston, uscivamo dalla Ariston ed entravamo alla Ricordi. Il giro delle sette chiese, capito?

E…?
Niente. Nessuno era veramente interessato. Ci guardavano come delle mosche bianche e dicevano che quel genere di rock cantato in italiano, non andava. Era un genere che non funzionava. Molto lungimiranti…

Vasco come la prese?
All’inizio era un po’ sconfortato. Sai, lui aveva il giro da discoteche, lo divertiva molto. Per cui diceva «Perché devo venire qua a prendermi dei “no” quando ho la mia strada, vado in discoteca, guadagno dei soldi e conosco un sacco di donne?».


Faceva molti soldi?
Sì, arrivava col BMW nero. Pagato a rate, ci mise un pomeriggio per firmare tutte le cambiali.

Quindi?
Niente, era entrato in quella logica lì, riguardo alle canzoni. Ci soffriva e io stavo male: mi sembrava di avergli messo in testa qualcosa che non si poteva realizzare.

Quando cambiò tutto?
Ci venne in soccorso un grande personaggio: Stefano Scandolara, paroliere per la Vanoni e Mina. Viene alla radio a fare un programma. Ascolta i brani e ci fa conoscere un discografico di liscio con una discreta capacità finanziaria grazie a un paio di pezzi. Uno di questi era La mazurka dell’uccellino, piena di doppi sensi, ma aveva funzionato tantissimo a livello di Siae. Aveva guadagnato un piccolo tesoretto e decise di investirlo su Vasco. Quindi andammo in studio alla Fonoprint, che stava nascendo. E cominciamo a registrare il primo 45 giri Jenny / Silvia, e poi tutto il primo album Ma cosa vuoi che sia una canzone. Quel discografico di liscio ci aveva dato una cifra talmente importante che riuscimmo addirittura a incidere due dischi. Eravamo pieni di entusiasmo, stavamo in studio dalla mattina alla sera. E con tutto questo denaro arrivato, riuscimmo a fare addirittura il secondo album Non siamo mica gli americani!. Poi con Alan Taylor, che aveva lavorato coi Casuals e conosceva i discografici milanesi, eravamo pronti per portare il nostro progetto.

Come andò?
La prima volta sono andato a Milano da solo, perché Vasco mi disse «Vacci te, tanto so già cosa mi dicono, quindi io non ho tempo, vado a fare il dj, non mi interessa». E allora facevo sentire questo materiale a Walter Guertler, il discografico della Joker, una casa discografica che vendeva i dischi a prezzi abbastanza economici. Lui sentì il materiale e chiamò il suo braccio destro Mario Rapallo: stava venendo via dalla Carosello per fare una casa discografica con Guertler, la Lotus. Insomma comprarono il master del primo album e la realizzazione ancora parziale del secondo. Così è cominciato tutto.

E Vasco?
Be’, nel secondo album c’era Albachiara, a Vasco piaceva sempre di più l’idea di fare il cantante, le cose stavano cominciando a girare.

Poi cosa è successo?
Con il terzo disco il tempo era sempre meno, nel frattempo era venuto fuori Banana Republic, la collaborazione con De Gregori. Quando Vasco fece Colpa d’Alfredo, ero in tour, avevo poca disponibilità ad andare in studio, ogni tanto arrivavo, poi me ne andavo. Ero un po’ così, un traditore (ride).

A Sanremo non l’hai accompagnato?
No. Al festival ci sono andato l’anno successivo, con gli Stadio, portando in gara Allo stadio. Arrivavamo ultimi, trent’anni dopo siamo arrivati primi.

In quei 30 anni cosa avete fatto?
C’era tutta la sofferenza, la voglia di dimostrare che la gente non ci voleva capire, o noi non eravamo abbastanza attenti al modo di farci comprendere.

Stadio - Canzoni alla radio (Festival di Sanremo 1986)

Come l’avete vissuto il piazzamento all’ultimo posto?

La prima volta di Sanremo è stato un gioco, come i bambini che vanno al giardino zoologico per vedere i leoni. Invece la seconda volta, con Canzoni alla radio, ci siamo un po’ incazzati perché convinti di avere una brano molto bello e intelligente, guardava all’ecologia della comunicazione: la televisione stava facendo passare un messaggio non completamente pulito. Però la radio rimaneva un caposaldo per la musica e bisognava coccolarla: non finiva con l’arrivo della tv, tutt’altro. Questo significato molto profondo non venne capito. In più Dalla decise di vestirmi come una radio. La giacca l’aveva fatta da Jean-Paul Gaultier fra l’altro. Il tessuto era la tela che si metteva davanti agli altoparlanti della radio, ma non riuscivo a muovermi, era rigidissima, sembravo un palombaro.

Non mi fare ridere…
Allora si contava molto su queste cose, era il tempo dei Duran Duran, quei gruppi arrivavano in Italia infiocchettati. Volevamo essere alla moda, ma non eravamo convincenti. E a quel punto arrivò il personaggio che mi ha cambiato la vita: Roberto Roversi.

Cioè?
Dalla mi disse che ormai ero capace di comporre le canzoni ed era arrivato il momento di lavorare col più bravo. E lì è veramente cambiata la vita, perché mi sono trovato per le mani il testo di Chiedi chi erano i Beatles, una poesia stupenda, mi sentivo un po’ Mosè.

Mosè?
Sembrava che qualcuno dal cielo mi avesse dato i dieci comandamenti. Mi sono chiuso in casa per settimane, sempre al pianoforte. Ogni tanto mi bloccavo perché non riuscivo a far diventare musicale una parola. Allora andavo da Roversi, in libreria, e gli chiedevo se si potesse un po’ limare quel determinato vocabolo. Lui mi guardava con quel suo sguardo meraviglioso di persona di un’altra epoca e sentenziava: «Sei tu che la vuoi fare diventare una canzone. Quella è così, perché devo cambiartela? Devi trovare la strada». Lentamente l’ho trovata. E quel pezzo è diventato un inno generazionale. Parlava dei Beatles, ma soprattutto del valore della memoria. È di un’attualità disarmante, la memoria bisogna conservarla. E in questo momento vedo troppa gente in giro che mi vuole fregare da questo punto di vista.

Sei dispiaciuto?
Mi rammarica: questa cosa qui frega molti giovani, perché loro dovrebbero abbeverarsi di memoria. Ma non voglio addentrarmi in temi politici.

Ok, torniamo al pezzo Chiedi chi erano i Beatles e al suo successo.
All’inizio è stata accolta in maniera un po’ così… per le radio era troppo lunga, non era una canzone d’amore.

E allora?
Lucio Dalla, ebbe una grande intuizione perché era un genio anche del marketing. Domenica in, quell’edizione, ogni mese cambiava sigla. La manda a Pippo Baudo che dopo nemmeno un’ora lo chiama e prende il pezzo. Era proprio nel massimo del nazional-popolare di quegli anni. E spiegava il brano con un video molto bello girato da Ambrogio Lo Giudice: parlava dei Beatles, della memoria, c’erano le immagini degli scontri di Valle Giulia, un personaggio che ricordava Morte a Venezia di Luchino Visconti. L’interprete era Angela Baraldi, e qui ho un aneddoto perché dovemmo aspettare una settimana per la messa in onda.


Dimmi un po’…
Erroneamente il regista aveva ripreso le parti intime della Baraldi e non potevano andare in onda su Rai 1. Rimontammo il video, la settimana dopo partì e fu la sigla di Domenica in per un mese e mezzo. Infine la versione di Gianni Morandi contribuì a farla diventare ancora più importante: lui che cantava C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, trent’anni dopo diceva di chiedere a lui chi fossero i Beatles. Il cerchio si chiuse.

Stadio - Chiedi Chi Erano I Beatles (1985).flv

Veniamo al 2016. Tornate a Sanremo con Un giorno mi dirai e vincete.

Sì, un onore insperato. L’anno prima avevamo presentato lo stesso brano: volevamo andare a Sanremo, stavamo preparando un disco, ma la casa discografica ci disse che non interessava chiedendoci se avevamo per le mani un altro pezzo da proporre. Per noi la canzone doveva essere quella. Nel frattempo continuammo a lavorare sull’album Miss Nostalgia. Quando arrivò il momento del festival 2016 Carlo Conti, persona che stimo tantissimo, mi chiede se avevo ancora l’inedito presentato l’anno prima. Andammo a Sanremo e vincemmo.


Cosa è piaciuto a tuo avviso?
Era un pezzo molto preciso, di cuore, ti coinvolgeva dal punto di vista umano, delle esperienze: un padre racconta alla figlia quello che lui ha fatto per lei. Il rapporto padre-figlia è diventato una roba pazzesca: all’indomani della vittoria ho avuto riconoscimenti dalle persone, dalla gente.

Effettivamente non eravate tra i favoriti, quell’anno.
Assolutamente no. Tra l’altro, la sera prima avevamo trionfato pure alla serata delle cover, con La sera dei miracoli di Dalla, che ci strappava il cuore a tutti. Quindi vincemmo la serata delle cover e la sera dopo il festival. Più di così non so cosa potevamo fare. Facemmo incetta di premi a eccezione del Premio della Critica andato a Patty Pravo. Lì è partita questa rivalutazione.

Immagino la gioia.
Tutti mi dicevano quanto ci meritassimo di più, ma la nostra storia deve servire ai giovani, perché molte volte, con tutti questi talent, tanta gente si ferma al primo ostacolo, alla prima classifica non corrispondente alle aspettative: non dev’essere così. Perché se si ha qualcosa da dire, bisogna portarlo avanti, strenuamente, con coscienza, professionalità e determinazione.

Avete vissuto anche momenti duri.
La morte di Giovanni Pezzoli è stata un disastro: Giovanni era l’anima pulsante, ritmica del gruppo, aveva una capacità di mettere il ritmo dappertutto, anche mentre mangiavi una pizza. Io ho avuto dei problemi sanitari. C’è stata proprio la ricerca di una nuova identità. In questo mi ha aiutato molto Laura, la mia nuova manager, una persona intelligente: capisce di non continuare su una strada se non porta a nulla. E allora ci siamo reinventati.

È stata lei a consigliarvi di non andare all’Eurovision Song Contest nonostante la vittoria al festival?

Non è stata lei. Era assistente in quel momento. Il manager precedente ci ha detto di non andare all’ESC per non farci perdere tre, quattro serate già messe in piedi con la vittoria di Sanremo. Era il nostro impresario, ci portava a suonare nelle migliori piazze italiane e così via. Lui ha visto nel nostro trionfo sanremese la possibilità di fare soldi subito, senza pensare all’Eurovision come investimento per il futuro.

Quindi vi siete pentiti?
Ma sì, l’altra sera guardavo l’esibizione a NYCanta, a New York, e tra me e me mi sono detto «ma perché non sono andato all’Eurofestival?». Un giorno mi dirai sembrava fatta apposta non solo per chi ascolta i testi. La storia del pezzo è talmente vera, semplice, che sarebbe arrivata. Un po’ di rammarico ce l’ho.

Anche i Pooh rifiutarono dopo la vittoria con Uomini soli nel 1990. Al loro posto ci andò Toto Cutugno e vinse. A loro è andata peggio.

Infatti ne ho parlato con Facchinetti, era con me a New York. È una cosa che condivido con lui, ma non ci si può fare niente. Mi sono fatto un po’ plagiare dalle persone sbagliate, con un’altra visione della mia carriera. Quella canzone meritava di avere una visibilità internazionale, perché è internazionale, arriva subito: anche chi non capisce tutte le parole, comprende il significato del racconto. Ho dato retta alle persone che mi consigliavano di non andarci. È così, ho sbagliato.

Lucio Dalla - L'ultima luna (Live@RSI 1978) - Il meglio della musica Italiana


Quest’anno torni a Sanremo dopo dieci anni: Tommaso Paradiso ha voluto gli Stadio per interpretare L’ultima luna nella serata delle cover.
Dopo dieci anni è bella questa cosa. Tommaso è un ragazzo che stimo molto.

Quando lo hai incontrato la prima volta?
All’Arena di Verona. Lui è venuto da me dopo la performance. Si è inginocchiato e mi ha detto: «Mi inginocchio per tutte le canzoni che ti ho copiato». È stato troppo carino, guarda. C’era Noemi, fra l’altro, si è divertita da morire, si è fatto delle risate stupende.

Cioè Tommaso Paradiso ha ammesso di averti copiato?
Sì, sì. Così proprio di pacca. «Io ti ho copiato, non c’è un cazzo da fare». Ed era sincero, era proprio orgoglioso di questa cosa.


Tu che ne pensi?
Sentirsi ispiratore di una nuova schiera di musicisti a me fa piacere. Tutti abbiamo copiato. Cioè io sono uno scopiazzatore dei Beatles: quel mellotron che suona a un certo punto di Un senso l’ho copiato dai Fab 4, nella mia testa non può non esserci il loro modo di scrivere. E se io sono nella testa di Paradiso, nel modo di comporre, mi onora.

L’ultima luna è quel gioiellino che apre Borotalco di Carlo Verdone.
Uno dei grandi capolavori di Lucio. È molto italiana, futurista. Visto che si sta festeggiando il futurismo in questi anni, quella è la vera canzone futurista di Dalla. Il brano guardava il mondo che stava cambiando: forse nessuno se ne stava accorgendo come lui. Racconta questa storia immaginifica, con figure quasi felliniane. C’è molto sentimento “roversiano”, veniva fuori in tutta la sua grandezza.

A Sanremo nel 1997 sei stato autore, insieme a Vasco, della meravigliosa …E dimmi che non vuoi morire, interpretata da una altrettanto meravigliosa Patty Pravo. Quell’anno vinsero i Fiumi di parole dei Jalisse.
Eh, vabbè, il mondo è fatto così. Però quel brano penso sia uno dei più belli che ho scritto. È un ritratto della grande Patty Pravo. Noi la amiamo: l’ho conosciuta nel tempo ed è una persona stupenda. …E dimmi che non vuoi morire è stata fatta così: come un grande pittore che fa un disegno su una tovaglia mentre sta mangiando. L’ho composta di getto, perché lei è quella donna, quell’artista capace di cambiarti la vita anche se tu non la vuoi cambiare.

Quando Vasco ha avuto problemi di droga eri presente?
Ero presente in tutta una prima parte, poi a un certo punto, da amico, lo vedevo come non lo volevo vedere. Però allo stesso tempo capivo che lui stava facendo un percorso.

Mi spieghi meglio?
La sua curiosità, la sua voglia di entrare nelle cose, fino in fondo, fino all’ultimo capello fa parte del suo carattere, del suo essere una persona generosa, che non ha paura.

Di cosa?
Vasco è una persona che non ha paura della verità, di dire cose scomode. È sincero, vero, sa dirti la cosa giusta, prende posizione quando nessuno la vuole prendere, non te le manda a dire. Quel Vasco lì era il Vasco che ho sempre amato.

Quando vi siete ritrovati con Vasco?
Quando ha fatto Canzoni per me, ci fu una crisi con Guido Elmi e Vasco decise di fare questo album, recuperando il suo passato più cantautorale. Grazie anche al lavoro immenso che ha fatto Celso Valli, purtroppo scomparso quest’anno, venne fuori l’intuizione di Rewind. Per Vasco è la hit che lo ha fatto svoltare dal punto di vista generazionale.

Com’è nata Rewind?
Ho preso ’sto testo, l’ho guardato, l’ho letto, me lo sono rigirato, come avevo fatto con Chiedi chi erano i Beatles. E con un sintetizzatore facevo un suono, è venuto questo giro. Quando lo vedo dal vivo dico «Ma come cazzo è possibile?». È una sorta di Satisfaction, capito? Volano i reggiseni, è come Hair: un happening, un musical.

Vasco Rossi - Rewind

Parliamo di Lucio Dalla. È una persona che ha avuto una grande importanza nella tua vita. Come vi siete incontrati? Quando te lo sei visto davanti cos’hai pensato?
Ero un suo fan, ma non del Dalla di 4/3/1943. A me piaceva quando fece lo spettacolo Il futuro dell’automobile e altre storie. I dischi di quel periodo non facevo altro che ascoltarli, dalla mattina alla sera. Quando Giovanni Pezzoli entrò nel gruppo dove suonavo in discoteca arrivai a Lucio.

In che modo?
Pezzoli aveva già suonato con lui. E mi disse: «Guarda, Lucio sta cercando un tastierista perché vuole fare il gruppo, vuole fare concerti, per Come è profondo il mare. Se vuoi, mi dici qualcosa e vieni». Io ero molto ben attrezzato dal punto di vista degli strumenti. Avevo delle tastiere molto belle e costose. Non avevo la macchina, ma avevo un sacco di belle tastiere. Mi presentai e mi fece un provino come si deve: mi chiese di suonare in una cantina di suoi amici commercialisti vicino a Piazza Minghetti a Bologna. Mi ha guardato, abbiamo fatto due chiacchiere, suonato un po’. E mi fa: «Vabbè, fra tre giorni ci vediamo e andiamo a suonare al Kiwi di Piumazzo». Siamo partiti così. Io le canzoni più o meno le avevo già studiate, non abbiamo fatto neanche delle prove: Dalla a quel tempo aveva proprio nell’anima del jazzista. Andava sul palco e l’anima dello spettacolo era l’improvvisazione.

Insomma, alla fine diventa una presenza quotidiana per te.
Sì, sono stato uno dei primi autori sotto contratto alla Pressing Line, la società che aveva fatto. Cominciava a fare terra bruciata intorno alle case discografiche, le multinazionali, mostrando che poteva fare pure senza di loro. È stato un genio anche da quel punto di vista lì: era in grado veramente di raggirarli con la sua intelligenza, dal punto di vista musicale ed economico.

L’ultima volta che lo hai sentito?
A Sanremo, nel 2012, io ero là con Noemi, per accompagnarla nella serata dei duetti con Sono solo parole, lui era con Pierdavide Carone. Ci siamo guardati, abbiamo chiacchierato, ma era molto triste. Molto nervoso.

Motivo?
Stava entrando nel vortice di «non mi va bene niente», la noia lo stava divorando. E diventava un uomo difficile, vuol dire che soffriva. Mi disse: «Dai, appena torno dal tour europeo ci vediamo, ti voglio raccontare delle cose». Purtroppo non è successo.

Come hai saputo che non c’era più?
Un giorno ero vicino a Piazza Cavour, a Bologna, mi ha chiamato Morandi e mi fa: «Guarda che Lucio è morto». Credevo fosse Scherzi a parte, dicevo di smetterla di fare quei programmi del cazzo, ma era tutto vero. Sono rimasto dieci minuti fermo, quando ti dicono una cosa così non credi sia vera. Nessuno se lo aspettava, era stato poco bene, faceva finta di curarsi, diceva che prendeva le pillole, poi non le prendeva, capito? Lui faceva queste cose qui. Mi dirà quello che doveva dirmi quando ci rivedremo.


È stato difficile.
Sì, ma una cosa mi ha veramente dato grande gioia. Vasco al funerale ha fatto una corona di fiori, messa in bella mostra, dove c’era scritto “Se n’è andato il capofamiglia”. Io questa cosa la conservo e ringrazio Vasco per averla pensata questa frase, perché era proprio così.

Stadio e Lucio Dalla - Grande figlio di puttana. Live (1982)

Torniamo agli Stadio. Non avete avuto subito successo…
Sì, abbiamo iniziato perché Dalla, nei momenti che lui non aveva voglia di lavorare, sperava suonassimo e non gli rompessimo le palle. Fondamentalmente il gioco era quello. Quando Lucio ha visto che c’era del buono, ha cominciato a giocare. Aveva in mente quest’idea della casa discografica, dell’andare a rompere le palle ai discografici “veri”, che gli volevano insegnare come si faceva il mestiere. Dalla si metteva in gara con tutti, era competitivo da morire. Lui era convinto di essere alto, biondo e con gli occhi azzurri (ride).

C’è stata qualche delusione a livello lavorativo?
Forse qualche rapporto discografico. Mi aspettavo maggiore attenzione e consapevolezza che le cose fatte in questi anni fossero di qualità. Invece troppe volte ci trattavano come quelli usciti perché imposti da Dalla, soprattutto all’inizio. Questo discorso del raccomandato, quando Lucio, invece, non ci ha raccomandato mai. Come Vasco: può aver detto una cosa bella, ma raccomandato mai e poi mai.

Se ti dico Carlo Verdone, cosa mi rispondi?
È proprio un amico. Con il suo entusiasmo, con la sua capacità di ascoltare la musica, sentì Grande figlio di puttana e disse: «Questa io la voglio per la colonna sonora di Borotalco». Così, eh. L’ascoltò dal vivo e per lui era già un pezzo di colonna sonora. Abbiamo fatto altre cose per lui tipo Acqua e sapone.

Che ora ha preso Guè per Meravigliosa.
L’ha presa, l’ha fatta sua, l’ha attualizzata, l’ha resa una canzone del 2025, ed è diventata disco d’oro. Una grandissima soddisfazione.

Chi apprezzi tra gli artisti della nuova generazione?
Mahmood mi piace molto come compone. Achille Lauro secondo me può dare ancora di più di quello che dà: è un notevole scrittore, una bella personalità. Poi ti dico Cesare Cremonini, il continuatore di una tradizione. Lo considero proprio un grande. Delle volte mi commuove quasi. Quando l’ho visto suonare il sax ho detto «No, non è possibile». Sono andato alle prove del concerto di Luca Carboni e c’era anche lui. Ho giurato che una di queste sere gli porto il clarino di Lucio, la mia eredità, e glielo faccio suonare. C’è ancora la sua ancia, mai stata cambiata, era quella che suonava lui.

Con Carboni che rapporto c’è?
Luca è un altro fratello, è cresciuto con me, abbiamo vissuto momenti complicati, quasi in contemporanea: è una persona molto importante.

Hai lavorato pure con Laura Pausini, conduttrice di Sanremo 2026 con Carlo Conti.
Laura è l’immagine della mia terra. Quando scrivevamo Benedetta passione, io, Vasco e Saverio Grandi l’abbiamo immaginata come Mamma Romagna, terra meravigliosa che lei rappresenta: buon cibo, bellezza assoluta, prorompenza fisica. Lei è la Romagna, per cui io sono troppo felice.

Cosa non ti piace della musica di oggi?
Tutto questo apparire in modo a volte un po’ volgare. Vogliamo scimmiottare gli americani. Per esempio incolpano Elodie, quando è la più naturale: ha la capacità di legare il suo personaggio con quello che canta. Vorrei potesse cantare anche altre canzoni. Secondo me è una grande cantante. Lo dico proprio col cuore.


Chi proprio non ami?
Qualche rapper, non faccio nomi, ma c’è chi ha troppe collane, troppi stemmi della Mercedes, capito?

Ovviamente non è Guè.
Assolutamente! Quando l’ho conosciuto, ho incontrato una persona meravigliosa, veramente colta, non di quelli che fingono di sapere perché hanno letto la prima e l’ultima pagina di un libro. Un altro è Marracash. Invece tanti rapper mettono su un loop di batteria e blaterano delle cose di cui se ne poteva fare a meno.

La faccia delle donne video ufficiale 1984 HQ Stadio


Oggi chi è Gaetano Curreri?
Come dice Vasco, sono un cardinale. Perché mi posso mettere l’anello, così poi me lo baciano (ride). Perché ho toccato tanti settori della musica, non mi sono fatto mancare niente. Mi sono proprio divertito.

Sorprendimi e Generazione di fenomeni, che dici?
Allora qui entra in gioco una persona a cui io devo tantissimo, a cui voglio un sacco di bene, Saverio Grandi. Vederlo crescere e diventare quello che è diventato, mi dà una gioia immensa. Sono contento di averlo fatto conoscere, di averlo aiutato all’inizio.

Una canzone che tu pensi sia stata poco capita?
Fine di un’estate. Quando l’ho vista nel film dedicato a Pantani, collocata sulle immagini di Cesenatico, Pantani, il mondo del mare d’inverno, mi ha commosso. Dà uno spaccato di un luogo che nel periodo estivo diventa Disneyland, poi improvvisamente arriva l’inverno e diventa il posto dove si va a sbattere. Rappresenta la mia terra, alla quale sono molto legato.

Un talent lo faresti?
Mi offrirono Amici di Maria De Filippi quando c’erano i gruppi. È una responsabilità grossa, mi presi tempo per pensare e dissi a Vasco dell’offerta.

E Vasco?
Mi chiese: «Ma hai bisogno di soldi? Perché te li do io». Questa cosa mi fece riflettere e declinai l’invito.

Quindi ora non faresti un talent?
Forse proprio Amici, ma perché è una scuola alla fine.

Se avessi la possibilità di rivedere Lucio Dalla, cosa gli diresti?
Quando andiamo a suonare?