La fantastica Catherine O’Hara | Rolling Stone Italia
Kevin!

La fantastica Catherine O’Hara

Sembrava essere dappertutto, perché il suo genio comico (e non solo) era finalmente al centro. Da 'Schitt’s Creek' a 'The Studio', il ricordo (incompleto) di un'attrice che ha sempre preso l’eccesso molto sul serio

La fantastica Catherine O’Hara

Catherine O'Hara al SXSW 2025

Foto: Robby Klein/Getty Images for IMDb

Poco tempo fa, con alcuni colleghi, si diceva che ormai Catherine O’Hara fosse dappertutto. E soprattutto che stesse bene dappertutto. Viveva (e si era guadagnata) il raro privilegio di una seconda, terza, quarta giovinezza artistica: quella in cui il talento non cambia, ma diventa semplicemente più fulgido.

E se esiste un punto preciso da cui tutto questo è (ri)partito è senza dubbio Schitt’s Creek, la serie canadese di Eugene Levy, di cui in Italia si è parlato poco ma che ha vinto TUTTO. È la storia di una famiglia ricchissima costretta a trasferirsi in una cittadina dimenticata da Dio dopo aver perso tutto per colpa di un commercialista fedifrago. Una sitcom spietata sul tema dell’identità quando il privilegio evapora, in cui Catherine O’Hara non era più soltanto grande attrice comica. Diventava una figura: Moira Rose, ex diva di una soap opera anni Ottanta, una madre e moglie teatrale, una donna che ha costruito tutta se stessa come personaggio pubblico e che, privata del contesto che la sosteneva, rifiuta di ridursi. Le parrucche, l’accento impossibile, il vocabolario ipertrofico, il melodramma costante per lei sono strategie di sopravvivenza.

A un certo punto, in cucina, Moira spiega a David (Dan Levy) come fare le enchiladas con la ricetta della nonna, ovviamente senza averle mai preparate in vita sua. Il figlio le domanda come si “incorpora” il formaggio nella salsa. E lei risponde serafica: “Lo incorpori” a ogni nuova richiesta di spiegazione. È una gag da trenta secondi che contiene il mondo interiore del personaggio: l’incapacità pratica mascherata da eleganza e l’istinto materno che passa sempre dalla performance. Ma anche la comicità di linguaggio e di classe.

Fold In The Cheese! | Schitt's Creek | Netflix

Poi, di nuovo, un’altra scena di vita familiare trasformata in dramedy. David ha appena detto alla madre che farà una scelta importante senza chiederle consiglio. Segue mini-tragedia greca compressa in una battuta. «Tesoro, faresti la brava e andresti a prendere alla mamma un coltello?», dice Moira rivolgendosi alla figlia Alexis (Annie Murphy). «Oh, scusa. Credo che ne troverai già uno conficcato in mezzo alla mia schiena». Il figlio l’ha ferita abbastanza da meritare una frase indimenticabile: Moira è una primadonna che non distingue tra dolore reale e dolore ben recitato, perché per lei coincidono.

E questi due momenti funzionano perché per Catherine O’Hara l’eccesso è una cosa serissima, non ammicca mai e si limita a essere assolutamente convinta di ciò che Moira sente, soprattutto quando è ridicolo. Il tocco da fuoriclasse poi è quell’accento, una combinazione sofisticata e bizzarra di mid-Atlantic, aristocratico britannico e vecchia Hollywood, di cui il pubblico si è innamorato. Tanto che, diceva l’attrice stessa, le persone rimanevano deluse nel sentirla parlare con la sua vera voce.

Il talento di stare in equilibrio tra il “troppo” e la precisione millimetrica era già tutto in Beetlejuice, 1998 (dove, peraltro, ha conosciuto il marito, lo scenografo Bo Welch). Delia Deetz, matrigna artista concettuale e amica di interior designer improbabili, è uno di quei character che rischierebbero la caricatura totale. Ma non on Catherine’s watch: la possessione a tavola sulle note di Day-O di Harry Belafonte è un furto di scena da manuale, comicità fisica purissima, ma anche l’idea sottilissima che il corpo sappia cosa fare sempre prima della testa. Quel film non solo mostrava l’energia sfacciata di O’Hara, ma inaugurava un lungo sodalizio con Tim Burton, che l’avrebbe poi voluta anche come Sally in The Nightmare Before Christmas, regalandole lo spazio per sperimentare anche una voce cantata malinconica, fragile, dolente.

Beetlejuice - Day-o (Banana Boat Song)

Ma per noi Millennial, il primo incontro con O’Hara è grazie a Kate McCallister, la madre iper-ansiosa che riesce a dimenticare il figlio non una ma due volte, prima a Chicago e poi a New York, costringendolo a difendersi da due criminali grotteschi. Il ruolo in Mamma, ho perso l’aereo (1990) è entrato nella storia per quel “Kevin!”, un urlo che è diventato tormentone globale, replicato all’infinito, chiesto per strada, nei talk show, nei video virali. Ma dietro quel grido c’era qualcosa di molto meno divertente: il panico di una madre che capisce di aver fallito. Per O’Hara, Kate non è mai stata una macchietta, ma una donna schiacciata da un sistema tra famiglia, lavoro, pressioni e aspettative. Anche per questo, quando Macaulay Culkin l’ha salutata chiamandola “Mamma”, c’è a chi è scesa la lacrimuccia e chi mente.

Avanti veloce: The Studio. Nel primo episodio sentiamo parlare del personaggio di O’Hara, Patty Leigh, molto prima di vederla. È una veterana di Hollywood, ex capa di studio, licenziata senza tante cerimonie dai piani alti perché non faceva più profitto (e forse aiutava un po’ troppo gli amici) e sostituita dal suo insicurissimo e compiacente ex pupillo Matt Remick (Seth Rogen). Quando Patty finalmente appare sullo schermo, l’attesa viene ripagata: O’Hara passa dal pianto alla lucidità, dalla tenerezza alla ferocia strategica, e nel giro di pochi minuti ribalta i rapporti di forza, strappando a Matt un accordo di produzione che le consente di restargli sempre un passo avanti. «Come ti senti?», gli chiede. «Sinceramente, sono davvero infelice. Amo i film, ma ora temo che il mio lavoro sia rovinarli». È l’industry, bellezza. Ma è la risposta di Patty a condensare tutta la filosofia della serie: «Una settimana guardi il tuo idolo negli occhi e gli spezzi il cuore, quella dopo firmi un assegno in bianco per qualche prepotente nepo-baby con la cuffia. Ma quando tutto si allinea e fai un bel film, è per sempre». Patty Leigh non è una vittima né una parodia: è un monumento al disincanto, una sopravvissuta di Tinseltown. E come tutti i sopravvissuti sa esattamente quando usare il dolore come leva, anche di potere.

E, sempre a proposito di sopravvissuti – questa volta all’apocalisse dei funghi-zombie – c’è pure Gail, la terapeuta della comunità di Jackson, Wyoming in The Last of Us. O’Hara incarna il personaggio con una profonda tristezza e una rassegnazione silenziosa, mentre affronta il proprio lutto curando quello degli altri. Ci sono anche lampi di rabbia: nel corso delle sedute con Joel (Pedro Pascal) scopriamo che è stato proprio lui a uccidere suo marito Eugene (Joe Pantoliano) dopo che era stato infettato. O’Hara vive quel dramma un’immobilità insolita, anche nel volto, come se fosse implosa. Dopo una carriera passata a dare forma a tutto quello che era sopra le righe, Gail è un personaggio che vive di sottrazione.

E forse Catherine O’Hara sembrava dappertutto proprio perché non lo era mai stata nel modo giusto. Per decenni è stata l’attrice che rendeva migliori i film degli altri, che dava profondità alle commedie, che trovava nell’eccesso qualcosa di profondamente interiore. 
Da Moira Rose a Patty Leigh, da Kate McCallister a Gail, O’Hara ha saputo trasformare i sentimenti, anche quelli più comuni, in qualcosa di memorabile. Non perché fossero grandi di per sé, ma perché lei li prendeva sul serio.

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