Ci sono tanti prima e dopo, nel cinema recente, e un po’ ce li inventiamo anche per credere – lo scrivo sempre – che il cinema valga ancora qualcosa anche su larga scala, non solo per noi ultimi quattro soldati giapponesi rimasti. Ed è ovvio che qualcosa vale, specie quest’anno che, effetto Zalone o meno, tanta più gente sta andando a vedere film anche cosiddetti d’autore e anche da noi, terra in cui ancora si mette l’etichetta “film d’autore” su fiction di lusso come Norimberga. Ma vabbè, sempre meglio vedere le sale piene.
Ci sono tanti prima e dopo, nel cinema recente, ma uno inconfutabile è senza dubbio costituito da Parasite, e l’effetto che, lui sì, di certo ha generato su scala larghissima. Effetto generato da una più strisciante e sempre più generalista K-vague, che si direbbe culminata quest’anno con KPop Demon Hunters, il film più visto nella storia di Netflix (quasi 500 milioni di visualizzazioni, stando ai dati della piattaforma, in sei mesi). Effetto simbolico, a volte forzato, altre seguito solo per notiziabilità (scusate la brutta parola).
Ma guardate anche gli Oscar di quest’anno, per quel che vale quel premio aziendale che però sembra esserlo sempre di meno. Una volta era Hollywood che premiava sé stessa, adesso – complice l’ingresso negli ultimi anni di un numero sempre maggiore di membri che rappresentano altri luoghi e laghi – è uno strano e simpatico mischione specchio di una sorta di globalizzazione tardiva del cinema mainstream.
Prima e dopo Parasite, dicevo. Perché Parasite ha sbancato agli Oscar (era il 2020 appena pre-pandemico), ha infilato, fra i successivi “migliori film”, un world cinema che fino a un decennio fa se ne stava comodamente (mica tanto) confinato nella categoria miglior film straniero (poi modificata in miglior film internazionale perché fa meno razzista in società). Negli anni ’20 di questo secolo sono stati candidati a miglior film “in assoluto” Drive My Car di Ryūsuke Hamaguchi (che ha vinto come miglior film internazionale), Triangle of Sadness (girato in inglese ma diretto da un favourite di Cannes che è svedese, cioè Ruben Östlund), Past Lives (della sudcoreana naturalizzata americana Celine Song, e recitato per metà in coreano), La zona d’interesse (altro vincitore dell’Oscar come miglior film internazionale, già premiato a Cannes e girato in tedesco da un autore inglese storicamente anti-mainstream), Emilia Pérez di Jacques Audiard (Mexican musical poi azzoppato dallo scandalo tweet della sua protagonista) e Io non sono qui di Walter Salles (piazzamento storico per un brasiliano, premiato quella notte come miglior film internazionale).

Kleber Mendonça Filho sul set del suo film ‘L’agente segreto’. Foto: Victor Juca
Quest’anno, fra i dieci candidati ci sono il devastantemente bello (cit. di un’amica mia) Sentimental Value del norvegese Joachim Trier (ne ho scritto qui) e L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, un altro prodigioso brasiliano che finora era stato relegato alla cinefilia festivaliera. Nove candidature per il primo, quattro per il secondo, ma tutte “pesanti”. Gli Oscar valgono quel che valgono, ma valgono: per copertura, eco, notiziabilità (again). E vale ancora di più il fatto che anche a Hollywood si siano accorti (ben svegliati!) soprattutto dell’Agente segreto e del suo autore. (Trier era già stato nominato nel 2022 per La persona peggiore del mondo, nelle categorie miglior film internazionale e miglior sceneggiatura originale).
Mendonça Filho è un autore grande che fa un cinema altrettanto grande, ma col passo di chi fa artigianato minuto. È uno che, guidando un’Ape car, vince una gara di Formula 1. Sono stati così i suoi film precedenti: Il suono intorno, Aquarius, Bacurau, il documentario Retraros fantasmas. Opere sontuose viste poco o male qui da noi, che giocano con i generi (Bacurau è di fatto un horror, Aquarius gioca con il mélo), incantano, sconcertano. Storie private che raccontano l’ammaloratissimo lato pubblico di una società, quella brasiliana, che un horror lo è per davvero.
Mendonça Filho è un oppositore dei governi che però sceglie di mettere la denuncia dentro storie che sembrano un grande romanzo popolare e quasi magico, politico ma senza bisogno di comizi, ribelle restando classico. Attorno a una casa sul mare a cui una monumentale Sônia Braga restava attaccata in Aquarius ruotava la tragedia di un Paese espropriato del suo volto urbanistico, economico, culturale, dunque della sua stessa Storia.
L’agente segreto ha lo stesso passo. È un thriller politico anni ’70, un atto d’accusa contro le dittature militari che vogliono cancellare la memoria dei popoli, una saga famigliare, una commedia umana. In realtà non c’è nessun agente segreto, ma solo un ingegnere (meraviglioso Wagner Moura, giustamente riconosciuto anche lui dall’Academy) anche lui anti corruzione delle istituzioni che torna a Recife per ritrovare suo figlio. C’è una comunità guidata da una pasionaria di buon cuore (che portento la rivelazione – a quasi ottant’anni! – Tânia Maria) in cui si ritrovano esuli, reietti, non allineati (che piangere la scena nel sotto-finale che li raduna tutti).

Una scena di ‘L’agente segreto’. Foto: CinemaScópio/MK Productions/One Two Films/Lemming Film/Arte France Cinéma
È un dramma politico che incastra chi vuole cancellare il passato, uno studio etnografico, un B Movie anni ’70 (la miracolosa gamba assassina, in quello che sembra un piccolo corto dentro un film lunghissimo: 160 minuti di cui però non ci si accorge). Un film sulla memoria politica, esistenziale, umana che ci riguarda tutti (vedi il finale, che ovviamente non vi dirò). E anche una storia personale del regista che diventa di tutti. Così come il suo cinema.
Che ci interessino o meno gli Oscar (ci interessano, non facciamo finta di essere tutti enrico ghezzi – tutto minuscolo), c’è un prima e un dopo anche solo guardando questi film. La casa dei sussurri e delle grida di Joachim Trier, la mappa di un intero Paese su cui si muove sinuosamente e fantasticamente Kleber Mendonça Filho. Correte al cinema, finché ce n’è.









