‘Sentimental Value’: la recensione del film di Joachim Trier con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård e Elle Fanning | Rolling Stone Italia
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Il ‘Sentimental Value’ delle case che abitiamo

È arrivato in Italia (fresco di 9 candidature agli Oscar) il bellissimo film di Joachim Trier che è una riflessione sulla famiglia, il cinema, il dolore. E anche sui luoghi che raccontano chi siamo davvero. La recensione

Il ‘Sentimental Value’ delle case che abitiamo

Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in ‘Sentimental Value’ di Joachim Trier

Foto: Kasper Tuxen Andersen

Ogni tanto la nonna elenca in modo malinconico i mobili della sua vecchia casa. Se mia madre è nei paraggi, segue il solito battibecco, Perché li hai dati via allora, se poi devi farmi una testa così?
Non pensavo li volessi.
Ti ho mai detto questo?
In ogni caso, è andata come è andata.

Gli antropologi di Ayşegül Savaş è un bel romanzo ora molto di moda che racconta di una coppia di fuori sede in una città imprecisata alla ricerca di una casa. La casa è, ovviamente, metafora di molte più cose, e di cose grandi e piccole è pieno il libro. Vasetti comprati al mercatino delle pulci, spezie per insaporire piatti che ricordano posti lontani, lampade, giacche, libri, fogli di giornale. E quei mobili della nonna perduti, forse finiti in altri mercatini. Tutto ciò che compone le nostre vite piccole che vogliamo credere grandi perché sappiamo come arredarle.

Su una casa si apre Sentimental Value, il magnifico film di Joachim Trier candidato ieri a nove Oscar. È una casa che vive e che muore. Che scricchiola e che si rompe. Che accoglie risate, baruffe, nascite, addii. È una casa dove, di tanto in tanto, qualcuno torna a riprendere qualcosa che aveva lasciato: anche qui un vaso, o le casse di un vecchio stereo.

Ma, soprattutto, in quella casa si vanno a riprendere le persone lasciate indietro, che lo vogliano o no. In quel villino di legno rosso nel centro di Oslo il papà regista (Stellan Skarsgård) immagina, dopo tanti anni, un nuovo film solo perché le figlie – una attrice (Renate Reinsve) che lui vorrebbe finalmente dirigere, l’altra archivista (Inga Ibsdotter Lilleaas) che va a cercare in altri oggetti, foto, diari, registri, i segreti di famiglia – possano credere ancora nella vita di quella famiglia. La messa in scena serve, forse, a svelare la realtà.

Trier e il suo sceneggiatore Eskil Vogt sono antropologi per davvero, e da sempre (Reprise, Oslo, 31. august, Thelma, La persona peggiore del mondo) usano quelli che apparentemente sono dettagli – ninnoli, soprammobili, accessori psicologici ed esistenziali – per costruire un mondo: il loro, il nostro. E così il cinema di Trier è diventato una casa da abitare, e che riconosciamo di film in film anche se cambiano gli ospiti, e la disposizione dei mobili, e la luce entra in modo diverso – e, a un certo punto, comunque ti acceca.

Anche qui che sembra tutto scuro. Ci sono un padre e una figlia, in particolare, che non si parlano più. Una scia di litigi, abbandoni, tentati suicidi, funerali. Tutto in quella casa che cambia – la vediamo dall’inizio del secolo a oggi, attraverso una voce narrante che sembra quella della casa stessa – e che resta a testimoniare l’immutabile storia di quella famiglia, di tutte le famiglie.

 

 
 
 
 
 
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Trier ha – letteralmente – costruito una casa che sta dentro la sua (e la nostra) casa più grande, che è il cinema. Ingmar Bergman è una sua ispirazione inevitabile da sempre, e qui ancora di più. Perché il film – e il blackout di Nora (nomen omen), il personaggio di Reinsve – inizia dal teatro. Per quei volti sovrapposti dal montaggio che sono un esplicito rimando a Persona, come a sgomberare il campo da eventuali “hai copiato!”: ve lo dice lui per primo. Per un certo spiritismo che anima le storie dei vivi e dei morti, che si confondono continuamente. Per quel che è lecito mischiare – e rubare, divorare, violare – tra arte e vita che è parte di tantissimo cinema di Bergman, da Il posto delle fragole a Sinfonia d’autunno, e anche della sua vita stessa. L’altra sera sul palco degli EFA, i cosiddetti Oscar europei, c’era Renate Reinsve accanto a Liv Ullmann, e sembrava che il tempo si fosse fermato, che fossero parte di un unico film, abitanti della stessa casa nello stesso momento.

Ma Sentimental Value sono anche altre case cinematografiche in senso letterale. Il design porn inconsapevole di certi appartamenti parigini (o delle maison di campagna) di Rohmer. O le famiglie divise e riunite dietro le pareti di carta di riso di Ozu. O gli appartamenti newyorkesi di Woody Allen: anche in questo villino norvegese, dopotutto, si possono ascoltare di nascosto le confessioni dei pazienti della mamma psicanalista, attraverso la stufa che comunica con la stanza accanto.

Joachim Trier è da sempre un regista classico, ma mai nostalgico. Ha l’occhio sul presente e la sua umanità de-generata (vedi La persona peggiore del mondo), e anche se in Sentimental Value si affida a luoghi che sono simbolicamente e volutamente analogici – il palcoscenico, una biblioteca, un’idea di cinema che è appunto novecentesca (con tanto di sberleffo all’ossessione per i moodboard e ai registi passati su TikTok) – non si avverte mai il peso del passatismo.

Nemmeno nel finale. C’è quello che riguarda i vari personaggi e i loro prodigiosi interpreti – il padre, le sorelle, l’attrice americana (Elle Fanning) arrivata su quel set finto/vero, e tutti i fantasmi del passato – e c’è quello che riguarda la casa in cui questa storia è ambientata. Ed è, tra tutti, il più straziante. Non vi dico come diventa quella casa – che abbiamo visto affollata, sgangherata, disordinata, in una parola: abitata – alla fine di Sentimental Value. Se è più bella all’inizio o alla fine. Se dentro ci sono ancora i mobili della nonna. È solo una questione di valore affettivo, che è la cosa, nella gioia e nel dolore, a cui questo film chiede di non abdicare mai.