Oltre all’insistente presenza di una ricetta della cheesecake giapponese che ostruisce tutti gli scroll sui social, sempre che io non sia preso in inganno dal mio algoritmo come un Michele Serra o un Corrado Augias qualsiasi, questo scorcio di 2026 offre un’ossessiva nostalgia per il 2016 con un’insistente riproposizione dei kit labbra di Kylie Jenner, delle app video (dalle facce di cane alle sopracciglia folte), fino a una malcelata nostalgia per il Pokémon Go che avrebbe dovuto trasformare le nostre vite e come spesso accade con le rivoluzioni digitali le ha rallentate ancora di più.
Non manca poi la riproposizione dei selfie con boccuccia a culo di gallina e occhi da kamikaze pronto all’impatto, per non dire infine dell’inquietante riproposizione / rimpianto dei jeans skinny che speriamo vivamente restino un lontano ricordo, soprattutto ora che stavamo accomodando all’interno dei baggy le nostre generose terga. Il trend ha preso avvio con la fine delle feste e promette di andare ben oltre il Blue Monday. La sensazione è che qualcosa si sia definitivamente rotto all’interno della rete e quella cosa prende il nome scientifico di cazzeggio. Il 2026 potrebbe diventare infatti il primo anno a certificare il cazzeggio in rete come lavoro usurante. Una performance continua che ha trasformato tutto l’Occidente o quello che ne resta in assurdi saltimbanchi di nessuna qualità e in produttori ossessivi di contenuti (spesso mediocri pure quelli) a flusso continuo.
Chiunque ormai è oggi costretto infatti al cazzeggio: un obbligo sociale, un’imposizione che non può essere trasgredita. Dal calzolaio, al commerciante di vestiti passando per il meccanico e l’elettrauto ognuno è costretto a stare sulla scena, a dare una forma creativa a un ruolo che in precedenza non l’aveva mai richiesto. In caso contrario la pena può essere il fallimento o l’accettazione – il che sarebbe pure sana come cosa – di essere niente più che se stessi. Così il cazzeggio affligge cinquantenni, professionisti e artigiani con follower che non arrivano al migliaio. Una versione che mima quella di profili con seguiti di milioni di persone. Una fatica senza fine che non esclude più nessuno. La vita digitale non è più solo una parte della vita reale, ma al contrario è la vita reale che è divenuta funzionale alla rappresentazione sul digitale. Quello che invece ancora offriva il 2016 era una originalità che oggi riluce nella sua estetica spesso inadeguata. Artigianale, ma profondamente sincera là dove – non tutti a differenza di oggi – potevano essere definiti abili performer. Uno sguardo di mera natura tecnologica che ora accomuna, conforma e impedisce ogni distinzione.
L’hashtag imposto da celebrities come la scrittrice Lena Dunham e la modella Karlie Kloss è #TBT, To Be There. Bisognava esserci. Non si capisce dunque se si stia parlando di un’epoca d’oro ormai svanita per sempre, una specie di Belle Époque per utenti digitali, o se invece si tratti dell’ultima spiaggia, dell’ultima possibilità. Una giocata in definitiva finita male e con il risultato che rischia con molta probabilità di andare ancora peggio, in un modo che se non ci azzardiamo a prevedere è solo perché ci fa molta paura. Fa molta paura a tutti: idraulici e baristi, dirigenti e operai, politici e industriali, cattolici e paracadutisti, giocolieri e camionisti, per dirla con Matteo Salvini. E via che si posta.
Quindi, ma noi dove eravamo dieci anni fa? Che succedeva nel 2016? Tanto per cominciare, nel 2016 il Presidente degli Stati Uniti d’America si chiamava Barack Obama e forse già questo può chiarire l’incubo immane dentro il quale ci troviamo oggi. E poi, chi era giovane nel 2016 faceva parte di una generazione che ci credeva per davvero, i famosi Millennial: giovani negli anni Dieci e poveri verso la fine degli anni Venti. Tutt’altra pasta quella della Generazione Z, disincantata, un tantino in acido e pronta a ogni evenienza, soprattutto a quelle peggiori.
In sostanza, se fino al 2016 era possibile immaginare sorti progressive per l’umanità e in particolare per l’umanità che ci sta da sempre per davvero a cuore (ovvero quella che sta a Nord e a Occidente), da lì in poi tutto si è rivelato solo come un furto dell’infanzia, per dirla con Greta Thunberg in un discorso pronunciato già nel 2019, sette anni dopo pure le lacrime sono finite. Fino al 2016 il globo sonoro era totalmente invaso dalla musica indie, che per quanto (per alcuni eh, per alcuni) possa essere il segno dell’avvento di Satana in terra, quanto meno esprimeva un’idea fiduciosa di futuro. Alla spalle del resto c’era sì stata una crisi economica – quella del 2008 – che aveva lasciato ammaccati e non poco, ma che aveva colpito in particolare tutto quello che veniva considerato già da tempo vecchio e pericoloso: banche e finanza. Luccicava invece ancora il mito della Silicon Valley composto da eroi progressisti in maglietta e infradito che ci stavano consegnando il mondo in mano.
Forse non potevamo dirci felici, magari in alcuni casi l’euforia aveva più ragioni chimiche che reali, ma eravamo ben lontani da uno stadio di tedio e di depressione. Il sogno americano con l’elezione di Obama – pur con tutti i suoi limiti – si era in parte rigenerato, insomma quella doveva essere l’inizio di una nuova era, non il canto del cigno a cui è seguito immediatamente lo strangolamento del cigno stesso. Perché poi è arrivato Trump, poi è arrivata la pandemia, poi è arrivato Musk che c’era già prima, ma ci ha fatto capire che il mondo non era nostro, era suo. E dietro a Musk tutti in fila i geni del digitale, tanto acuti e tanto intelligenti quanto patetici intrallazzatori dalla schiena mobilissima al cui confronto Vittorio Sbardella e Franco Evangelisti potrebbero passare per moralisti.
Ma al di là degli atteggiamenti di questi loschi figuri – di tipi così ce ne sono sempre stati e chissà quanti altri ci aspettano in futuro – a segnare forse in maniera definitiva l’umore delle nuove generazioni è stata propio la pandemia e la richiesta di eroismo per mezzo di poltrona, computer e cibo d’asporto. Praticamente la sintesi di tutto quello che siamo, desideriamo e spesso pretendiamo. Francamente non una bella fotografia. Dovevamo uscirne migliori e invece ne siamo usciti per quello che eravamo, e quello che eravamo e che in parte ancora siamo non è una gran bella cosa.
Ora si tratta di capire se quello che ci manca davvero del 2016 è l’apparenza: ci manca in buona sostanza quello che credevamo di essere o la speranza e la voglia di essere meglio di quello che siamo stati? Perché quella voglia richiede preparazione, testa, rischio e qualità d’esecuzione. Tutte cose che oggi pochi credono di avere in corpo e pochissimi sono pronti a mettere in campo. Sì, #TBT, dovevate esserci, perché dieci anni fa era tutto più facile, eravamo tutti un po’ più ricchi (tranne Elon Musk), ma eravamo anche molto più arroganti e non così intelligenti come credevamo. Barak Obama era cool, molto cool, ma non è stato in realtà un grande Presidente, ed è inutile appellarsi al degrado dentro al quale siamo finiti o abbiamo scelto di scivolare per giustificarne i limiti. Anche Obama va preso, criticato, studiato e archiviato, perché è ora di fare meglio.
Ever since I left the city, you got a reputation for yourself now, everybody knows and I feel left out, non so se abbia senso mettersi a canticchiare Hotline Bling di Drake ora che il tempo a disposizione sta per scadere. Viviamo immersi in una melassa di nostalgia che può portarci solo a morire di diabete, nel mezzo sarebbe necessario provare ad andare oltre: sì, Instagram e Tik Tok sembravano una buona idea, YouTube un lavoro possibile, la Ferragni e Fedez uguali a Elisabeth Taylor e Richard Burton e invece, pensa un po’, le abbiamo sbagliate quasi tutte. Siamo rimasti lontani un bel po’ dal bello e dal mito, dall’epica e dalla Storia. Eravamo in realtà solo in salotto sotto delle orribili coperte in pile, qualcuno era già nel letto a sprofondare nel buio con uno schermo illuminato sparato davanti agli occhi.
Questa nostalgia per il 2016 sembra così lo strenuo tentativo delle generazioni passate, dai Boomer in poi, di sentirsi ancora giovani, recuperando un linguaggio in parte affine a quello degli Zoomer, ma che al tempo stesso lo rende inefficace. Insomma l’impressione è che la storia sia sempre la solita: era meglio un tempo, ah signora mia come si stava bene, e tutto quello che state pensando lo avevamo già pensato noi. Vabbè.
«Non seguire le tendenze, ma creale». Lo diceva Frank Capra e non Mark Zuckerberg. Forse sarebbe il caso d’iniziare a cercarsi qualcuno di migliore con cui accompagnarsi, e questo avrebbe dovuto esserci chiaro quando vennero aboliti i feed cronologici e quindi quella democrazia social che dava a ogni post pari dignità e possibilità di essere visto. Non l’ha detto Bertolt Brecht anche se sembra, ma pare che prima tolgano la democrazia sui social per poi toglierla anche da altre parti, fino a quando non ne resta più. Pensare ancora che la rete e i suoi andamenti siano distinti dal mondo è pericolosamente ingenuo. Rischiamo di rimpiangere ben più del dissing tra Taylor Swift e Kanye West o dello scioglimento degli One Direction. Rischiamo di perdere l’ultima possibilità di giocare per davvero, di divertirci per davvero, di essere noi per davvero. Di esistere per davvero.













