Siamo tutti idioti che vivono nella Little Britain degli Sleaford Mods | Rolling Stone Italia
Le canzoni dell’impotenza

Siamo tutti idioti che vivono nella Little Britain degli Sleaford Mods

Marci, sporchi e per niente imbecilli, in ‘The Demise of Planet X’ descrivono i nostri cervelli spappolati a forza di scrollare e le nostre misere vite, là in Inghilterra e qua in Italia. Meritiamo un “f*ck” ogni 30 secondi

Siamo tutti idioti che vivono nella Little Britain degli Sleaford Mods

Sleaford Mods

Foto: Nick Waplington/Spin-go

A questo ci siamo ridotti, dice Jason Williamson in una canzone intitolata Megaton e non solo in quella: gente imbambolata dal troppo scrollare, cavie di un esperimento di laboratorio guidato da un algoritmo che ci propina corpi massacrati e poi meme divertentissimi, complotti giudaici e balletti iconici, le cose del mondo spiegate in 15 secondi ed Everybody Viva el Duche. Mentre ci dividiamo animatamente in tifoserie su qualunque cosa allo scopo di decidere chi ha asfaltato chi, il mondo che conoscevamo è finito e non siamo più in grado di distinguere la realtà dalla finzione.

Marci, sporchi e per niente imbecilli, gli inglesi Sleaford Mods hanno messo di nuovo la loro arte musicale povera al servizio dell’osservazione della realtà che li circonda. In The Demise of Planet X, cantano la frustrazione, la rabbia, la way of life inglese (e anche la nostra) sempre più grigia, sempre più triste. Lo fanno più o meno come l’hanno fatto sempre, con Williamson che spara parole a raffica e sembra un tizio che ha bevuto troppe birre al pub e ogni tanto si lancia in filippiche mezze sconclusionate, il minimalismo electro punk di Andrew Fearn basato sul concetto di ripetizione, qualche ospite. Se John Lydon fosse nato negli anni ’70 e fosse cresciuto a Nottingham, forse farebbe canzoni simili a queste. La quantità di “fuck” e derivati nei testi è quella giusta: 84 in 41 minuti, uno ogni 30 secondi circa. Ce li meritiamo tutti.

Alcuni dei nuovi e vecchi amici che la coppia ha chiamato servono a dare rotondità melodica e un tocco di pop ai ritornelli, vedi i casi di Sue Tompkins dei Life Without Buildings nella storia di droga di No Touch ambientata in un ippodromo o il ritornello cantato da Aldous Harding in Elitist G.O.A.T., che non si capisce se sia critica o autocritica. Quello che si capisce benissimo è che il Babbo Bastardo del disco è Donald Trump. Bad Santa è un pezzo cupo sulla cultura molto maschile e molto prevaricatrice dei MAGA e al tempo stesso sulla pretesa di dirti come vivere tipica dei picchiatelli arroganti a cui urge di commentare qualunque cosa sui social. Il filone su-Internet-sono-tutti-matti-frustrati prosegue in Shoving the Images sui “fucking cunt” che si atteggiano a duri, ma in fondo nascondono la loro fragilità.

Sleaford Mods Ft. Gwendoline Christie & Big Special - The Good Life (Official Video)

Il cantante ne ha anche per sé in The Good Life, che inizia con la risata di Gwendoline Christie, la Brienne di Tarth del Trono di spade, e ha un ritornello sinuosissmo, enigmatico e quasi sexy dei Big Special. La canzone è messa in apertura come a dirci: guarda che non siamo meno incasinati di te. È una specie di dialogo interiore di Williamson, uno che nelle interviste gode a criticare le altre band, vedi per esempio le accuse agli Idles. Però poi si pente e si descrive come un mezzo frustrato che farebbe bene a godersi la vita che ha. Sarà anche vero che conteniamo moltitudini, ma avere dentro di sé due Williamson che litigano dev’essere un casino.

Gina Was è un’altra traccia nata da un’esperienza personale, quando a scuola negli anni ’80 alcune ragazze hanno buttato Williamson a terra e gli hanno calato i calzoni. A quanto pare non era un John Holmes e Gina l’ha detto a tutta la scuola, la “fuckin’ bitch”. Non è l’unico momento in cui il disco trasmette una sensazione d’impotenza sia nella vita relazionale che in quella sociale o parasociale. The Demise of Planet X è meno rabbioso e più amaro di altri album del duo. Aleggia spesso un senso di sventura, personale e collettiva.

Al centro ci sono i due minuti e mezzo della title track in cui Fearn sembra citare il tema musicale infantile di The Magic Rundabout e Williams tira fuori la storia di Shirley Valentine, commedia teatrale poi diventata un film incentrata sull’esistenza grigia e senza stimoli di una casalinga inglese di mezza età che scopre il mondo andando in vacanza in Grecia. «Noi inglesi» ha scritto il cantante a proposito della canzone «sappiamo essere molto infelici. Facciamo vite incolori, non ci piace nessuno, e la cosa è solo peggiorata col tempo. Come cazzo si può pensare che gente che appende bandiere ai lampioni abbia una buona qualità di vita?».

Sleaford Mods - Megaton (Official Video)

Fearn inserisce qua e là qualche elemento musicale più tradizionale e qualche abbellimento per strappare la musica da un copione che si ripete da tanti, forse troppi anni. Dà ad alcune canzoni un carattere stranamente giocoso e ad altre un filo di inquietudine da scena di un thriller prima che avvenga un delitto, usa la ripetizione spesso di una o due misure per trattenere la tensione, come se la rabbia non fosse mai destinata ad esplodere. È la musica di chi si sente intrappolato.

Williamson è il solito predicatore da Speakers’ Corner che mette in fila riferimenti alla cultura pop in un cumulo di immagini che può risultare vertiginoso o spiazzante, e che di sicuro necessita di avere sotto mano i testi, a meno che non siate molto bravi con le lingue o molto inglesi. Musicalmente è un disco tutt’altro che memorabile e del resto l’esistenza stessa degli Sleaford Mods è un atto di protesta contro la cultura dei gruppi rock e la totale mancanza di pretese è un retaggio del punk. Tutto però acquista un senso se si ascolta l’album leggendo i testi. Il cultore di ritmiche eccitanti, di passaggi armonici interessanti, di melodie imprevedibili, di passaggi in cui senti la mano del musicista lo apprezza fino a un certo punto, quello che ama i dischi che cercano di raccontare il mondo inenarrabile in cui viviamo annuisce come Robert Redford in Corvo rosso non avrai il mio scalpo.

The Demise of Planet X (o Planet Shit come canta a un certo punto Williamson) è un disco apocalittico, ma a modo suo. La rovina del pianeta non deriva dall’escalation di una delle tante guerre in corso o dalla catastrofe ambientale, ma dallo stillicidio di atti di stupidità che si accompagnano a una vita online idiota e dannosa. Non lo abbiamo capito, ma il disastro è già avvenuto e viviamo in un mondo post apocalittico. La fine del mondo è arrivata al ralenti.

Come può allora finire questo trattato pop di vita contemporanea in cui politica, rabbia, noia, frustrazione, autocommiserazione e cattive abitudini s’intrecciano e ci consumano un giorno dopo l’altro? Aprendo Vinted, naturalmente. In The Unwrap Williamson è a casa, disilluso, in cerca di gratificazione. Ed ecco che all’ultimo minuto arriva l’84esimo fuck: “Yea, I just fucking buy stuff now”. L’ansia che gli viene andando su Internet o girando per strada dove non trova più vita né empatia viene placata comprando cose, aspettando i pacchi, scartandoli sul divano. Oh fuck, hanno vinto loro.

Altre notizie su:  Sleaford Mods