Da Gattullo ci sono andato per anni tutte la mattine all’alba o anche prima, la brioche calda, il cappuccino a raso e il barista dallo sguardo obliquo, la giacca bianca stazzonata. Ci sono andato, prima, non sapendo che era Gattullo e solo perché da quelle parti a quell’ora alternative non ne avevo; e poi, sempre non sapendo che era Gattullo, perché appena sveglio nella città più triste d’Europa lì potevo cogliere la fine della notte, l’ultima parentesi di una felicità che anche qui nel mezzo della pianura padana aveva regalato discorsi astrusi, vette altissime e gioie tanto imprevedibili quanto indicibili.
Ballerine di seconda fila e playboy fuori forma, ma sempre in attività, giovani dallo schimico elegante per non dire elegantissimo e signorine la cui grazia era negli occhi seppur ampiamente visibile fin dalla punta dei piedi. Da Gattullo non esisteva la quarta parete, ma solo la sala macchine, caffè, cappuccini e cocktail fuori orario, ovvero a qualsiasi ora. E poi un pubblico in scena, attori e spettatori l’uno dell’altro. La misura lì era vietata per appartenenza, lì dal profumo della pasticceria fino a quello dello Chanel Numero 5 tutto era compreso.
Solo poi, più avanti negli anni e nel comprendonio, ho capito che cosa era Gattullo e che il panorama davanti a me non era che la punta dell’iceberg di un mondo in via di rapido scioglimento. Gattullo non era il posto in cui ci si incontrava ma in cui ci si dis-incontrava. Quello era il posto in cui se non avevi nulla a che fare con il prossimo gli diventavi amico, ma un amico dell’anima, certo durava il tempo di uno scambio, di una battuta, perché lì le battute erano fondamentali: l’elemento d’accesso al desiderio. Senza una buona battuta si rischiava di perdere il giro e addio caffè e addio cannoncino alla crema.
Gattullo è stato così per anni il regno incontrastato del più grande e rimpianto di tutti, giornalista quando essere giornalista voleva dire portarsi dietro un’armata di rispetto e passione, di racconto e ironia, di gioia di vivere e senso del rischio senza alcun senso. In poche parole lì era dove Beppe Viola arrivava e dove Beppe Viola tornava. Come giustamente ha fatto più volte notare Giorgio Terruzzi, che di Beppe Viola fu allievo, ancora ci si domanda come ha fatto Gattullo a restare in piedi, con tutti i bignè e tutte le brioche (perché i cornetti a Milano sono brioche e pazienza per chi ancora si ostina a non diventare adulto) che all’arrivo dei nostri eroi sparivano a fronte di un conto minimo per non dire irrisorio.
Perché Beppe Viola voleva dire triangolo delle Bermuda ovvero San Siro nel senso di stadio, ma anche nel senso d’ippodromo e poi via Monte Rosa nel senso di Derby Club. Tutti luoghi della notte, dell’azzardo, della gioia e della risata infinita che reclamavano l’ultimo colpo proprio da Gattullo, prima della branda, delle spiegazioni da dare e del mal di testa della mattina. Gattullo apriva e loro andavano a chiudere serata, Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Teo Teocoli, Diego Abatantuono, e tutta quella Milano lì che se giusto uno non ha la passione per risvolti e cimosati, cartongesso e vetrocemento gli sale una malinconia che nemmeno Vincenzina e la fabbrica.
Da Gattullo prendeva così forma l’ufficio facce, oggi abusatissimo modo di dire da newyorchesi vista Vimercate, ma allora esperimento sociale di altissimo calibro: «Quello ha una faccia da interista, quello ha una faccia da milanista». La sentenza era inappellabile e definitiva e non si sbagliava mai perché se Lombroso aveva una buona teoria, Viola e amici avevano occhio oltre che orecchio. Gattullo è rimasto come un organismo perenne, immutabile negli anni al mutare di Milano, ma sempre in sintonia con la città. L’aspetto elegantissimo, l’aperitivo vecchia scuola, la colazione e la pasticceria un trionfo e una gioia, attorno un quartiere che diventa borghese e giovane, bocconiano e anche un po’ paninaro (breve ma intensa parentesi di decadenza), popolare quanto basta, ma nel tempo anche un poco stronzo. Uno stronzismo da cui gli stupid stanno ben alla larga e che guardano con la commiserazione con cui si guarda il parente diventato ricco e che si crede pure intelligente.
Milano è sempre stata la città dei fuori posto, di quelli che hanno capito tutto e di quelli che la sanno lunga, ma mai per davvero. E Gattullo di loro era il riparo quando tutto diventava troppo fuori posto e quelli che avevano capito tutto pensavano di aver capito tutto, ma per davvero. Prima della sentenza e in alcuni casi anche prima della galera, Gattullo era l’oasi di salvezza, l’ultima sigaretta della notte e anche la prima della giornata e in alcuni casi, amarissimi, anche l’ultimo desiderio prima di una scelta che più sbagliata di così non si può (Ciao Riccardo e che sia la tua una buona stella).
Si passava a prendere il panettone da portare a casa, senza mai però specificare a che ora si sarebbe tornati a casa. Si prendevano anche le paste e le torte per comunioni e cresime, perché era un tempo così semplice che le cose e le idee anche opposte vivevano insieme, spesso anche nella stessa persona. Padre di giorno e saltimbanco di notte, lavoratore in fabbrica e mano lesta in gioielleria. Gioia e perdizione, amore e abbandono, fedeltà e tradimenti stavano tutti in quei musi stravolti dalla fatica e dalla gioia, da una vita ad alta temperatura, fatta senza badare a spese. Certo non erano più quei tempi già da un bel po’, chissà il Beppe che direbbe delle Olimpiadi invernali a Porta romana e chissà il Carlo che avrebbe pensato di queste notti lunghissime e di queste mattine passate a fumare in attesa che risalga la voglia e il guizzo di una battuta o anche solo di un: «E allora? Cumm’è che vè?».
Basta guardare gli occhi di Diego (Abatantuono) quando gli si chiede di Enzo (Jannacci) cosa dicono di quel mondo. Bucano le lenti e ti portano lì in mezzo a quella sarabanda che hai voglia i bignè, hai voglia i cannoncini per tenere a bada la tristezza che monta come panna. Fortuna e abilità fanno sì che prima del pianto salga la battuta ed è come allora. Gesù che gioia, Signur che paste.













