Possiamo metterci alle spalle questa storia dell’industry plant? | Rolling Stone Italia
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Possiamo metterci alle spalle questa storia dell’industry plant?

E poi, com’è che l’accusa di essere dei prodotti artificiali del music business e di avere tratto vantaggio da privilegi e contatti viene rivolta soprattutto alle donne?

Possiamo metterci alle spalle questa storia dell’industry plant?

Chappell Roan e Doechii

Foto: Dimitrios Kambouris/Getty Images/The Met Museum/Vogue (1), Mike Coppola/MG25/Getty Images/The Met Museum/Vogue (2)

Poco prima della fine del 2025 Doechii ha pubblicato un pezzo nuovo intitolato Girl, Get Up. Ad attirare l’attenzione non è stato tanto il featuring di SZA, né il campione di What Happened to That Boy di Birdman feat. Clipse, ma il testo contenente una lista di cose in e out per il nuovo anno. In: bere kombucha, dormire bene, meditare. Out: gli stronzi misogini su Internet.

È un “out” che le donne che si muovono nell’industria musicale conoscono fin troppo bene. Doechii conosce la situazione dal 2024, da quando cioè ha sfondato con Alligator Bites Never Heal. Nonostante faccia musica da oltre un decennio, il successo mainstream ha portato molti su Internet, in particolare lo streamer Adin Ross, ad accusarla di essere una industry plant. Lei ha risposto in Girl, Get Up: “Questa storia dell’industry plant è una stronzata / La vedo sui blog e nelle chat / Non riuscite a concepire che lavori duramente / Non riuscite a concepire che mi sia guadagnata questa posizione in classifica”.

Ma cos’è esattamente un industry plant? È un termine usato per screditare gli artisti, metterne in dubbio l’autenticità, insinuare che la loro ascesa non può essere avvenuta in modo naturale, ma grazie a oscure manovre di marketing, coi dirigenti che tirano i fili degli artisti, che magari hanno pure genitori con buone conoscenze nell’industria musicale. È vero che è stato detto anche per uomini come Yungblud, ma è evidente che il termine è usato per lo più con artiste di sesso femminile

«È un doppio standard assurdo», ha detto nel 2020 Phoebe Bridgers. «Se sei donna e hai genitori benestanti, non ti è permesso fare musica. Se sei uomo, vieni premiato per lo stesso identico motivo. Secondo questo criterio ogni mediocre ragazzo bianco che canta sarebbe un industry plant». Per Rhian Teasdale dei Wet Leg «è solo misoginia».

Il termine industry plant è emerso per la prima volta sui forum hip hop nei primi anni 2010. Col tempo si è diffuso in altri generi come l’indie e il pop. Lana Del Rey ne è stata una delle vittime più note, soprattutto dopo che si è saputo che ha frequentato per anni il dirigente di un’etichetta che in ogni caso non l’aveva messa sotto contratto. Del Rey ha giocato con la polemica pubblicando Fucked My Way Up to the Top su Ultraviolence del 2014.

L’espressione è diventata talmente popolare, rivolta alle musiciste, che è diventato normale chiedere loro quando le si intervista che effetto faccia. E così nel 2022 ho domandato a King Princess cosa pensava di chi su Internet discuteva del fatto che Ida e Isidor Straus, comproprietari di Macy’s morti sul Titanic, fossero suoi trisavoli. Lei ha fatto notare di non essere cresciuta nella ricchezza. «La gente è in buona sostanza frustrata dallo stato socioeconomico dell’industria musicale, quindi capisco perfettamente da dove vengano quelle chiacchiere. Molto semplicemente, non sono la persona che descrivono».

Claire Cottrill, in arte Clairo, si è presa la sua dose di critiche quando hanno cominciato a dire che non era il fenomeno bedroom pop autodidatta che si credeva essendo il padre amico del fondatore dell’etichetta per la quale incideva, la Fader. Il fatto che non lo avesse dischiarato nelle interviste a quanto pare ha fatto arrabbiare un bel po’ di gente. «Lo so che ho avuto la vita più facile rispetto ad altre persone», mi ha detto. «Sarebbe stupido non riconoscere il privilegio di firmare con un’etichetta che mi dà fiducia un contratto che non ruota attorno alla necessità di mantenersi dal punto di vista economico. Ma sarebbe stato stupido non usare quel contatto in un momento in cui ero spaventata e confusa. Che la gente pensi quel che vuole».

Persino il successo di superstar come Billie Eilish e Chappell Roan è stato accolto con scetticismo. «Sono dei nessuno!», ha scherzato Eilish parlando dei genitori attori. «Dov’è la pianta? Dov’è il seme? Dov’è stato piantato? Mi piacerebbe essere una industry plant. Mi piacerebbe non aver lavorato così tanto per avere quel che ho». In quanto a Roan, la sua carriera è esplosa nel 2024, dieci anni dopo aver iniziato a fare musica. «Solo perché tu non conosci qualcuno non significa che io sia una industry plant. Hai mai pensato che forse sei tu a essere fuori dal giro?».

È una cosa su cui si dovrebbe riflettere. Ecco quindi gli in e out di Doechii rivisti alla luce delle cose che dice Roan. In: kombucha, dormire bene e ammettere quando si è fuori dal giro. Out: accuse infondate contro le cantanti.

Da Rolling Stone US.