La recensione della seconda stagione di 'Drops of God' | Rolling Stone Italia
nettare degli dèi

‘Drops of God’ ha fatto come il vino: è migliorato nel tempo

La seconda stagione dello show originale di Apple TV vuole mostrarci un lato diverso del suo vero protagonista: quello umano. Ed è bellissimo così

'Drops of God 2'

Foto: Apple TV

Aleggiava una grande domanda, sugli ultimi secondi della prima stagione di Drops of God: come può continuare così? Già: non perché la produzione originale Apple TV si fosse rivelata deludente; ma perché risultava difficile credere che la linea principale della storia, la disfida tra i due fratelli “perduti” Camille e Issei, tutta a base di vino, potesse continuare per molto.

Non ci eravamo sbagliati. E infatti la seconda la stagione, disponibile dal 21 gennaio sulla piattaforma, offre tutta un’altra direzione. Sia ai suoi protagonisti che al vero personaggio principale, quel nettare divino che dà il titolo prima e la sbornia poi. Ma andiamo con ordine.

Drops of God — Season 2 Official Trailer | Apple TV

Quasi tre anni fa conoscevamo Camille (Fleur Geffrier), recalcitrante erede di un fittizio titano del vino, Alexandre Léger, e Issei Tomine (Tomoshia Yamashita), sommelier extraordinaire, capace di indovinare ogni dettaglio sull’etichetta di una bottiglia al primo sorso. Due vite che, sulla carta, non si sarebbero mai dovute incrociare. E che invece, per un destino senza scampo, li porteranno in contatto. Quel glitch di matrice si chiama sangue, perché, attenzione agli spoiler, i due scopriranno presto di condividere il padre. E che proprio Alexandre, alla sua improvvisa morte, ha lasciato loro un simpatico pensiero: una sfida per decretare il vero Master of Wine (nessun riferimento al reale riconoscimento con questo nome) tra i due, e dunque il legittimo erede alla sua fortuna – Guide Léger, sorta di Michelin del vino, compresa.

Camille e Issei prima l’avevano presa male, poi bene; prima avevano lottato, poi si erano alleati. E infine, arrivati al termine di un serie di prove, avevano deciso che il loro defunto padre (stronzo certificato) non avrebbe potuto tenerli lontani. Tutto è bene quel che finisce bene?

Naturalmente, non poteva che trattarsi di un primo capitolo. Ma il timore per i seguenti era veder replicata questa dinamica all’infinito, un Arsenio Lupin senza la sua refurtiva, un tempo inchiodato su se stesso. Non è stato così. Perché questa volta la sfida non ha nulla a che vedere con i fratelli (né con l’altra serie di cui la prima stagione era stata epigono a metà, Succession). E quindi li punge decisamente sul vivo.

'Drops of God 2'

Foto: Apple TV

Perché c’è una bottiglia innominata che nemmeno Alexandre Léger è mai riuscito a identificare. Un vino che dà le visioni, che fa sfiorare il Paradiso, e che, apprendiamo presto, rischia di scomparire. La colpa è, ancora una volta, di una faida di famiglia, che vede invischiata una stirpe di produttori georgiani, un monastero di frati, e un italiano smanettone troppo felice di fare affari. Pare la trama di un heist movie vecchio stile e invece guarda un po’, stiamo parlando sempre di vino.

E in un modo più interessante rispetto alla prima stagione. Perché se là lo si glorificava in maniera perfino troppo smaccata – leggasi: quegli incensamenti che ti fanno venire voglia di controllare le scritte piccole nei crediti degli episodi, per assicurarti che non ci siano consorzi di mezzo a foraggiare, alla faccia dei Dry January e del No Alcohol -, ora il vino diventa quasi, ohibò, un problema. O meglio, lo diventa la sua natura: è una re-ligione, qualcosa che lega le persone? È uno strumento di potere? È un vezzo personale, una vanagloria? Sembrano domande scompigliate, non lo sono per Camille Léger. Che, da un bliss domestico di partenza (e non vi diciamo altro) trovato forse per la prima volta è pronta a sovvertire tutto, yet again. Scoprendosi ben più simile all’odiato padre di quanto non avrebbe voluto. E dovendo, sorprendentemente, accontentarsi di prendere lezioni nelle questioni dell’anima dal taciturno e riservato Issei.

Morale della favola: a uscirne vincente è sempre il vino, attorniato da un’aura di sacralità che può portare oggi in giro per il mondo, domani a festeggiare alla tavola di sconosciuti, e ieri a far saltare in aria un prestigioso concorso internazionale, da tanto che valgono i prestigiosi concorsi internazionali…

'Drops of God 2'

Foto: Apple TV

Ma è anche, allo stesso tempo, prodotto primigenio del rapporto dell’uomo con la natura, pure senza stare a scomodare le teorie dell’evoluzione (la famosa scimmia ubriaca…). Qualcosa di vivo, che esiste in simbiosi con le mani che lo raccolgono e lo trasformano. E questo è un fascino scevro di ogni luccichio. Istintivo. Qualsiasi storia può ruotare attorno al vino, e la bravura di Drops of God e del suo creatore Quoc Dang Tran è stata quella di costruircene attorno una capace di prenderlo a braccetto e fare come lui (quando tutto va per il verso giusto): affinarsi. Rendersi migliore nel tempo da per sé, giusto un rintuzzo qua e là.

«Ci siamo appassionati al vino lavorando su questo progetto, lo abbiamo compreso meglio, lo abbiamo studiato», dicono Fleur Geffrier e Tomoshia Yamashita (star vera nei Paesi asiatici, tanto per dire la portata della serie) durante un press junket alla fine dell’anno scorso. E come potrebbe essere altrimenti. L’effetto-MasterChef, Drops of God ce l’ha tutto: vedi qualcosa di appetitoso, di potente, di sensuale, e ne vuoi sapere di più. Parlo del cibo e del vino, ovviamente. È simpatico che la seconda stagione dello show giunga proprio durante il “mese di astensione dall’alcol” che ritualmente popola gli algoritmi social allo scoccare di ogni anno nuovo.

'Drops of God 2'

Foto: Apple TV

Chissà se farà cambiare idea a qualcuno. Naturalmente, il punto di tutto non è assolutamente questo. Godetevi la storia, insieme a un buon bicchiere.

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