E se per Peter Gabriel fosse giunto il momento di voltarsi indietro? | Rolling Stone Italia
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E se per Peter Gabriel fosse giunto il momento di voltarsi indietro?

Si è sempre rifiutato coraggiosamente di sfruttare il suo passato artistico rivoluzionario. Ne ha pagato le conseguenze. Dovrebbe cambiare rotta per tornare ad essere rilevante?

E se per Peter Gabriel fosse giunto il momento di voltarsi indietro?

Peter Gabriel

Foto: Roberto Ricciuti/Redferns/Getty Images

Peter Gabriel ha iniziato il 2026 annunciando che pubblicherà il nuovo album O/I una canzone alla volta, a ogni luna piena, iniziando da Been Undone. Lo ha già fatto nel 2023 per il lancio di I/O ed è una mossa intelligente perché consente a ogni brano di farsi ascoltare per un mese intero.

Il problema è che I/O era un ottimo disco, ma non ha avuto gran risalto nella cultura pop, al di fuori beninteso della fanbase. Molta gente sotto i 40 anni conosce Gabriel, se lo conosce, giusto per In Your Eyes o Sledgehammer. Del resto ha pubblicato tre soli album di inediti dopo il boom commerciale di So nel 1986, prendendosi una vita prima di buttare fuori il disco successivo Up nel 2002. E ha dedicato pochissime energie a promuovere e gestire la sua eredità artistica.

Prendete Bruce Springsteen, che con Gabriel ha diviso i palchi ai tempi del tour di Amnesty International. Continua a registrare album di inediti e a portarli in tour, anche se non sempre. Non dimentica però il passato. Ha scritto un’autobiografia, ha supervisionato le ristampe deluxe dei suoi dischi accompagnandole a volte con documentari, ha filmato concerti speciali in cui li esegue integralmente, ha pubblicato album rimasti per decenni nel suo archivio, ha persino collaborato a un biopic hollywoodiano sulla sua vita. Ogni suo progetto è accolto con un certo clamore. Risultato: non viene dimenticato e viene riscoperto dalle nuove generazioni. Qualcosa di simile vale per Bob Dylan, anche se non ha lo stesso ruolo nella produzione di documentari, film e cofanetti d’archivio che lo riguardano. In ogni caso, non si mette di traverso.

Ok, Dylan e Springsteen sono artisti da Mount Rushmore del rock. Prendiamo allora David Byrne, che è più simile a Gabriel per ragioni generazionali, di fama e carica innovativa. Sono stati entrambi frontman di band anni ’70 decisamente influenti, hanno usato costumi e coreografie nei concerti, si sono rapidamente stancati dei vincoli creativi dovuti alla gestione democratica del gruppo e hanno pubblicato un ultimo album con le rispettive band in cui hanno assunto il controllo totale. Hanno entrambi lavorato con Brian Eno, hanno incorporato la world music nei loro lavori, sono diventati improbabili star di MTV negli anni ’80 grazie a video musicali eccentrici e hanno visto la loro popolarità calare nei ’90.

Nel 2000 erano probabilmente allo stesso livello di notorietà. Anzi, Gabriel era un nome più grande per via delle hit come solista che Byrne non ha avuto. Col passare degli anni, però, le cose hanno iniziato a cambiare. Byrne ha fatto molti tour e non ha avuto problemi a suonare i classici della band, riappropriandosene. Ha continuato a prestare ascolto a nuovi artisti e tendenze, ha collaborato con gente cool come St. Vincent, ha scritto un libro e ha messo in scena uno splendido musical a Broadway pieno di gemme dei Talking Heads. A differenza di Gabriel, non è uno che sparisce per anni.

Byrne ha persino messo da parte i conflitti coi compagni dei Talking Heads per lavorare a una versione rimasterizzata del film-concerto Stop Making Sense, che negli Stati Uniti i quattro hanno promosso in festival cinematografici, talk show, proiezioni. Questo aiuta a spiegare almeno in parte perché Byrne è riuscito a suscitare una reazione calda nel pubblico di Olivia Rodrigo quando in estate è salito sul palco del Governors Ball per cantare Burning Down the House con lei.

Gabriel invece non esegue un brano completo dei Genesis dal vivo dal 1983. D’accordo, è un po’ folle paragonare i Talking Heads ai Genesis dell’era Gabriel che non hanno mai avuto una hit riconoscibile dal pubblico generalista e Rodrigo non inserirà mai The Chamber of 32 Doors in un suo set chiamando l’autore sul palco con lei. Ma il lavoro di Gabriel nei Genesis è ancora venerato dagli appassionati di prog in tutto il mondo. Tribute band suonano esclusivamente pezzi di quegli album e riempiono teatri da 2000 posti ogni sera. L’ex chitarrista dei Genesis Steve Hackett guadagna molto bene suonando quella stessa musica nei club e nei teatri d’Europa e Nord America. Gabriel, invece, ha fatto di tutto per mettersela alle spalle, a parte collaborare occasionalmente a progetti come il recente remix in Atmos di The Lamb Lies Down on Broadway.

A parte il tour celebrativo di So del 2012-2014, non ha scritto un’autobiografia, né commissionato un documentario sulla sua vita, o pubblicato un cofanetto o fatto quasi nulla di ciò che sarebbe necessario per ricordare al mondo chi è stato. Nei suoi rari tour, Gabriel propone bene o male le stesse canzoni tratte soprattutto da So e Us e lo fa da oltre 30 anni, trascurando quasi completamente i primi quattro album solisti. I fan americani se ne sono accorti: il tour nelle arene degli Stati Uniti del 2023 ha registrato vendite tiepide in alcuni Stati, con alcune venue che hanno dovuto chiudere certi settori.

Così, suggeriamo umilmente che Gabriel prenda in considerazione qualcosa di radicalmente diverso. Potrebbe iniziare ristampando i suoi primi quattro album in edizioni super deluxe: ognuno è brillante a modo suo, tutti vengono ignorati da tanto, troppo tempo. È uno dei performer più brillanti della storia del rock, alla gente serve solo l’occasione per vederlo con i propri occhi. Potrebbe quindi valutare di fare tour in pochi selezionati teatri creando con quei concerti fermento e attenzione mediatica. Potrebbe prendere in considerazione di scrivere un’autobiografia e magari ingaggiare un grande regista per realizzare un documentario sulla sua vita (un biopic è fuori discussione o forse potremmo immaginarne uno sul suo ultimo anno nei Genesis e l’inizio della carriera solista, o magari sugli anni ’80, quando stava diventando una superstar e il suo matrimonio stava finendo).

E sì, potrebbe anche fare un tour di reunion dei Genesis con Steve Hackett, Mike Rutherford, Tony Banks, Nic Collins e magari una comparsata di Phil Collins, se se la sente. Ma è ovvio che non succederà mai. Potrebbe quantomeno ricordare agli appassionati, presentandolo per la prima volta a quelli che non l’hanno mai sentito, il rivoluzionario repertorio solista che è venuto dopo i Genesis. Non è troppo tardi.

Da Rolling Stone US.

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