Il vecchio punkettone ci ha accolti nella sua «venerabile dimora», ha posato per un grande fotoreporter, ci ha parlato di fede, politica, reunion e dello spettacolo teatrale ‘Percuotendo. In cadenza’. «È la mia ultima tappa»
Giovanni Lindo Ferretti vive a Cerreto Alpi, ma non ha scelto questa «venerabile dimora»: è stata lei a scegliere lui. A quasi 1000 metri sul livello del mare, il paesino d’inverno si spegne nel freddo pungente e nella nebbia che ottunde la vista, in un paesaggio di montagna che non evoca risposte, ma invita a misurare il tempo che scorre. È «un rifugio e un tempio» che, a un certo punto, si trasformerà in sepolcro. Un ritorno alle origini, nel luogo in cui la vita si contrae e la società moderna perde consistenza.
Seduti nella cucina della nonna, di fronte alla stufa a legna, Ferretti ci ha parlato dell’illusione umana di governare tutto con il raziocinio. Lo ha fatto perché tornerà in scena con Percuotendo. In cadenza, lo spettacolo teatrale che a partire dal 14 febbraio gli permetterà di compiere il bilancio della sua esistenza in quella che ha definito «l’ultima tappa». Ne è venuto fuori un lungo racconto di come sono nati e morti i CCCP, perché Zamboni «mi ha ucciso prima che morissi», di Annarella che è una «delle donne che governano il mondo», di Fatur come «essere ingestibile» e di come, insieme, hanno «creduto nel disagio trasformato in forza». Oltre, naturalmente, della prossima e attesissima reunion dei CSI che si è riaccesa grazie a una e-mail.
Ferretti ci ha anche spiegato la sua visione di un mondo in cui «volendo la pace, molto spesso, si finisce per scatenare la guerra». Di una Resistenza «nata e cresciuta nelle canoniche», di comunisti e fascisti che oggi «si assomigliano» e si alimentano dello stesso odio moltiplicato dai social («non abbiamo bisogno di Zucchero che canta Partigiano reggiano»). L’amicizia impossibile con Franco Battiato («non andavamo d’accordo su niente, con Sgalambro su tutto»). Che Giorgio Canali è «l’unico rocker che resta in Italia». Ha descritto il punk come fenomeno di rottura più che come genere musicale («non sono mai stato un fan dei Sex Pistols»). Ha confessato di non montare più a cavallo e che il viaggio più difficile è stato «tornare a confessarmi». Vorrebbe morire sul palco, perché l’alternativa sarebbe quella che rifiuta con più decisione: «Diventare un malato curato continuamente per garantirsi la salute eterna». Agli amici nell’ultimo Natale ha chiesto un regalo inconsueto: una pistola.
Questa casa è più un rifugio o un tempio?
Sia un rifugio che un tempio. Io la chiamo venerabile dimora. Credo che se anni fa non fossi tornato, oggi non sarei ancora qui a fare delle chiacchiere. Sono convinto che questo posto abbia contribuito a salvarmi la vita dai pericoli della psiche, dell’anima e del corpo.
Qui ti senti libero, a contatto con la natura, con Dio o cos’altro?
Per me è un sepolcro. Una volta cantavo: “Nato tra i morti sui monti, vivo sui monti tra i morti e non c’è lama che possa recidere la languida catena. Generazione su generazione” (Cronaca montana, ndr). Nella bella stagione il paese un po’ si rianimava, mentre adesso, stando alla finestra alta della mia casa, non vedo neanche più una finestra aperta.
Quando sono arrivato ho trovato qualche segno vitale tra il bar di Cerreto, la farmacia e la tabaccheria di Collagna, a pochi minuti da qui, gestiti da giovani donne.
Hai visto le tre persone più giovani e simpatiche della collettività. Tutto quello che vedrai, da qui in poi, sarà peggiore. Purtroppo è la dimensione delle montagne. Gli uomini tendono al piano, alla città, alle metropoli che si trasformano in megalopoli. In teoria, con la connessione, dovremmo tendere a espanderci, invece avviene il contrario. Ho un amico in Cina che vive in una città di 30 milioni di abitanti e 30 anni fa non esisteva. Una delle Torri di Babele dove abbiamo scelto di vivere.
C’è qualcosa che la montagna ti toglie oppure per te ha solo vantaggi?
A me non toglie nulla. Quando arrivo a Rivalta, periferia di Reggio Emilia, mi chiedo come faccia la gente a vivere in luoghi così concentrati e malsani. Sembrerà una banalità, ma scendendo si vede una coltre grigio-violacea che ristagna sulla Pianura Padana. Ma io sento di rimanere qui per altri motivi, questa casa è determinata dalla mia esistenza. Non l’ho scelta, è lei che ha scelto me.
Come ha fatto a sceglierti?
Ora siamo nell’antica cucina, il regno di mia nonna. L’infanzia qui ha rappresentato un periodo magico. Quando me ne sono andato mi sono ripromesso che un giorno sarei tornato per prendermi cura della casa. A differenza di mio fratello, per il quale l’averla lasciata è stata una liberazione, come per la stragrande maggioranza di chi viveva in questi paesi. Quando ci sono nato ci abitava un migliaio di persone, oggi d’inverno siamo rimasti una quarantina.
Anche in questa casa, che prima accoglieva i tuoi vecchi, sei rimasto solo.
Nell’ultimo periodo era una RSA. Dopo la morte di mia madre e di mio zio non ho più neanche le badanti in giro. Quelle tre donne, in più, non andavano d’accordo: ho fatto molta politica per non farle scontrare, tanto che adesso potrei diventare presidente del Consiglio. Rimasto solo, per un mese ho sbagliato persino a fare la spesa, ero spiazzato, non più abituato a badare solo a me stesso. Ma fuori c’erano delle band strepitose che mi aspettavano. Cosa avrei potuto desiderare di più?
Torneremo alla reunion dei CCCP e quella prossima dei CSI, ma nel frattempo, dal 14 febbraio all’Arena del Sole di Bologna, e per un’altra decina di date, ti esibirai nello spettacolo teatrale Percuotendo. In cadenza. È la summa di tutta una vita?
In passato l’avrei chiamato flusso di coscienza. Adesso preferisco definirlo: dalla fonte battesimale alla pietra tombale. Un intreccio di canzoni e pensieri per ripensare all’esistenza.
Scrivi: “All’origine il canto la poesia la preghiera erano una cosa sola, alla fine saranno la stessa cosa”. Riecheggia “in principio era il Verbo”, dal Vangelo secondo Giovanni.
Sono pieno di assonanze bibliche, perché cresciuto in mezzo a parole sacre. A 70 anni ho preso atto di essere diventato vecchio e mi sono reso conto di aver sempre campato di parole. Da bambino avevo solo libri religiosi, infatti ho imparato a leggere e a scrivere nel collegio delle suore di Maria Ausiliatrice. Nella biblioteca c’erano solo agiografie di santi e di martiri.
Qual è stata la tua prima lettura non religiosa?
In casa ho ancora il librino, un’edizione anni ’50 de L’ultimo dei Mohicani, il primo libro non religioso che ho letto. Me lo ha regalato mia mamma, tra la prima e la seconda elementare.
È lo spettacolo definitivo per provare a contenere tutte le tue sfaccettature artistiche?
Diciamo che mi sono sentito ben rappresentato anche dagli spettacoli precedenti, ma questa è davvero la mia ultima tappa. La storia è cominciata quando ero sul palco prima della reunion dei CCCP, con A cuor contento. Doveva durare una stagione, alla fine è andato avanti per 13 anni. E nel tempo si è trasformato: sono entrati i pezzi dei CCCP, si sono aggiunti l’organetto, il violino, Paolo Simonazzi con zampogne, cornamuse e liuti, poi ho sentito il bisogno di un po’ di elettrificazione e ho convinto Luca Rossi a suonare la chitarra.
Dal punto di vista musicale cosa dobbiamo aspettarci?
Come riferimento gli ho dato la colonna sonora del film Dead Man, mi piacevano quelle chitarre stiracchiate. Fra tanti musicisti mi mancava un percussionista e Rossi voleva che conoscessi Simone Beneventi, musicista talentuoso che l’ennesima casualità mi ha fatto incontrare.
Com’è successo?
Mi hanno chiesto di tenere una veglia per San Giovanni sull’Appennino. Ho preparato i canti evocativi, poi uno di quelli che mi ha invitato ha detto: «Ho un amico per le percussioni». Ho immaginato fosse un fricchettone, invece era Simone, che per fare le prove ha portato a casa mia una quantità di strumenti incredibile. Sono rimasto incantato. Ha messo in piedi una struttura musicale eterea, soffusa, con un crescendo che finisce in un Te Deum, che quando si è chiuso, al Teatro di Vicenza, ha generato un fragoroso boato del pubblico durato all’infinito.
Si mormora che ci saranno anche degli inediti.
In teoria potrebbero esserci… A un certo punto dico: «Se dovessi scegliere una musica vorrei un reggae sfigato anni ’70». E parte la versione sfigata e reggae di Cronache montane che mi piace tanto. Ho pensato di allargare quello spazio in questo modo per sgranchirsi un po’.
Tancredi, il tuo primo cavallo, è parte integrante dello spettacolo.
L’unica azione scenica è la comparsa del suo teschio, per interrogarsi sull’essere o non essere. Anche se ora la società è all’apparenza, quindi sarebbe meglio chiedersi se comparire o scomparire.
A proposito di cavalli, ne hai due nella stalla. Li monti ancora?
No, siamo troppo vecchi. Abbiamo fatto una cerimonia, che è usanza quando un cavallo è troppo anziano per essere montato. Avevo iniziato quando i CCCP si erano sciolti e prima della reunion ho smesso di andare a cavallo. Questa circolarità lascia allibiti, non trovi?
Lo scrittore Aurelio Picca ha detto: «Un uomo fedele all’amicizia è un uomo fedele alla giovinezza. Un uomo che non è fedele all’amicizia, quindi alla giovinezza, è un uomo già morto». Ti ritrovi a proposito della reunion dei CCCP?
È ciò che ho verificato. La riconoscenza verso chi è stato importante nella mia vita ha fatto sì che, pur ostinandomi a dire di no fino all’ultimo, mi sia ritrovato sul palco. Il rispetto, la riconoscenza, l’affetto per Zamboni, Annarella e Fatur, non so dirti se mi mantiene giovane, ma di certo mi mantiene in vita. Quando Aliberti mi ha chiesto un librino sulle preghiere, Óra (del 2022, ndr), ho scritto: «A quei tempi non pregavo, cantavo nei CCCP». Era il momento di farci i conti. Ho preso la discografia, dai primi EP all’ultimo album, l’ho riascoltata e sono rimasto incantato e soddisfatto.
La scintilla è stata riaccesa dall’intervista per il documentario Kissing Gorbaciov.
Hanno allestito un tendone e proiettato il video di Emilia paranoica a gran volume, che avevamo suonato a Melpignano nel 1985. Mi sono reso conto che eravamo bellissimi.
Annarella è una figura particolarmente enigmatica.
Annarella è una Bene Gesserit, una di quelle donne che regolano i destini dell’universo. Fa parte dell’eterno femminino. È riducibile a sua nonna Pia, molto simile a mia nonna. Sono donne che governano il mondo. Puoi essere d’accordo o meno con loro, ma sanno quello che va fatto ed è più semplice accettarlo che rifiutarlo. Il tempo dimostra che hanno sempre ragione. È stata una fortuna, perché non è mai la mediocrità che salva il mondo.
Cosa vi ha colpito di Annarella tanto da inserirla nella band?
Quando ci siamo incontrati era il contrario di oggi: la modernità assoluta. L’abbiamo incrociata fra India e Londra, faceva parte della generazione di un secolo dove i ragazzi giravano in autostop e pensavano fosse importante capire la complessità del mondo andandolo a vedere. Un giovane che ha dei problemi oggi, forse chiede l’aiuto psicologico o si rifugia nelle “macchinette”. Invece noi, quando qualcosa non andava, dicevamo: «Vado nel Maghreb o in India che non si sa mai….».
Così è nata la benemerita soubrette.
Annarella è stata una delle primissime ragazze che ha frequentato l’istituto professionale, la scuola dei tamarri che non volevano studiare. Ho in mente questa immagine: ricreazione, suona la campanella, centinaia di ragazzi in cortile e Annarella che ci passa in mezzo come un aratro. Ha dovuto fare i conti da subito con la complessità del vivere. Io, Annarella, Zamboni e Fatur siamo soggetti che oggi chiederebbero l’aiuto psicologico perché complicati nel vivere. Invece, perseverando nelle nostre singolarità, abbiamo creduto che il disagio si sarebbe trasformato nella nostra forza. Così sono nati i CCCP, che era un gruppo di teatro primitivo e barbarico. Noi dovevamo, prima di tutto, risolvere i problemi della nostra vita.
Quando sei tornato dopo l’infarto, hai detto agli altri che se fossi morto sul palco si sarebbero dovuti ricordare di non essere patetici, e Massimo Zamboni ti ha risposto: «Ferretti, sono buoni tutti a morire, più difficile è risorgere».
Come si fa a non volergli bene? Tanto che non sono morto, mi ha ucciso lui prima.
Dalla fine dei CCCP non vi eravate più visti o sentiti?
Con Zamboni è finita perché la scommessa iniziale era chiusa. Ci eravamo ripromessi: se le cose funzionano, non smettiamo prima di aver suonato a Mosca e Pechino. È successo tutto e di più. Dopo la Mongolia e Tabula rasa elettrificata, quello che io e Zamboni potevamo fare insieme era stato fatto. Da quel punto in poi volevo fallire da solo, non con Zamboni.
Quando è avvenuto il riavvicinamento?
La prima volta che ci siamo ritrovati su un palco è stato quando Annarella ha presentato il libro e la mostra sulla benemerita soubrette nel 2014. Poi siamo stati invitati a presentare Il libretto rozzo dei CCCP e CSI nel 2022. Ma ci eravamo rivisti anche in privato. A un certo punto la figlia di Massimo gli ha detto: «Papà, se non vai tu a trovare Giovanni ci vado io». Ed è venuto. Per vent’anni siamo stati un unicum, pur essendo due persone distinte, prima o poi doveva finire.
Fra i quattro Fatur, artista del popolo, prima ballerino con il nome di Josè Lopez Macho Frasquelo nel centro sociale occupato Tuwat di Carpi, è il più sottovalutato?
Fatur è l’opposto di me e Zamboni. Era la bestialità fatta persona. Nel locale più infame della zona, quando scendeva in pista creava il vuoto intorno. Era un fascistoide, trattava malissimo quelli che definiva «intellettualoidi di sinistra». Nell’insieme funziona, da solo sconta delle mancanze. Quando ha fatto le sue cose, io, Zamboni e Annarella lo avremmo aiutato, ma è un essere ingestibile. Ora è cresciuto, però continua a essere “altro”. Ma non è una vittima e non devo prendermi cura di Fatur.
I primi due EP dei CCCP, Ortodossia e Ortodossia II, e il disco Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, li avete pubblicati con l’indipendente Attack Punk Records. È vero che fu grazie all’intuizione di Helena Velena, allora Jumpy Velena?
Proprio così, quello che disse allora era tutto giusto. Bisogna attribuirle grossi meriti. La meraviglia è stata andare d’accordo per un po’, perché di solito non andiamo d’accordo su niente. Credo che con estrema difficoltà lei vada d’accordo con se stessa. Quando parla di noi mi fa incazzare perché è faziosa. È intelligente ma finisce nell’ideologia. Se dovessi pensare all’essere meno umano che conosco sarebbe Helena Velena. Mi piacerebbe incontrarla, ma non ho idea della sua reazione. Io sarei portato ad abbracciarla e dirle «ti voglio bene», ma so che una dimostrazione di affetto così le darebbe noia. Forse la considererebbe un affronto, un insulto, una mancanza di considerazione. Perché io sono legato a lei dal punto di vista umano, che però è l’aspetto che a lei repelle di più.
Ora in tanti aspettano la reunion dei CSI.
Quello che ho dato per impossibile si è verificato, non vorrei che quello che ho dato per probabile non succedesse. Ma nella vita non è importante ciò che pensi in quel momento, per quanto il tuo pensiero sia ragionevole, perché le cose hanno una loro forza intrinseca. L’accadere vale tutti i pensieri del mondo. E i pensieri sono costretti a riformularsi in base all’accadere. Hai voglia a essere pacifista e che tu non voglia più guerre sulla faccia della terra. Bisogna starci attenti, non alle parole o alle ideologie, ma al concatenarsi delle situazioni. Volere la pace, molto spesso, è il modo migliore per scatenare la guerra.
La foto dei ritrovati CSI, circolata sui social, ha scatenato il delirio.
A metà dei concerti dei CCCP sono cominciate le domande sui CSI, io non ne ho voluto parlare ma sapevo che esisteva la possibilità. Quando sono sceso dal palco di Taormina, l’ultima data, mi sono guardato intorno e ho pensato: i CCCP non hanno più chance, se non un live nell’Olimpo ma prima dovrebbero morire, quindi adesso posso aprire la mente ai CSI.
Chi ha fatto il primo passo?
Dopo qualche giorno ho mandato una mail a tutti i CSI: «Nel mese di agosto non voglio neanche un SMS, ho bisogno di riposare. Ma da settembre, quando ne avete voglia, io sono disponibile a incontrarci e fare due chiacchiere rispetto a quello che è successo e quello che potrebbe succedere». Mi hanno risposto, siamo andati a pranzo e ci hanno scattato la foto.
Come te la immagini la reunion dei CSI?
Per me l’unico scoglio è la scaletta. Io vorrei partire o con A tratti o con Unità di produzione, preferirei la seconda. Ma queste due possiamo metterle ai voti per l’apertura.
Con i CSI ritroverai Giorgio Canali, un altro che sembra il contrario di te.
Giorgio è l’unica persona con cui non ho mai litigato. Nella differenza assoluta, se c’è intelligenza e amore per il prossimo, diventa impossibile scontrarsi. Di tutti i problemi che abbiamo avuto come band, noi due siamo sempre andati d’accordo. E poi lo guardo da sempre con grande ammirazione. Per me Giorgio Canali è l’unico rocker che resta in Italia.
I CSI erano amati anche da Franco Battiato, tanto che ha voluto collaborare con voi.
Ci ha inviato a cena dopo un concerto in un posto principesco. Ricordo il costo della bottiglia di vino, 700 mila lire, me l’ha rivelato il cameriere. Mi sono sentito in colpa, non bevevo e non l’ho assaggiato. Il giorno dopo ho cominciato a bere. Non amavo la sua musica, amavo il suo atteggiamento sul palco. Mi colpì moltissimo un live prima del successo.
Quando era nella fase sperimentale?
Esatto, i primi anni ’70 si è esibito a Bologna al Teatro San Leonardo in una serata organizzata da Lotta continua. Non la dimenticherò mai. Giovanissimo, filiforme, ieratico, vestito da avanguardista novecentesco, maneggiava una serie di “macchinette” di ultima generazione e schivava una selva di cavi. Dopo dieci minuti, quando al pubblico fu evidente che quella lagna era il concerto e non comprendeva canzoni di lotta, ha cominciato a reagire in ogni modo: urla, cori, lancio di qualsiasi cosa. E lui, imperturbabile, ha proseguito per tutto il tempo stabilito. Ne sono rimasto estasiato. Non per la musica, che mi faceva cagare, ma perché ha dimostrato che per esprimersi un artista poteva anche morirci sul palco. È stata una scossa. Poi è uscito con il disco Sulle corde di Aries.
Ti era piaciuto?
Musicalmente non riuscivo a farmelo piacere, ma un pezzo mi ha fulminato: Aria di rivoluzione, che è stata la canzone più bella della mia giovinezza. Per un periodo, nei concerti dei CSI, io e Canali abbiamo cantato quel brano a cappella per il piacere di farla insieme. Con Battiato siamo diventati amici, mi ha fatto cantare con lui e anche recitare in un suo film, andavo a Catania a trovarlo ma non andavamo d’accordo su niente, invece con Mario Sgalambro su tutto. Franco era un mediorientale del Mediterraneo, io un barbaro montanaro dell’Appennino, troppo distanti.
Nemmeno sulla spiritualità vi siete ritrovati?
La sua spiritualità mi innervosiva, così come innervosiva Sgalambro. Quando eravamo tutti e tre insieme cercavamo di non parlarne, altrimenti Franco era da solo contro due contestatori. Quando abbiamo rifatto E ti vengo a cercare, Sgalambro ci ha detto: «Finalmente avete salvato quella canzone». Ripeteva spesso a Battiato che la sua versione era una marcia funebre.
Salendo da Reggio Emilia, il navigatore mi ha indicato il passaggio in una serie di vie con nomi che richiamano il passato “rosso” della regione: Via Carlo Marx, Via Rivoluzione d’Ottobre, Via Unione Sovietica. Di quella storia rimane solo questo?
Per fortuna non ho un navigatore… A parte la mia disconnessione, quelle vie e quelle piazze mi sembrano un residuale insignificante. Quel mondo è finito. Così finito che comincio a guardarlo con simpatia.
L’Emilia paranoica che cantavi con i CCCP è migliorata o peggiorata?
Se guardi là (indica sopra la stufa a legna, ndr) ho appeso una falce e martello. È un regalo e lo trovo meraviglioso. Lo considero, dal punto di vista estetico, grande arte pop della fine del Novecento. L’Emilia paranoica era una Emilia molto addentro alla sua storia. Adesso non credo ci sia più un rapporto tra il suo ieri e il suo oggi. È una qualsiasi periferia del mondo.
È una questione di qualità delle persone o di epoche che cambiano?
Ripenso con simpatia a quelle figure ormai mitiche. Quando finisce la cronaca comincia la storia, e quando finisce la storia c’è il mito. Però manca un passaggio: quando finisce il mito c’è l’oblio. Ora siamo tra il mito e l’oblio. La complessità, la dignità, l’intelligenza di quelle persone, rispetto all’attualità, è improponibile. Non è un problema della gente, ma dei tempi che ci è dato vivere.
Cosa è stato perso rispetto al passato?
I politici allora vivevano nelle sezioni di partito o studiavano, oggi vivono sui social. E i politici di allora sapevano di dover imparare tante cose per governare il mondo e non esserne governati.
Al Corriere hai detto: «Questo governo mi fa schifo, oggi non voterei Meloni»
Io parlo tantissimo, posso aver detto che questo governo mi fa schifo, ma come mi fanno schifo tutti i governi. Nello specifico, mi fanno schifo alcuni nel governo e non altri.
È più una questione ideologica o amministrativa?
Un conto è essere all’opposizione, quindi al 2% com’era Giorgia Meloni quando l’ho conosciuta, un altro è governare un Paese con un livello di costrizione del presidente del Consiglio molto maggiore. Non ho rimostranze da farle personalmente, anche se non mi piace quello che succede. Non è che mi fa schifo lei o il suo governo in particolare, mi fanno schifo tante cose diverse e che non sono neanche riconducibili solo a una parte politica.
La tua partecipazione ad Atreju fece scandalo, oggi fanno tutti la fila per andare.
Prima di allora non conoscevo nessuno di destra. Frequentare per tanto tempo solo gente di sinistra mi aveva nauseato. Ci sono andato volentieri per trovarmi da un’altra parte e ne sono rimasto contento. Dovevo accettare la realtà: là dentro c’era una parte del pubblico dei CCCP. Farei più fatica ad andarci adesso perché sono al potere. Loro non hanno bisogno di me, ma neppure io ho mai avuto bisogno di loro. Intanto ho conosciuto anche gente valida.
Hai detto che «la Resistenza è un mito un po’ abusato», nel frattempo ogni giorno si lanciano allarmi sul ritorno del fascismo. Dopo ottant’anni siamo sempre là?
Io festeggio il 25 aprile, il giorno della Liberazione dall’occupazione nazi-fascista dell’Italia. Al di là delle balle che si raccontano, nelle nostre terre la Resistenza è nata e cresciuta nelle canoniche. È vero che ne hanno fatto parte anche i comunisti, ma sono stati rifocillati e tenuti nascosti nelle chiese. Rimango legato alla Resistenza, ma non alla sua mitologia. La Resistenza è collocata in un periodo storico preciso, non esistono i partigiani eterni. E non abbiamo bisogno di Zucchero che canta Partigiano reggiano. Meglio che cantasse del Parmigiano reggiano.
Ti dichiari antifascista?
Sì, questa casa è antifascista da sempre ma perché cattolica. Quando arrivarono le camicie nere ci portarono via tutto e non perché eravamo comunisti. I cattolici erano nemici del fascismo. La Resistenza è stata una guerra civile. Non è possibile che tutti abbiano in famiglia una nonna staffetta partigiana, riportiamo le cose a una misura. La maggior parte delle nonne erano fasciste o indifferenti e i partigiani pochissimi. Sono cresciuti a dismisura in seguito, un modo per rifarsi una verginità. Comunque festeggio il 25 aprile in solitaria.
Perché non ti unisci alle celebrazioni pubbliche?
Uno dei capi della Resistenza partigiana a Reggio Emilia è stato ucciso dai comunisti qualche giorno prima del 25 aprile, poi è cominciato un altro periodo buio della storia. Fu Togliatti a sancire che la guerra era finita, perché oggi i comunisti dicono che la guerra continua? Non sanno da dove vengono. Sul ritorno del fascismo non vedo questo gran pericolo. Vedo invece che comunisti e fascisti si assomigliano. E quando li guardo sono speculari: entrambi hanno bisogno dell’odio per far aumentare l’audience delle loro cazzo di visualizzazioni social.
Il punk è una rottura col mondo più che un genere musicale?
È una rottura perché, se ci ripenso, quando sono nati i CCCP io del punk non conoscevo niente. Non sono mai stato un fan dei Sex Pistols. Dal punto di vista musicale ascoltavo i fricchettoni, tanto reggae, i rimasugli della West Coast, Patti Smith, Nina Hagen. Noi siamo diventati punk grazie all’ambiente berlinese, che era una sottocultura. A me il punk inglese faceva cagare, a parte le mie band preferite come i Flux of Pink Indians e le Poison Girls.
Cosa pensi dei giovani punk di oggi?
Non so neanche chi siano. Io dell’ambiente musicale di oggi non conosco nulla di nulla. Mi mandano tante cose ma non ascolto niente. Dal periodo post pandemia ho persino smesso di leggere libri. Qualcosa che per me è molto più imbarazzante di non ascoltare musica.
Come mai non leggi più?
Forse perché, dopo anni a leggere in media un libro ogni tre giorni e a volte un libro al giorno, era il momento di una pausa. A Natale ho chiesto agli amici di regalarmi una pistola.
Un regalo un po’ inquietante.
Ho scoperto come fa a continuare a leggere Cormac McCarthy. In una delle ultime interviste gli domandano: «È vero che non esce mai di casa senza un libro?». E lui risponde: «Non esco mai senza un libro e una pistola». Ho pensato: se mi regalassero una pistola, magari potrei uscirei anch’io con una pistola e un libro. Ma per ora nessuno me l’ha regalata.
Dopo l’ultimo infarto, prima della reunion dei CCCP, hai avuto paura di morire?
No, avevo chiuso con tutto e mi occupavo del passaggio alla vita postuma. Non avevo più interesse del contemporaneo. Dal punto di vista fisico i CCCP mi hanno fatto bene. Ero senza energie e pieno di acciacchi. Così abituato a scaricare le tossine sul palco che, senza quello sfogo, non riuscivo a espellerle. Da ultimo l’infarto, il momento clou. Per fortuna Buttafuoco ha chiamato i soccorsi.
Cosa ricordi di quei momenti?
Mi ero sdraiato su un divanetto, convinto che il malessere sarebbe passato. Invece Buttafuoco ha chiamato l’ambulanza, che a Venezia è un barchino, e ricordo quegli infermieri che mi infilavano degli aghi da tutte le parti mentre io guardavo fuori e vedevo soltanto un passaggio di minigonne. Una visione assurda, perché l’imbarcazione sfiorava il suolo e io, sdraiato sul barchino, assistevo a una sfilata di gambe nude di donna mentre mi portavano in ospedale.
Però, nonostante l’infarto, non hai smesso di fumare.
Adesso ne fumo dieci al giorno. Prima tre pacchetti.
Cosa rappresenta per te il fumo?
Mi fregio di considerarmi un proto-mongolo, che è una quota di popolazione a cui il fumo dovrebbe fare meno male. E adoro il soffio della sigaretta, penso abbia una dimensione teologica. È un soffio vitale, anche se nocivo. I vecchi in questa casa fumavano tutti e quando ho iniziato, a 13 anni, mia nonna non era preoccupata. Diceva: «A un uomo un vizio fa bene, così deve mantenerselo». Dovendo mantenere il vizio, manteneva anche la famiglia.
Perché proprio Papa Benedetto XVI, una delle figure considerate più reazionarie, ha contribuito al tuo riavvicinamento alla Chiesa?
Sono un vecchio punkettone e ho il piacere del cattivo gusto. Quando qualcuno sta sul cazzo a molti, io penso che ci debba essere un buon motivo. Ha contribuito di più al mio ritorno alla Chiesa il male descritto dai suoi nemici che il bene veicolato dai suoi accoliti. La perfezione, come novità, mi insospettisce. Tutto il brutto che una lunga storia si porta dietro, invece, mi affascina. Ho cominciato ad apprezzare Giovanni Paolo II, ma l’immagine del Papa malato che sbavava in pubblico non l’avrei voluta vedere e ho iniziato ad avercela con la modernità. Tornare a casa non era solo tornare qui, ma tornare in chiesa. Il mio viaggio è stato lungo. Il disco dei CSI e il passaggio a Mostar, con la guerra dei Balcani, hanno complicato tutto.
Si stavano sgretolando le grandi ideologie?
Ho attraversato la Russia e visto con i miei occhi che cos’era il Paese dopo anni di comunismo, che avrebbe dovuto trasformarlo in un paradiso in terra. E sono passato a Mostar, in Bosnia, dove il viale della fratellanza e dell’amicizia tra i popoli era diventato la linea del fuoco bombardata e cecchinata. A 45 anni percorrere i 300 metri fino alla chiesa è stata un’impresa. Se mi chiedi qual è stato il viaggio più difficile, rispondo: tornare a confessarmi. Non so pensarmi diversamente. Quel minimo di serenità, nel trambusto di una persona come me tormentata e squilibrata, lo trovo nella preghiera. Mi fa sentire in pace con ciò che mi circonda per quello che è, non per quello che vorrei che fosse. A ognuno tocca la propria parte, non di più. Non posso caricarmi i mali del mondo.
Papa Francesco, invece, non ti ha scaldato il cuore?
Parlava più fuori dal gregge che dentro al gregge. Un Papa gesuita mi lasciava perplesso. E non mi è piaciuta la scelta del nome. Francesco è un santo particolare, come se il prossimo Papa si chiamasse Cristo II. Sono questioni sottili ma, per me che sono determinato dalle parole, valgono molto. Ringrazio mia nonna per l’educazione. Ha posto le basi per ciò che nella mia vita ha funzionato e più vado avanti funziona. Quello che ci ho messo io ha funzionato per un po’, ma poi si è sgretolato.
E Leone XIV?
Quando c’è stata la fumata bianca e hanno annunciato il nome ero in cucina, di fronte alla tv, e mi sono inginocchiato. Per me è stata una notizia strepitosa. Non è facile fare il Papa, un ruolo che ti vanifica come persona. Per ora non ha fatto niente di significativo, ma cosa vuoi fare nell’anno di grazia 2026? Che sia in salute e possa presiedere la Chiesa è già importante. Benedetto XVI mi ha permesso di reimparare dal nulla, Leone XIV viene dall’America che è il nulla all’ennesima potenza. Adesso con questo Papa sono in pace, da peccatore come tutti o peggio di alcuni.
L’ultima volta che ci siamo visti hai detto che un giorno ti sarebbe piaciuto morire «come alcuni cani che ho avuto, che hanno scelto il momento in cui salutare e avviarsi verso il monte per morire da soli sotto le stelle».
Ora vorrei morire sul palco, oppure per strada mentre vado o vengo da uno spettacolo. Ho finalmente accettato la realtà, cioè che ognuno ha la propria storia. E non mi dispiace neanche.
Avendo fatto i conti con il tuo passato, anche grazie allo spettacolo Percuotendo. In cadenza, credi di aver capito il senso della vita o come vivere giorno per giorno?
Ho capito qualcosa che in molti stanno dimenticando. E cioè che la vita è un mistero. Gli esseri umani sono immersi in questo mistero che li travalica e travolge, e più cercano di ridurlo a pura razionalità e più ne perdono i contorni. A cominciare dall’origine.
Per Martin Heidegger «l’uomo è gettato nel mondo».
“Molte più cose ben più strabilianti dimorano quaggiù”, cantavo con i CSI in Accade. Siamo convinti di determinare la nostra vita, ma in realtà non abbiamo mai deciso niente di ciò che è sostanziale in noi: né quando comparire, né perché comparire, né dove comparire. E neppure tutto quello che è successo da allora. “Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi”, declamavo in Linea gotica. Le cose intorno a noi vanno per conto loro e ci costringono a un percorso che possiamo controllare se siamo forti, fortunati e sani. Oggi, invece, pensano che basti installarsi qualcosa sottocute per essere salvi. Ma sono ancora più schiavi e rischiano di non godere neppure dei periodi buoni che abbiamo senza merito. Non voglio diventare come vorrebbero trasformarci: dei malati curati continuamente per avere garantita la salute eterna.
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Photographer: Alex Majoli
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Art Director: Alex Calcatelli per Leftloft
Photographer Assistants: Marco Zanella, Gabriele Conte
Color Correction: Studio Majoli
Video Director: Pablo Riccomi
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