Per un po’, dopo l’intervento d’urgenza al cuore che subì nel 2004 a causa di un’arteria gravemente ostruita, un malore improvviso nel bel mezzo di una tournée di 62 date tra Europa e Nord America, come un funambolo che cade dal filo, colto completamente di sorpresa, sembrò che Reality, pubblicato nel 2003, sarebbe stato l’ultimo album di David Bowie.
Una sorta di seguito immaginario di quella prosecuzione di Scary Monsters che non fu mai realizzata, Reality proponeva anche un possibile titolo d’addio, una domanda tanto quanto una risposta. Ma prima della malattia si intravedevano indizi di ulteriori rivelazioni, uno sguardo rivolto in avanti, verso una sorta di debutto finale, pacificato, risolto, profondamente rivelatore, eppure sempre cangiante, un Bowie che, oltre la realtà e gli spazi vuoti che la circondano, avrebbe potuto finalmente essere sé stesso.
Invece, la realtà che ne seguì fu fatta di un’incertezza profonda, inquietante e affascinante. Dopo anni passati a sentire bussare alla porta nel cuore della notte, come se il vecchio feticista della morte dovesse davvero aprire a ciò che D. H. Lawrence, nel suo inquietante poema del 1914 sull’arte e la trascendenza, Song of a Man Who Has Come Through, chiamava i tre strani angeli. (Lawrence era uno degli scrittori prediletti di Bowie; il suo romanzo modernista, umanista, ma soprattutto scandaloso e pieno di espressioni forti, L’amante di Lady Chatterley del 1928, che aprì la strada alle libertà degli anni ’60 e ’70 di cui Bowie si compiaceva, figurava nella lista dei suoi 100 libri preferiti.)
Gli angeli rappresentano gli elementi difficili, a volte spaventosi, del cambiamento e della trasformazione, spingendo l’individuo ad abbracciare una nuova fase della vita, ad affrontare le complessità ultime dell’esistenza e a scoprire spazi nascosti da esplorare.
I messaggi d’affetto e sostegno che arrivarono dopo la notizia dell’infarto furono una sorta di prova generale per quell’ondata di dolore, gratitudine e sconcerto che avrebbe accompagnato la sua morte dodici anni più tardi. Ma non era ancora il momento di scrivere la parola fine. C’era ancora molto da sistemare, questioni rimaste in sospeso.
A volte sembrava che ci si aspettasse troppo da lui, che si leggesse troppo nei suoi brani e nella sua storia, attribuendogli una responsabilità che non aveva mai chiesto. O forse sì, forse era stato proprio il suo insistere, il suo attraversare indenne tempeste e rinascere ogni volta come David Bowie, con quella consapevolezza che poesia, performance, teatro e arte sono legati indissolubilmente alla guarigione e alla crescita, e che, in fondo, tutti noi abbiamo un bisogno ancestrale, anche se spesso inconscio, di ritualità, di incanto e di mito.
Era davvero un erede delle antiche tradizioni, uno che credeva nel mistero, uno che dava credito ai tre angeli di D. H. Lawrence. Dopo un incontro improvviso e inaspettato con il destino, una visione vivida dell’enigma finale, uno schermo bianco, si scoprì che, dopotutto, c’era ancora molta vita davanti a sé – anche se forse non da vivere ai ritmi a cui era abituato, e probabilmente senza un nuovo disco all’orizzonte.
Come disse dal letto d’ospedale, mentre si rimetteva in sesto con il classico aplomb britannico del “tieni duro e vai avanti”, non avrebbe scritto una canzone su quanto gli era accaduto. Non voleva parlare della fine, né tantomeno di ciò che viene subito dopo, almeno finché non avesse sistemato qualche faccenda rimasta in sospeso.
Ogni tanto lasciava trapelare qualche idea, appariva sporadicamente in pubblico, si concedeva qualche performance come ospite, cercava di ricostruire la propria esistenza in forme ancora tutte da inventare. Ma a tratti sembrava davvero diventato quella figura sbiadita e schiva che aveva interpretato solo sullo schermo, uno che metaforicamente si eclissava ai margini insieme a Thomas Pynchon e Syd Barrett, diventando un maestro nell’arte di vivere il presente senza nulla di nuovo da dichiarare, avvistato di tanto in tanto mentre si dirigeva verso le montagne.
La sua energia lo spingeva sempre a guardare avanti, a sentire che, finalmente, stava davvero ricominciando. L’uomo curioso di tutto, che trovava sempre il modo di riversare quell’interesse nella prossima canzone, nel prossimo ciclo di brani, era arrivato a una vera svolta, che richiedeva un profondo cambiamento di atteggiamento e di immagine.
La malattia e la fragilità lo spinsero in una sorta di esilio, dove il mistero si addensava attorno al suo nome e ai silenzi che si allungavano tra apparizioni, messaggi, comparsate e una produzione musicale sempre più rarefatta. Qualsiasi rinascita o rinnovamento negli ultimi anni della sua vita si manifestò in forme diverse, con un nuovo modo di concepire sé stesso come un progetto, trattando la propria esistenza come un’opera d’arte, destinata a compiersi solo con una morte che, all’improvviso, si avvicinava a grandi passi.
Reality, l’ultimo esempio del Bowie della maturità, uscì tra le solite schermaglie della critica, impegnata a stabilire dove collocarlo nella sua storia – il migliore dai tempi di quale disco, o forse solo “niente di che”, un segnale positivo che Bowie potesse ancora raggiungere sé stesso o, semplicemente, continuare a essere sé stesso. Sembrava comunque troppo presto per considerarlo davvero il suo testamento musicale, ma se davvero fosse stato l’ultimo album, allora l’ultima traccia dell’ultimo disco di David Bowie sarebbe stata proprio Bring Me the Disco King. Il che, almeno per Bowie – lui non sapeva cosa ne pensaste voi – suggeriva che non era mai troppo presto per iniziare a pianificare la fine.
Quel brano aveva attraversato molti cambiamenti, nato durante le session di Black Tie White Noise, suonava allora superficiale e scontato, troppo simile al suo titolo, disco puro e semplice, senza quella punta di veleno che lo avrebbe reso davvero interessante. Disse di averlo preso in considerazione anche per Earthling, ma dov’erano il disorientamento, l’atmosfera strana, qualcosa che si adattasse agli spettacoli ammiccanti e provocatori che stava portando in scena in quel periodo, spogli nella loro energia diretta e senza fronzoli?
Qualcosa nei richiami evocativi della vita del Disco King e nel suo percorso nel ventesimo secolo avrebbe potuto facilmente comparire in Hours o Heathen, parte di quella trilogia della memoria insieme a Earthling, mentre preparava la scena per gli anni a venire.
Era all’incirca il periodo in cui la sua nuova dipendenza – dopo i dischi, i libri, lo studio di registrazione, il sesso, le droghe, Eno, la fama, i viaggi, il collezionismo, Iman, tutte quelle cose che lo aiutavano ad adattarsi al mondo – divenne Internet, lo strumento supremo di piacere e di trasformazione personale, che lui riuscì a prevedere, e a vedere dove stava andando, prima della maggior parte degli altri – e anche dove stava portando l’umanità, con algoritmi e bot che spingevano tutti qua e là, più connessi che mai, eppure più soli che mai.
Ma stava conservando la canzone, ci stava lavorando sopra, lasciandola crescere nella mente, così che, quando l’avrebbe cantata, si sarebbe potuta avere l’impressione che riuscisse a sentire il proprio cuore e a intuire il futuro che si avvicina, sempre più oscuro. Alla fine furono Mike Garson – che aveva arricchito Aladdin Sane di follia, di un balzo vitale e qui vi aggiunse un movimento corporeo vigoroso e un’andatura contorta – e Tony Visconti, in procinto di diventare il suo produttore fino alla fine, ad aiutare Bowie a completarla. Non come disco, né come disco elaborato, ma come tracce di esperienza cruda e vissuta.
È il teatro di Bowie, ricordare un tempo, ma in qualche modo senza voltarsi indietro, quando sembrava che la musica pop – o rock – potesse definire un nuovo tempo libero. La canzone è una serie di frammenti, loop, dichiarazioni, motivi e momenti, che la collocano in spazi diversi su uno sfondo di alienazione, indugiando nel groove e poi interrompendosi. Sembra quasi che gli ultimi due dischi ascoltati prima di finirla siano stati Hold On di Tom Waits e Transmission dei Joy Division.
Inizia come se fosse davvero la fine di qualcosa, forse del mondo, forse di una sorta di serie che esisteva solo nella sua mente, o un viaggio on the road, un sogno febbrile, una vita che conteneva qualcosa della sua, la vita di un visionario all’interno di quella di un solitario, che esprime un leggero rimpianto per tutti quegli eccessi e quell’autocompiacimento.
Due o tre strofe, e alcune frasi, tagliate e ricucite con un gusto che avrebbe fatto sorridere compiaciuto Luis Buñuel e fatto scoppiare in una rara risata Lou Reed, vengono direttamente da Diamond Dogs, da Scary Monsters, e si possono sentire riecheggiare nelle ultime canzoni e nelle cupe fiabe di Blackstar. Continua a sorprendersi del proprio riflesso, a trovare connessioni tra cose non correlate, con la mentalità di un flâneur parigino che vaga per le gallerie di Parigi.
Forse, mentre lo stava realizzando, intendeva davvero che Reality fosse il suo ultimo album, uno di quei dischi che proseguivano la sequenza iniziata 36 anni prima, un’uscita grandiosa che attraversava i decenni, da qualche parte tra My Way e Exit Music for a Film. Sta abbandonando la vecchia abitudine di pubblicare dischi a ritmo costante e di accompagnarli con massacranti tournée mondiali – abitudine che, alla fine, si rivolterà contro di lui – ma, benché ancora carico di energia, lascia intendere che presto non ci sarà più nulla da pubblicare. È la fine del percorso; la fine di tutta quella continuità.

Tratto dal libro David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo di Paul Morley (Hoepli).















