Miti e riti del Blitz, quando a Londra si inventavano gli anni Ottanta | Rolling Stone Italia
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Miti e riti del Blitz, quando a Londra si inventavano gli anni Ottanta

Un club leggendario dove giravano tutti "i giusti", un esperimento durato appena diciotto mesi. E una mostra che, fino a marzo, ne ripercorre la storia-lampo

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Fuori dal Blitz, nel 1979

Foto: Sheila Rock

C’è stato un momento a Londra in cui la città sembrava essersi dimenticata di avere senso. Punk in agonia, Thatcher al potere, il grigio che si stendeva come un copriletto di lana sulle strade. Poi, in Covent Garden, una piccola enoteca di nome Blitz aprì le sue porte e tutto cambiò. Non era un club, era un laboratorio di trasgressione estetica: un ascensore per l’immaginazione, una capsula temporale di eccesso e glamour, dove l’ordinario diventava straordinario e la normalità era bandita all’ingresso.

Ogni martedì, scendevi le scale e ti trovavi in mezzo a una tribù di visionari: cinquanta persone al massimo, ma sufficienti per riscrivere la storia. Steve Strange e Rusty Egan erano gli alchimisti di questa magia, co-creatori di un rito che mescolava musica, moda e mito. Non si trattava di ballare: si trattava di incarnare un’idea, di vestirsi come se il proprio corpo fosse un manifesto e i vestiti fossero scritti da un futurista impazzito.

I Blitz Kids erano più di un gruppo di giovani stravaganti: erano pionieri culturali, scienziati del glamour e filosofi del kitsch. C’erano Boy George al guardaroba, Spandau Ballet come house band, Marilyn tra i frequentatori regolari. C’erano designer come Stephen Jones, Bodymap, Philip Sallon, e perfino Sade, allora studentessa di moda, che imparava che lo stile può cambiare il mondo prima ancora della voce. Tutto era iperbolico, esagerato, teatrale: il trucco, i tessuti, le giacche di pelle, i cappelli, le piume, le silhouette impossibili — oggetti che oggi sembrano reliquie di un culto segreto, e che allora erano quotidianità.

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Foto: Robert Rosen

La musica seguiva le stesse regole: synth, basso, ritmi eccessivi, battiti che diventavano mantra. Ogni nota era un incantesimo, ogni canzone un rito di passaggio. Fade to Grey, Vienna, To Cut a Long Story Short: hit destinate a entrare nella storia, nate dal sudore e dalle risate di pochi, rimbalzando poi nel mondo intero. Il Blitz non era semplicemente un club: era un laboratorio di identità, dove ognuno poteva sperimentare una versione di sé più audace, più stravagante, più immortale.

Ora, grazie al Design Museum, possiamo entrare di nuovo in quel microcosmo. Fino al 29 marzo centinaia di oggetti, strumenti, vestiti e fotografie, molti mai visti in pubblico da più di quarant’anni, raccontano una generazione che ha deciso di vivere senza compromessi estetici. Il sintetizzatore Yamaha con cui gli Spandau Ballet hanno scritto Journeys to Glory, gli abiti stravaganti dei clubber, volantini, copertine di i-D e The Face: tutto grida che l’arte può nascere anche dove meno te lo aspetti, tra vino, fumo e luce al neon.

La mostra Blitz: The Club That Shaped the 80s non si limita a vestiti e strumenti: la narrazione guida il visitatore attraverso l’evoluzione della cultura londinese degli anni Ottanta. A intrecciare il racconto, fotografie, filmati, interviste audio, video musicali e materiali editoriali. È un percorso che parte dalla città grigia e finisce nella luce caleidoscopica del club, passando per la follia creativa dei Blitz Kids, dove ogni gesto, ogni outfit, ogni nota era misura della propria identità e della propria ambizione.

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Il primo shooting fotografico degli Spandau Ballet, allo squatter di Warren Street. Foto: Graham Smith

Il Blitz era una macchina del tempo: ogni oggetto esposto è un frammento di rivoluzione, un piccolo colpo al conformismo. Le giacche di pelle di Steve Strange, le geometrie cromatiche di Bodymap, i cappelli di Stephen Jones, le costruzioni sartoriali di Melissa Caplan e gli abiti di Sade raccontano storie di coraggio estetico. Qui la moda non era consumo: era provocazione, teatro, dichiarazione politica, erotica e intellettuale al tempo stesso.

Ma il Blitz non era solo estetica: era una fabbrica di leggende, un incubatore di talenti che avrebbe conquistato la scena internazionale. Bowie come musa ispiratrice, il punk, il soul, il cinema tedesco e l’art-school londinese diventano ingredienti di un cocktail esplosivo che avrebbe ridisegnato la cultura pop e la moda per tutta la decade a venire. La leggenda del Blitz, pur durando appena diciotto mesi, dimostra che a volte basta un piccolo spazio, una manciata di individui audaci e una visione chiara per cambiare il mondo.

Visitare la mostra oggi è come scendere di nuovo quelle scale: si sente ancora il battito di una generazione che ha deciso di infrangere regole, di mescolare stili e media, di trasformare il quotidiano in spettacolo. Non sono solo oggetti e ricordi: sono tasselli di un mondo che osa ancora oggi, se sai guardare oltre il grigio della città, oltre il tempo e oltre la leggenda.

Il Blitz, insomma, era la scintilla: la notte in cui Londra, noiosa e grigia, scoprì di poter essere eccentrica, provocatoria e totalmente glamour. E vedere quella storia oggi, tra vestiti, sintetizzatori e volantini ingialliti dal tempo, è come capire che il mito non era nella leggenda, ma nella danza stessa di chi lo creava: giovane, impavido e irrimediabilmente bello. Perché il Blitz non ha mai davvero chiuso: vive in ogni gesto audace, in ogni outfit coraggioso, in ogni nota di synth che osa spezzare la monotonia.

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