La vera storia di ‘Marty Supreme’ | Rolling Stone Italia
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La vera storia di ‘Marty Supreme’

Abbiamo letto il memoir quasi perduto di Marty Reisman, l'ispirazione dietro il film di Josh Safdie con Timothée Chalamet. Ecco quello che abbiamo imparato sul campione di ping pong

Marty Supreme

Marty Reisman

Foto: Neville Elder/Corbis/Getty Images

Qualche anno fa, Sara Rossein stava rovistando in un negozio dell’usato quando si imbatté in un libro intitolato The Money Player: The Confessions of America’s Greatest Table Tennis Champion and Hustler. Rossein pensò che quel volume – un’autobiografia del 1974 su uno spaccone genio ebreo campione di tennistavolo di nome Marty Reisman, attivo nella New York di metà Novecento – potesse interessare a suo marito, il regista Josh Safdie. Così lo portò a casa.

Aveva ragione. Safdie trovò ispirazione nella storia ad alta tensione raccontata nel libro, quella di un eroe ruvido, giocatore d’azzardo, giramondo e affamato di prestigio. Usando il memoir di Reisman come trampolino, Safdie e il suo partner di scrittura Ronald Bronstein iniziarono a costruire una storia in proprio, inventando personaggi e conflitti ambientati in un mondo simile, popolato da hustler del ping pong. Il film che ne è nato, Marty Supreme, segue Marty Mauser (Timothée Chalamet), un astuto e ambizioso giocatore di ping pong del Lower East Side che sfreccia attraverso una serie di frenetici scontri nella New York degli anni Cinquanta. Come eroe, Mauser è affascinante: arrogante e ambiguo, ma al tempo stesso carismatico, autentico e temerario. Il film è, in sostanza, la corsa di Mauser verso la trascendenza attraverso l’unico percorso che conosce davvero. «Il tennistavolo è visto dalla famiglia di Mauser, dalla sua comunità e probabilmente anche da gran parte del pubblico come qualcosa di frivolo, insignificante, perfino ridicolo», spiega Bronstein. «Nel frattempo, per [Mauser] rappresenta la misura totale del suo valore e della sua identità».

Sebbene i filmmaker abbiano chiarito che Marty Supreme non è un biopic né un adattamento diretto, il clamore attorno al film ha riacceso un forte interesse per la storia di Marty Reisman. Da parte sua, Reisman non può commentare: è morto nel 2012, a 82 anni. Il suo libro, fuori catalogo da tempo, è oggi molto ricercato, e le copie arrivano a costare migliaia di dollari. Ma, per una fortunata coincidenza, io ne possiedo una. Quello che segue è quindi un riassunto della storia di Marty Reisman raccontata dall’uomo stesso. Il libro è strutturato in modo non lineare, senza una vera trama e, al di fuori dei documenti ufficiali, senza testimoni terzi in grado di verificare i suoi racconti – alcuni dei quali sono decisamente estremi.

Nato nel 1930 e cresciuto nel Lower East Side di Manhattan, Martin Reisman era figlio di Sarah, un’immigrata russa, e di Morris, tassista, all’occorrenza allibratore e giocatore d’azzardo compulsivo. «Mio padre era un perdente patologico», scrive Reisman. A riprova: una volta Morris vinse 10mila dollari (quasi 250mila di oggi), per poi perderli tutti la stessa notte a dadi. Nel 1940, quando Marty aveva dieci anni, Sarah lasciò Morris e si trasferì con i figli in un caseggiato dall’altra parte della strada rispetto a Seward Park, uno spazio pubblico che ospitava anche un tavolo da ping pong comunitario. Fu lì, su quel tavolo all’aperto e malridotto, che il magro e miope Marty scoprì la sua vocazione.

Marty giocò la sua prima partita a soldi in un parco all’età di dodici anni. Perse, ma rimase agganciato. In cerca di un posto con veri giocatori, incontrò un allibratore che lo portò di nascosto a nord della città, al Lawrence’s Broadway Table Tennis Club, un ex speakeasy dove si affrontavano gli hustler (i non professionisti del ping pong, ma anche i “truffatori” e gli “imbroglioni”) e i giocatori d’azzardo trovavano sempre azione. «I migliori giocatori d’America erano al Lawrence’s», scrive Reisman; più di uno dei frequentatori abituali del locale avrebbe poi vinto campionati nazionali entrando a far parte della squadra statunitense ai Mondiali. Quel primo giorno, l’allibratore finanziò Reisman per una serie di partite a soldi, ne uscì con 125 dollari di profitto e rimandò a casa il giovane Marty con cinque dollari in tasca.

A quattordici anni, Marty si manteneva già grazie al tennistavolo. Hustler di giorno, per potersi permettere di affrontare i veri giocatori di notte, Marty seguiva un principio trasmessogli dal padre: non scommettere mai su nessuno se non su te stesso. E negli anni, Marty non se ne discostò mai. O quasi.

Mentre gli altri ragazzi fantasticavano sulle star del cinema, Marty sognava i professionisti del ping pong. Dopo la scuola correva ogni giorno al Lawrence’s e restava lì fino all’una o alle due di notte. Quando questo comportamento iniziò a preoccupare sua madre, Marty andò a vivere con il padre. A Morris non davano fastidio né gli orari notturni né l’ossessione del figlio. Dopotutto, scrive Reisman, «le uniche volte in cui riusciva a vincere erano quando veniva al Lawrence’s e scommetteva su di me».

Presto, Reisman arrivò a giocare a tennistavolo dieci ore al giorno, ogni giorno. «La scuola significava poco per me e il più delle volte ero assente», scrive nel libro. Marty non si dispiacque nemmeno quando venne espulso. «Tutto quello che volevo imparare potevo scoprirlo al Lawrence’s». Viveva per i tornei in denaro del venerdì sera, che riempivano il locale e spesso andavano avanti fino all’alba. Non passò molto tempo prima che diventasse una presenza fissa nelle finali, con centinaia di dollari puntati su di lui mentre affrontava alcuni dei migliori giocatori al mondo. «Quando arrivai per la prima volta al Lawrence’s c’erano molti giocatori che potevano battermi. Presto fui in grado di batterli tutti».

I concorrenti diventarono mentori, rivali e amici per la vita, mentre Marty sviluppava il suo stile aggressivo di fast hit, un gioco d’attacco basato sul colpire la pallina un attimo dopo che aveva toccato il suo lato del tavolo. «Il mio piano era invariabilmente quello di colpire, colpire ancora e costringere l’avversario a correre fino allo sfinimento», scrive. Reisman imparò anche a trasformare la partita in uno spettacolo, rimandando la pallina dietro la schiena, tra le gambe, con il tallone, con gli occhiali. Posizionando il volto appena sotto una pallina in discesa e, quando questa si avvicinava, soffiando «con la stessa forza di un bambino che… spegne le candeline su una torta di compleanno», riusciva a farle superare la rete usando solo il respiro. Le sue abilità e il suo istinto erano così affinati da permettergli di umiliare gli avversari usando utensili da cucina, una scarpa o il coperchio di un bidone al posto della racchetta, il tutto mentre provocava a voce alta. «Aveva sempre una battuta pronta», racconta Larry Hodges, membro della Hall of Fame del tennistavolo, allenatore e storico, oltre che amico di Reisman. «Sempre una battuta». Reisman adorava esibirsi davanti al pubblico e padroneggiava numeri come piazzare una sigaretta in piedi sul bordo opposto del tavolo, prendere la mira e colpire la pallina così forte da spezzare la sigaretta in due netti.

Abilità triviali e numeri da circo, di solito, contano poco fuori da un circolo di tennistavolo. E probabilmente sarebbe stato così anche per Reisman, se non fosse intervenuto un tragico incidente. Per tutti gli anni Quaranta, l’amico di lunga data e a volte rivale Doug Cartland aveva girato in tour come numero di apertura degli Harlem Globetrotters: lui e un partner salivano sul palco per scaldare il pubblico, intrattenendo durante l’intervallo con trucchi di ping pong, acrobazie e gag visive. Ma nel 1950 il partner di Cartland morì in un incidente d’auto. Sapendo che Marty aveva le capacità e la sicurezza necessarie, Cartland gli offrì il posto. Marty accettò immediatamente. «Mi sono divertito come non mai in tour con gli Harlem Globetrotters», scrisse. «Per un po’, la gente smise perfino di storcere il naso al fatto che il tennistavolo fosse l’unica cosa che facevo».

Marty Reisman (US)

Marty Reisman nel 1948. Foto: Bettmann Archive/Getty Images

Per i tre anni successivi, Reisman e Cartland viaggiarono per il mondo, eseguendo tutti i numeri che Marty aveva perfezionato al Lawrence’s, più qualche altro. «Doug e io iniziammo mettendo in gioco due palline», scrisse. «Poi giocavamo con tre, quattro, cinque alla volta… eravamo gli unici giocatori al mondo in grado di farlo». A quel punto, invece di intrattenere una dozzina di spettatori dagli occhi vitrei al Lawrence’s, Marty si esibiva davanti a stadi gremiti. «Quella, alla fine, fu la vera ragione per cui decisi di fare del tennistavolo la mia carriera per tutta la vita», scrisse Reisman. «Il pubblico si alzava in piedi e applaudiva il mio talento».

Se la sicurezza di Reisman fu determinante per il suo successo, spesso sconfinava però nell’arroganza. «Poteva sembrare presuntuoso», dice Hodges. «Ma era sempre affascinante». Una volta, trascinato dall’entusiasmo del pubblico durante un’esibizione in Idaho, Marty tentò di rispondere a un colpo a mezz’aria dietro la testa, un movimento che non aveva mai provato. Cadde e si ruppe un braccio. «A New York ero conosciuto come un uomo di spettacolo, uno che faceva colpi appariscenti», annota.

Poteva anche risultare spigoloso. «Se eri gentile con lui – il che significava, in pratica, trattarlo come un dio – potevi ritrovarti nelle sue grazie», racconta Hodges. «Ma se vedeva l’occasione di diventare il centro dell’attenzione, anche a spese di qualcun altro, non esitava». Hodges ricorda la passione di Reisman per le dispute pubbliche con gli ufficiali di gara praticamente su qualsiasi cosa. «Direttori di torneo, arbitri, giudici: odiavano Reisman. Se uno gli diceva “non puoi indossare il cappello”, per lui era una vittoria doppia, perché non solo avrebbe tenuto il cappello, ma tutti avrebbero visto lui che si opponeva all’arbitro». E se fingere mediocrità è una parte essenziale del mestiere dell’hustler (perdere o vincere di poco, quanto basta per dare all’avversario false speranze), Marty tendeva a sabotarsi da solo. «Reisman aveva una debolezza quando si trattava di imbrogliare», dice Hodges. «Gli piaceva mettersi in mostra. Voleva che la gente sapesse quanto fosse bravo».

Tra i 13 e i 15 anni, Marty si fece strada nei tornei locali, cittadini e statali. Nel 1947 non entrò nella squadra per i Campionati del Mondo. Ma l’anno successivo, con già 175 trofei all’attivo, il diciottenne Reisman si qualificò e si ritrovò a Londra, a incrociare le racchette con leggende come Richard Bergmann, Bohumil Vana e Victor Barna. «Questi erano solo alcuni dei grandi arrivati a Londra nel 1948», scrive. Qui, l’autocompiacimento tipico di Reisman non svanì del tutto. Nel memoir, si prende il tempo di citare il campione del mondo Victor Barna, che gli diceva: «So che diventerai uno dei più grandi di tutti». Ma il passaggio di tono dalla spacconeria all’adorazione è evidente, con Reisman che a tratti scivola nell’euforia di un fan accanito davanti ai propri idoli. «Che emozione fu stare nella hall del Royal Hotel e vedere i più grandi giocatori di tennistavolo del mondo». Già solo arrivare ai Campionati di Londra lo collocava in una ristretta élite: incontrare giocatori che «aveva letto, sognato e ammirato, anche solo per procura, per anni».

Il libro di Reisman è una sorta di manuale dei grandi eroi del tennistavolo. Sol Schiff, Lou Pagliaro, Dick Miles, quest’ultimo rivale di lunga data di Reisman e dieci volte campione nazionale statunitense. Chuck Medick, l’arbitro cieco. Yatin Vyas, inventore del servizio in topspin (loop drive). Davida Hawthorne, campionessa nazionale femminile. George Braithwaite, giocatore nero che ha rappresentato gli Stati Uniti in competizioni internazionali non meno di 70 volte. Sorko Dolinar, che usava una racchetta decorata con un teschio e tibie incrociate sopra i nomi dei giocatori di livello mondiale che aveva sconfitto. Una leggenda che Reisman stimava in modo particolare era Alex Ehrlich, ebreo polacco che, prima di gareggiare a Londra, era stato membro della Resistenza francese. Imprigionato ad Auschwitz, in più occasioni Ehrlich fu risparmiato dalla camera a gas perché – ogni volta – un nazista lo riconobbe come campione di tennistavolo. Costretto a disinnescare bombe nei boschi vicini, Ehrlich una volta si imbatté in un favo di miele. «Se lo spalmò su tutto il corpo», scrisse Reisman. «Quando tornò, i prigionieri gli leccarono il miele dal corpo per nutrirsi». Per Reisman, i giocatori di tennistavolo sono semplicemente una razza diversa di atleti. «Ripensando a [quando incontrai questi giocatori], trovo incredibile quante persone intorno al tennistavolo siano rimaste legate a questo gioco per tutta la vita. È un gioco che infetta il flusso sanguigno», scrive. «Ehrlich fu torturato dai nazisti, ma non lasciò mai trasparire le sue cicatrici».

Nel 1948, le carenze nell’Inghilterra devastata dalla guerra generarono un’enorme domanda di beni statunitensi. Reisman capì che il mercato nero estero poteva trasformare un piccolo investimento in qualcosa di molto più consistente. In preparazione al suo primo viaggio oltreoceano, Marty fece incetta di calze di nylon, che gli costavano 50 centesimi al paio e che rivendeva a una sterlina ciascuna: un ritorno del 400%, all’epoca. Questo, scrive nel libro, «fu un piccolo inizio per un’operazione personale di contrabbando che sarebbe cresciuta molto». Lontano dall’essere pentito, Reisman non ebbe scrupoli nel giustificare le proprie azioni. «Un giocatore che dipendeva dai compensi per le esibizioni poteva morire di fame». Con i viaggi spesso pagati da enti stranieri in cambio di partite dimostrative, il contrabbando era il pane quotidiano di molti giocatori americani. Marty non si considerava un’eccezione: «I migliori giocatori erano o giocatori d’azzardo, o contrabbandieri, o entrambe le cose». Nel corso di decenni, disputando innumerevoli incontri in centinaia di Paesi, il contrabbando portò Reisman a smerciare penne a sfera, profumi o bicchieri di cristallo; quando il conflitto in Asia orientale iniziò a intensificarsi, girò per il continente indossando vestiti carichi di oltre nove chili d’oro puro. «Ha fatto molto contrabbando», dice Hodges.

Dedicarsi al gioco d’azzardo illegale ad altissimo rischio, sfuggire ai creditori, praticare il contrabbando internazionale: per chiunque altro sarebbero imprese destinate a segnare un’intera esistenza. Per Reisman, erano semplicemente ciò che accadeva tra una partita di tennistavolo e l’altra. In vari punti del memoir, dopo pagine e pagine dedicate al botta e risposta serrato di un match intenso, Reisman accenna a episodi come essersi ubriacato con il pilota di un volo commerciale a tal punto da costringere un’assistente di volo a far atterrare l’aereo; aver insegnato a una scimmia a palleggiare; o aver osservato dal finestrino l’aereo su cui avrebbe dovuto imbarcarsi schiantarsi, uccidendo sei persone. Racconta di essere stato portato in trionfo per le strade da folle adoranti, di un’udienza con il Papa e di un volo verso Angkor Wat sull’elicottero del re della Cambogia. Gli fu promesso il titolo di «ministro del ping pong delle Filippine» dal governatore dell’isola di Cebu, venne evacuato da Hanoi su un aereo militare il giorno prima della sconfitta francese a Điện Biên Phủ, e fu scelto per rappresentare gli Stati Uniti nella diplomazia del ping pong con la Cina, anticipando di due anni il celebre viaggio di Nixon. E in mezzo a tutto questo, ciò che contava di più per lui era sempre il tennistavolo – e il modo in cui lo glorificava, lo chiariva e lo giustificava come persona.

Ma Marty non vinse il Campionato del Mondo del 1948. Né quello dell’anno successivo. E dopo un episodio pubblico con un creditore tradito, fu escluso dalle competizioni per alcuni anni. Ciononostante, scrive, «la decisione che presi a 13 anni non significava che mi sarei accontentato di arrivare alle… semifinali o persino alle finali [dei Campionati del Mondo]. Decisi che il 1952 sarebbe stato il mio anno».

Nel 1952 i Campionati del Mondo si tennero a Mumbai (allora Bombay). In un incontro preliminare, Marty fu sorteggiato contro un giocatore giapponese che non aveva mai gareggiato a livello internazionale. «Hiroji Satoh [era] il numero nove del Giappone all’epoca», spiega Hodges. «Era un buon giocatore, ma lontanissimo dal livello di Reisman». La valutazione di Marty fu meno diplomatica: «Satoh giocava come un dilettante qualsiasi», si legge nel memoir. Molti ritenevano che lo stile d’attacco tipico di Reisman avrebbe reso l’incontro poco più di una formalità.

Fino a quel momento, i giocatori avevano usato racchette hardbat: legno con un sottile strato di gomma puntinata o carta abrasiva. A Satoh fu invece consentito l’uso di «un’arma» che, scrisse Reisman, «avrebbe reso il tennistavolo uno sport diverso». Rivestita da quasi due centimetri di gommapiuma, la racchetta di Satoh – oggi standard nel professionismo – permetteva livelli di velocità e controllo fino ad allora impensabili. «A volte [la pallina] fluttuava come una knuckleball», scrisse Reisman. «In altre occasioni lo spin era travolgente». La gommapiuma rendeva inoltre silenziosi i colpi di Satoh, trasformando gli avversari in «sordi e muti in un gioco che richiedeva dialogo». A Satoh bastava toccare la pallina perché la forza di Reisman si trasformasse nel suo tallone d’Achille. «Stavo tirando pugni letali e mi colpivo da solo in faccia».

Hiroji Satoh vinse il Campionato del Mondo. Reisman conquistò il torneo di consolazione subito dopo, ma fu una magra consolazione. Nei Campionati del Mondo successivi, Marty ottenne il bronzo in tre occasioni, ma non riuscì mai a portare a casa l’oro. Tuttavia, non molto tempo dopo quella sconfitta fatale, lui e Doug Cartland organizzarono una rivincita a Osaka. Aspettando il momento giusto, accettando di giocare secondo le regole di Satoh e muovendosi con la pazienza di un vero hustler, Marty vinse.

The Money Player non esaurisce neppure lontanamente la storia di Reisman: nei 38 anni trascorsi tra la pubblicazione del libro e la sua morte, avvenuta nel 2012, Marty continuò a giocare, allenare e competere. Sposò Yoshiko Reisman e insieme ebbero una figlia, Debra. Con l’aiuto di uno psichiatra, Reisman affrontò una lotta durata tutta la vita contro devastanti crisi d’ansia che, in situazioni di forte stress, potevano arrivare a renderlo cieco. Acquistò un suo club di tennistavolo, frequentato da personaggi come Bobby Fischer, Kurt Vonnegut e Don Rickles.

C’è qualcosa di sfuggente in Reisman, la stessa aura enigmatica che aleggia intorno a tutti quelli della sua stirpe. Gli hustler sono persone che scelgono di vivere ai margini della rispettabilità convenzionale, che danno il meglio di sé e, paradossalmente, risultano più autentici proprio quando stanno riuscendo a farla franca. Questo vale tanto per Marty Reisman quanto per la sua controparte fittizia, Marty Mauser. Così, in assenza di Reisman per fare luce su questa spinta profonda, sembra appropriato rivolgersi a Mauser. «Per Marty, accettare un lavoro stabile sarebbe una trappola. Comfort, sicurezza, vita domestica rappresentano ancore capaci di inchiodarlo al presente e mandare fuori rotta il futuro che si è tracciato», spiega Bronstein. Gli stratagemmi di questo Marty alternativo, la sua capacità di cavarsela momento per momento, sono il modo in cui «preserva la propria autonomia, rifiuta il contratto sociale e si assicura che la sua ambizione non venga sedata dai ritmi di una vita ordinaria. Naturalmente, tutto questo ha un costo. Una tensione incessante e un senso di isolamento accompagnano una vita vissuta in sfida alla stabilità».

La fondatezza dell’osservazione di Bronstein rimbalza continuamente tra realtà e finzione. «Avevo 12 anni quando imparai a giocare a ping pong», scrive Reisman nel libro. «Da quel giorno in poi, ebbi qualcosa che mi interessava davvero. Coinvolgeva l’anatomia, la chimica, la fisica e, se una persona aveva immaginazione, anche l’astronomia». Ed è qui, finalmente, che emerge la verità essenziale alla base di Marty Reisman: l’hustler, il money player, il grande del tennistavolo la cui storia oggi appare più grande di quanto lui stesso avrebbe mai potuto immaginare. «Il gioco mi assorbiva così completamente», scrive, «riempiva talmente le mie giornate che non avevo tempo di preoccuparmi».

Da Rolling Stone US.

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