Posa involontariamente, il tal J.B. Mooney protagonista di The Mastermind, davanti al ritratto di un signorotto di campagna imparruccato, col cagnetto che gli porta un fagiano dalla caccia. Però poi finisce, sempre quel J.B. lì, per rubare da un piccolo museo di provincia un quadretto astratto molto bellino ma tutto sghembo, spezzato, sincopato come il jazz che accompagna le sue peripezie da niente (magnifica la colonna sonora di Rob Mazurek).
È lì che stanno gli uomini del cinema di Kelly Reichardt. In quell’essere socialmente, culturalmente, politicamente chiamati a corrispondere all’immagine ufficiale del maschio, e invece finire per essere tutti storti, scomposti, sgretolati su sé stessi (certo ben più delle donne che popolano il mondo dell’autrice, sempre sgangherate ma più connesse, anche alle loro stesse crisi: le ha interpretate quasi tutte Michelle Williams, e io fra tutte scelgo l’artista di Showing Up, di tre anni fa).
Erano fragilmente scomposti i due amici di Old Joy (2006), che contravvenivano a tutti i cameratismi del buddy movie classico. E anche l’ambientalista Jesse Eisenberg di Night Moves (2013), che voleva cambiare il mondo perché non riusciva a comprendersi da solo. E soprattutto i cowboy di First Cow (2019), capolavoro passato troppo sotto silenzio che raccontava l’America decostruendo, appunto, il mito del maschio di frontiera, matrice di mezzo immaginario cinematografico che ancora oggi perdura. C’è chi ci vede un che di omoerotico, in queste storie, e qua e là si può anche intuire; ma c’è soprattutto uno sguardo che è sociale, culturale e politico sui codici patriarcali, sconfessati senza però fargli la guerra, anzi sempre con grande tenerezza.
È così pure lo sguardo che Reichardt mette su questo J.B., famiglia medio borghese, vita piacevolmente ordinaria, eppure questa tensione sottopelle a scompaginare tutto, a scompaginarsi lui per primo. The Mastermind (nelle sale dal 30 ottobre con MUBI) è tecnicamente un heist movie nell’America anni ’70, ma il furto è soprattutto quello di un’identità che dev’essere sempre definita (figlio, marito, padre) in nome della ricerca di qualcos’altro, non si capisce bene cosa.
Anche lui è un cowboy metropolitano, potrebbe essere un personaggio di Schlesinger, però un midday cowboy, ché le sue tribolazioni non diventano mai ombre notturne. Se mai, è mosso da una naïveté luminosa e puerile che Reichardt usa, ancora una volta, per fotografare la storia di una nazione che sembra sempre sul punto di nascere, e che sembra invece ontologicamente incapace di diventare adulta.
J.B. è Josh O’Connor, ancora in chiave chimerica (nel senso di Alice Rohrwacher), sperduto da inglese che fa (molto bene) l’americano, in cerca di un posto nel mondo che non sia solo stare accanto alla moglie (Alana Haim) o ancora dietro alle aspirazioni di mamma e papà (Hope Davis e Bill Camp). Ma anche il crimine, scoprirà, è tutto fuorché un brivido: è un ponte verso l’America che non conosce, verso la povera gente, le vite da niente, le strade perdute e ritrovate di chi come lui aveva grandi speranze e poi ha dovuto addomesticare tutto, perché forse è sempre così che va – bellissimo l’inserto con John Magaro, già stupendo protagonista di First Cow, e Gaby Hoffmann, dove gli uomini sono sempre bambini e le donne capiscono tutto, e forse per questo si fanno da parte.

Kelly Reichardt dirige Josh O’Connor in una scena del film. Foto: MUBI
In un film fatto anch’esso a quadri (fotografia “New Hollywood” di Christopher Blauvelt, montaggio insieme fermo e frenetico della stessa Reichardt), l’autrice procede per nature morte, tableaux vivants, piccole scenette quotidiane che apparentemente non dicono niente, e intanto compongono l’affresco sbiadito di un sogno (americano) costantemente abortito. Strade vuote, fienili, telefoni che squillano senza risposta: una tragicommedia in cui nessuno sembra conoscere la sua parte, e che dice molto dell’infantilismo di oggi di fronte alle cose del mondo.
Il cinema di Reichardt il suo posto l’ha trovato, tra festival, piattaforme cinéphile, comunità alla Letterboxd e simili. Ma non è un luogo snob o respingente: è solo un altro mondo, un altro modo di guardare la realtà (e di farne cinema). Se non lo conoscete ancora, dategli un’occasione andando appresso a questo ladruncolo. Per non andare da nessuna parte, o forse per finire nelle vite storte di tutti noi.














