Un viaggio nel calcio ‘Made In China’

Il giallo de "il Milan ai cinesi" è solo l'ultimo capitolo dell'ascesa della Cina nel mondo del calcio: da Cannavaro a Tevez sono sempre di più i campioni che scelgono gli investimenti milionari dei nuovi nababbi del pallone

“Noi vogliamo chiarezza” stava scritto su uno striscione apparso l’altra sera a San Siro durante Milan-Genoa: era la richiesta di una parte di tifoseria, spazientita, in attesa da mesi, dell’ufficialità di quel “il Milan ai cinesi” che da un bel po’ di tempo rimbalza quotidianamente sui giornali e serpeggia tra il chiacchiericcio dei tifosi. I dubbi sulla trattativa tra Mediaset e il gruppo SES sono legittimi; le parole di Galliani non aiutano: «Se non dovessero arrivare i cinesi non è che Berlusconi non sappia mandare avanti il Milan come ha fatto per 31 anni e vi assicuro che è in grado di andare avanti».

Sarebbe da chiedersi come mai in questo caso la strategia di conquista della Cina in ambito calcistico (come in passato in altri ambiti sportivi o – ugualmente – in diversi settori dell’economia, della cultura e dell’intrattenimento) sia così difficoltosa. Le variabili sono tante, alcune estreme (le voci truffaldine sul capocordata, il broker Yonghong Li), altre finanziarie (perché il gruppo cinese non ha “chiuso” in una sola “mano” come accaduto in Inghilterra e in Italia con altre società? Tralasciando peraltro aspetti come la finanziarizzazione della cordata, la verifica dell’investimento, i capitali offshore e il mistero che avvolge i nomi dei partecipanti alla cordata…).

Ma facciamo un passo indietro e proviamo a spiegarvi perché in Cina vogliono comprarsi il Milan, del perché ultimamente moltissimi campioni (a volte al massimo della loro carriera) vanno a giocare nel loro campionato, del perché per i cinesi il calcio sia diventato così “interessante”.

La Cina non è mai stata una potenza nel tirare il pallone con i piedi, si è qualificata una sola volta alla Coppa del Mondo e la popolazione sembra più interessata ad altri sport, come il basket NBA, giudicato più spettacolare e considerato – per qualche ragione – il gioco del popolo. Ma negli ultimi 5 anni ecco che il calcio in Cina ha iniziato ad essere visto e vissuto sempre di più grazie agli investimenti proprio per andare ad acquistare società di calcio in Europa, Inghilterra, Francia, Olanda, Italia e Repubblica Ceca.

Intanto il leader del Partito Xi Jinping si faceva un selfie con David Beckham, professando l’amore per il gioco e convocando nel 2015 un congresso per stabilire il Piano Globale di Riforma del calcio nazionale, una riforma in 50 punti che individua molte delle questioni per lo sviluppo del calcio nel paese e si intreccia indissolubilmente con lo sport, l’istruzione, il turbocapitalismo di Stato, la finanza e la singolare cultura locale, nella prima parte del programma si legge: «Lo sviluppo e la rivitalizzazione del calcio miglioreranno la condizione fisica del popolo cinese, arricchirà la vita culturale, promuovendo lo spirito di patriottismo e collettivismo, coltiveremo la cultura sportiva, e svilupperemo l’industria dello sport. Il calcio ha un grande significato per la realizzazione del sogno di diventare una nazione potente nello sport, e di grande importanza per lo sviluppo dell’economia, della società e della cultura».

Supporter cinesi di Milan e Inter durante la Supercoppa Italiana del 2011 a Pechino. Foto di VCG via Getty Images

Progetto che parte dalle due fattori cardine del modello cinese: competenza e acquisizione. La competenza passa dagli acquisti milionari dei calciatori (a Cristiano Ronaldo hanno offerto 105 milioni di dollari per un anno di contratto) ma passa soprattutto da decine di tecnici (su tutti Marcello Lippi, ma sono tantissimi gli spagnoli nelle scuole calcio) che portano all’acquisizione del sapere (sempre dai 50 punti: «è necessario imparare dalle esperienze dei paesi sviluppati nel calcio per realizzare un nuovo modo di sviluppare questo sport con caratteristiche cinesi»), una parte sportiva che viaggia parallela all’acquisizione della merce football in Europa, investendo e diventando proprietari o soci di squadre d’élite come il Manchester City.

In sintesi, quello stabilito dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese è un piano per il calcio che si svilupperà in trent’anni e dovrà creare le condizioni per un solido e competitivo campionato statale, una nazionale ad alti livelli andando a rafforzare contemporaneamente la propria potenza commerciale nell’ambito del calcio in Europa.

È evidente che il progetto è – come negli ultimi 15 anni in diversi ambiti dell’economia globale – quello di sedersi al tavolo dei più grandi, alla pari, anche nello sport più seguito e praticato al mondo. Il programma sostanzialmente prevede di competere con Argentina, Germania, Italia, Brasile e provare a vincere la Coppa del Mondo nel 2050. Per arrivarci verranno inseriti nelle scuole programmi sul calcio, verranno costruiti 70.000 campi entro il 2020, verranno inaugurate 50.000 scuole calcio entro il 2025 e da allora oltre 60.000.000 di persone – le metà di loro studenti – giocheranno a calcio regolarmente.

Il progetto è interessante e fattibile, c’è da dire che nel futuro più prossimo ci sarà una grande difficoltà nel diffondere il piano nelle campagne e nelle province, sarà anche difficile amalgamare questo tipo di sport con l’indole e la cultura della famiglia cinese media, di certo per i tifosi sarà bello vedere un campionato competitivo o guardare una nazionale all’altezza di blasonati avversari ma – e forse il Milan ne è rimasto coinvolto – c’è anche il pericolo che si possa creare una “bolla” economica viste le spese folli che potrebbero danneggiare il processo del piano ultratrentennale di Xi.

Ma i fatti sono li a testimoniarlo: tornata da Los Angeles 1984 con sole 15 medaglie d’oro, la Cina iniziò un programma in ambito sportivo che portò la nazione a vincere 51 medaglie d’oro 24 anni dopo, nel 2008 alle Olimpiadi di Pechino.