Quanto ho odiato le ombrelline

In quel gesto di tenere l'ombrello aperto sulla testa del supereroe pilota c'era una metafora macroscopica dell'asservimento.

Ieri ho avuto una discussione col mio fidanzato per colpa delle ombrelline. No, non ho trovato sul suo telefono le conversazioni whatsapp con una ventiduenne ombrellina di Cesenatico. Commentavamo la notizia sulla Formula 1 che ha fatto il gesto dell’ombrello alla tradizione dell’ombrellina, ovvero quella tradizione secondo la quale dove c’era un pilota doveva esserci anche la versione strappamutande della geisha, dell’odalisca, dell’ancella e di tutte quelle figure femminili così decorative, così coreografiche da considerarle ormai un punto fermo nell’immaginario collettivo (le geishe hanno una storia più complessa, lo so, ma parlo di immaginario).

Qualcosa da cui non si può più tornare indietro, tipo il sombrero appeso a un parete in un locale messicano o un acquarello con la veduta di Positano nelle osterie in città. E invece, per fortuna, la Formula 1 s’è accorta che il mondo sta cambiando e che quell’ombrello si poteva chiudere, una volta per sempre. Ma torniamo al mio fidanzato. Mi diceva, l’incauto, che in fondo l’ombrellina era l’equivalente della gnocca di turno in un video musicale. A bordo pista si mette un bel culo, in un video idem. Se chiudi l’ombrello chiudi pure la portiera e non fai scendere la tizia mezza nuda dall’auto truzza del rapper di turno, diceva lui.

Non sosteneva che il ruolo della donna, in questi due contesti fosse edificante, ma che fosse uguale. Allora ho cercato di spiegare a lui (e in fondo pure a me stessa) una cosa che avevo chiara in testa da tempo ma che non avevo mai tentato di raccontare: ovvero perché le ombrelline mi avessero sempre dato così tanto fastidio (a parte per l’assenza di ritenzione idrica sulle cosce pure a Hong Kong ad agosto, certo). Più della tizia che sculetta nei video, sì. O in tv. O altrove. Perché c’era, in quel gesto di tenere l’ombrello aperto sulla testa del maschio alpha, una metafora macroscopica dell’asservimento. Evocava subordinazione al potere maschile.

Da una parte c’era l’uomo vincente, sulla moto, sull’auto potente, nella sua tuta da supereroe. Dall’altra c’era la donna serva o, se vogliamo essere più assolutori, valletta servizievole, in shorts inguinali, trucco sposa e con una mansione da concubine nell’Impero romano. Neanche cucinare, stirare, lavare, che almeno richiede un’energia, un onere, una fatica. No, “Reggi l’ombrello!”, che è un po’ come quando un papà che sistema un rubinetto dice al bambino di 3 anni che lo osserva ammirato “reggi la chiave inglese”. Della serie: non servi a un cazzo, ma ti faccio credere di avere un ruolo. E il ruolo è difendere il capo del maschio dominante dal calore del sole, che nel campo dei “ruoli” è come essere un salice sotto cui ripararsi a Ferragosto.

Insomma, alla fine io e il mio fidanzato non ci siamo capiti fino in fondo, credo. Nel frattempo, scesi dall’auto, s’è messo a piovere. Ha estratto l’ombrello dal bagagliaio e l’ombrello l’ho preso io. L’ho aperto, mi sono messa al riparo e l’ho lasciato lì, a prendere un po’ di pioggia mentre raggiungeva il portone. Perché ombrelline sì, ma se da mettere al riparo c’è la nostra testa e, soprattutto, la nostra piega da 39 euro.

P.S. E il Moto GP che aspetta?