Perchè il Giro d’Italia partirà da Israele

Una storia che parte da Gino Bartali, che a metà anni 40 con la sua bicicletta salvava migliaia di ebrei dalla deportazione nazista

Il Giro d’Italia del 2018 partirà da Israele. La notizia è recente, ma in realtà affonda le proprie radici nei giorni più cupi della prima metà degli anni quaranta. Gino Bartali aveva già vinto il Giro e il Tour, in una Italia che viveva il ciclismo come un eroico romanzo popolare. Un uomo pio, il peso della cui gloria non aveva scalfito minimamente umiltà, altruismo, coraggio. Gino continuava a pedalare, anche quando non era in gara. Non lo faceva per se stesso: nascosti nel tubolare della propria bici c’erano documenti che avrebbero salvato migliaia di ebrei da una deportazione nazista che in pratica avrebbe significato morte.

Gino è stato riconosciuto da Israele come ‘Giusto tra le Nazioni’, e se la corsa rosa prenderà il via da Gerusalemme, in occasione dei 70 anni dello stato di Israele, questo lo si deve anche a gente come lui. La partenza del Giro dall’estero non è certo una novità, anche se questo caso è diverso rispetto al passato: innanzitutto per la prima volta si parte da fuori Europa, inoltre il simbolismo di un via del genere va oltre il concetto di globalizzazione e abbattimento di frontiere.

Giro al via dall’estero: è una avventura abbastanza antica. La prima volta, senza neanche cambiare lingua, nel 1965 San Marino. Poi ne seguiranno altri, da Monaco allo Stato Vaticano, al Belgio per un bagno di folla riservato al dominatore per eccellenza, Eddy Merckx. La metà degli anni sessanta è il primo sdoganamento, quello in cui il ciclismo, pur tenendosi stretta la fatica, il sudore, il fango, ingredienti che non mancano mai, probabilmente inizia a diventare un prodotto sempre più televisivo. E’ ormai remoto quel 1909, anno della vittoria del pioniere Luigi Ganna che, poco mediaticamente, alla domanda sulle sue emozioni dopo il martirio sulle strade poetiche quanto impensabili dell’inizio del secolo scorso, rispose un ‘me brusa el cul’ che non ha bisogno di traduzione.

Ma il vero spartiacque tra il vecchio è il nuovo ciclismo è più recente. Merito della universalizzazione della bicicletta, che attecchisce a mondi relativamente freschi, che alimentano di linfa vitale nazioni sempre di riferimento, ma non più vincenti come una volta. L’Italia – soprattutto per le corse in linea – vince poco, il Belgio – per quelle a tappe – idem, la Francia non conquista l’amato Tour addirittura da 32 anni, dal Tasso Bernard Hinault. Il ciclismo ormai ha allargato i propri orizzonti. Gran Bretagna, Slovacchia (con un certo Peter Sagan), Germania (che comunque qualcosina vinceva anche prima), Colombia, Canada, e si inizia ad affacciare anche l’Africa. Il Giro, ma anche il Tour e la Vuelta lo hanno capito. La corsa rosa dal 2010 ogni due anni parte dall’estero. Amsterdam, Herning (in Danimarca), Belfast, ancora Olanda con Apeldoorn, e ora Gerusalemme. Una festa di popolo e, perché no, anche un movimento non indifferente di quattrini. È il nuovo ciclismo.