O son belli o son forti: la storia dei calciatori svedesi in Italia

Da Gre-No-Li, e in epoca più recente Glenn Peter Stromberg, a Brolin e Dahlin, fino, ovviamente a Ibra. Sono tanti i calciatori del Paese scandinavo, impegnato nello spareggio con gli azzurri, che hanno giocato in Italia. Con un elemento in comune: a tutti quanti manca terribilmente la pizza

C’è una teoria, ardita seppur intrigante, per cui gli svedesi che giocano a pallone sono forti solo se sono brutti. Non esattamente scientifica (e incapace di reggere gli urti di bei figlioli bravi coi piedi come Freddy Ljungberg e Henrik Larsson), ha il pregio di spiegare perché Ibra è diventato Ibra, e Andreas Andersson il 33esimo peggior attaccante nella storia della Premier League secondo il Daily Mail. Non saranno criteri estetici a decretare chi tra Svezia e Italia andrà ai Mondiali di Russia, dopo il doppio confronto con andata venerdì a Stoccolma e ritorno a San Siro lunedì prossimo. Ma la capacità dei ragazzi di Ventura, inguardabili da un po’ di tempo a questa parte, di dimostrarsi superiore ai colleghi in maglia gialloblu. La Svezia non è esattamente una squadra irresistibile: dopo i fasti degli anni ’90 e la lunga era Ibrahimovic, uomo squadra per oltre un decennio, leader tecnici e caratteriali latitano tra gli scandinavi, che hanno però dalla loro la freschezza di un collettivo giovane e compatto, tra cui figurano tre giocatori del nostro campionato: Filip Helander e Emil Krafth del Bologna e Marcus Rohden del Crotone.

La storia dei calciatori svedesi in Italia ha radici parecchio antiche. A inaugurare il canale migratorio fu un trio di straordinari campioni: Gunnar Gren, Gunnar Nordahl (che aveva seguito il consiglio del fratello Bertil, sbarcato a Bergamo nel 1948) e Nils Liedholm, che, dopo l’oro olimpico del 1948, fecero grande il Milan degli anni ’50. Non furono i soli campioni svedesi a esaltarsi tra i campi dell’Italia del dopoguerra: con loro Hasse Jeppson, soprannominato Banco ‘e Napule, per via del notevole esborso con cui il Napoli di Achille Lauro lo strappò all’Atalanta, e Kurt Hamrin, ottavo miglior marcatore della nostra Serie A, in cui ha militato per 15 anni. Saltando a epoche più recenti, ecco una rassegna di alcuni degli svedesi, belli o brutti, visti nel nostro Paese.
Ps: la lista non contiene Ibrahimovic, troppo commerciale

GLENN PETER STROMBERG

Il telefonino (Ericsson?) del gigantesco centrocampista capellone in questi giorni ha squillato senza sosta. Stromberg, non a caso citato da Bepi l’Alpino tra i simboli di “atalantismo” nella sua Massimo Carrera e protagonista di varie coreografie della curva, è rimasto molto legato all’Italia e a Bergamo, dove ancora abita per lunghi periodi, curando la sua ditta di cibi italiani, di cui pare i suoi connazionali vadano pazzi. Molti giornalisti hanno quindi pensato a lui, vista la sua disponibilità, per un commento sull’imminente spareggio tra le due squadre della sua vita. Lui ha detto che abbiamo il 50 per cento di possibilità di non farcela.

ROBERT PRYTZ

Fu lo stesso Stromberg a consigliare l’Atalanta di non farsi scappare un altro svedese, che fino a quel momento aveva girovagato tra la patria (a 19 anni con il Malmö arrivò fino alla finale di Coppa Campioni del 1979, persa con il Nottingham Forest), la Scozia e la Svizzera. Con la Dea fu protagonista della strepitosa stagione 1988-89, che valse la qualificazione alla Uefa, poi, a sua insaputa, fu scambiato con Caniggia, e passò quattro anni a Verona. Ora a Malmö ha una ditta di traslochi.

TOMAS BROLIN

Oggi Tomas Brolin è protagonista di un nuovo genere giornalistico, cui ciclicamente siamo sottoposti, il “Guarda come si sono ridotti oggi”. In effetti lo sgusciante attaccante che nella prima metà degli anni ’90 regalò ai tifosi del Parma, dove era giunto molto giovane, una Coppa Uefa e una Coppa Coppe, bruciato presto dai guai muscolari, ha trovato altre passioni. Il cibo, che lo ho portato ad aprire un ristorante italiano in Svezia chiamato Undici, e a mettere su parecchi chili, e il poker: oggi Brolin è un professionista di Texas Hold’em, e lo si può vedere nei tornei internazionali dietro ai suoi occhiali a specchio. Gestisce inoltre un’attività che produce pezzi per aspirapolvere, perché, come ha spiegato a Gazzetta, con le cose per la casa gli svedesi ci sanno fare più che gli italiani.

KENNET ANDERSSON

Prima il Bari, poi al Bologna di Mazzone, poi brevemente la Lazio. Kennet era un ariete di 193 chili, spaventoso di testa e parecchio macchinoso con i piedi, una razza estinta o quasi. Era il giocatore ideale per le sponde di testa e il lavoro sporco, tanto che Roberto Baggio una volta disse che buona parte del suo exploit bolognese era merito suo. Ora, scrivono i siti specializzati, usa ancora la testa per lavorare, perché nella sua nuova vita fa il mental coach.

KLASS INGESSON

Sia a Bari che a Bologna con lui giocò un altro armadio svedese, Klass Ingesson, che in Italia ha vestito anche la maglia del Lecce. Era un centrocampista forte fisicamente e dotato di grande intelligenza, che, per la commozione dei suoi vecchi tifosi e di tutta la Svezia, è morto nel 2014, a 46 anni, dopo lunghe sofferenze per via di un mieloma diagonisticato cinque anni prima.

STEFAN SCHWARZ

Coevo di questi ultimi tre è l’ex biondo centrocampista della Fiorentina, che con loro, grazie al successo nella finale per il terzo o quarto posto contro la Bulgaria per 4 a 0, vinse il bronzo ai Mondiali del 1994. Schwarz giocò tre anni in Toscana e fece bene, prima di andare in Spagna e Inghilterra a chiudere la carriera. Nelle scorse settimane i tabloid inglesi sono tornati a occuparsi di lui, perché, come nel meno credibile dei banner online, ha perso 20 chili in poche settimane in seguito a una dieta iper-aggressiva.

JESPER BLOMQVIST

Anche il biondissimo Jesper faceva parte della spedizione di Pasadena, che le sue soddisfazioni se le tolse anche nel 1999, quando partì titolare nel Manchester United nella leggendaria finale di Champions, vinta all’ultimo respiro contro il Bayern. Eppure, prima di allora, non che l’esterno avesse fatto sognare nei suoi anni italiani, passati tra il Milan e il Parma. Oggi pare voglia esportare la pizza napoletana a Stoccolma.

MARTIN DAHLIN

Altro rappresentante di quella generazione dorata del 1994, che in Italia trovò più il feeling con la cucina che quello con il gol. Di origini venezuelane da parte di padre, soprannominato OJ per via della presunta somiglianza con l’ex star del football caduta in disgrazia, dopo alcune stagioni da protagonista con il Borussia M’gladbach, cercato da mezza Europa, fu preso dalla Roma. Giocò tre partite senza segnare, prima di tornare da dove era arrivato. Più fantasioso di molti colleghi, ha creato una linea di abbigliamento sportivo e fa il procuratore.

OLOF MELLBERG

Al barbuto ex difensore l’Italia del pallone ha portato più fortuna ora che nel 2008, quando giocò una non indimenticabile stagione nella Juve post Calciopoli. Quattro anni prima aveva fatto parte della squadra del famigerato Biscotto, con quel 2 a 2 contro la Danimarca che eliminò l’Italia di Trapattoni dagli Europei. E invece, pochi giorni fa, se il suo Brommapojkarna, club della periferia di Stoccolma con cui ha lanciato la sua carriera da allenatore, ha conquistato la promozione in Serie A, il merito è dei gol di Luca Gerbino Polo, centravanti 30enne trevigiano.

MATHIAS RANEGIE

“Non sono Ibra, ma spero di piacervi lo stesso”, così disse al momento della presentazione all’Udinese questo ragazzo di origini guadalupensi. All’esordio, dopo un bel gol di testa contro il Milan, qualcuno forse pensò che quello spilungone di 197 centimetri non avesse nulla da invidiare a re Zlatan. Invece fu l’unico gol che segnò in Italia, e il soprannome Renegade dice molto del prosieguo della sua carriera.