Il curioso caso di LeBron James

LeBron è stato definito il Benjamin Button del basket. Merito di una totale dedizione verso il proprio corpo – dai quattro massaggi settimanali agli stivali per migliorare la circolazione – che a 32 anni ha il fisico di un 19enne

E se LeBron James – 32 anni a dicembre – fosse il vero Benjamin Button? È una battuta del suo allenatore, Tyronn Lou: «I medici dicono che ha il corpo, le ossa, strutturate come quelle di un ragazzo di 19 anni, forse sta ringiovanendo – Benjamin Button – non lo so.. chi lo sa?» L’altro giorno dopo la prima gara della nuova stagione NBA, lo stesso LeBron ha detto: «Mi sento benissimo, mi sento meglio di quando avevo 19 anni».

Un’esagerazione? Forse no…com’è possibile che il n°23 dei Cleveland Cavaliers durante la sua carriera non abbia mai sofferto di un serio infortunio? È possibile che abbia saltato al massimo tredici partite in una sola delle 13 stagioni giocate? Sì, è possibile. E bisogna ricordarsi che fin dalla sua prima partita nella NBA è il nemico pubblico numero uno – “all eyez on me”, diceva qualcuno – esponendo e immolando il suo corpo a decine di difese avversarie, vivendo lunghi e stancanti campionati fatti di partite in back-to-back, allenamenti di squadra intermittenti, voli notturni e 82 partite di stagione regolare su e giù per gli Stati Uniti compresse in poco più di 5 mesi.

Lo stupore – anche per un agnostico – è massimo se si pensa che “King” James ha disputato 199 partite su 199 di play off (il momento clou della stagione quando intensità, aggressività, equilibrio tecnico si moltiplicano). L’unico nella storia ad aver raggiunto sei finali consecutive. A spiegarci il mistero del suo corpo, ci pensa il suo ex compagno di squadra, Matthew Dellavedova: «È indistruttibile».

È lecito pensare che LeBron abbia un corpo rivestito di qualche speciale materiale tipo carbonio o acciaio – passare dal suo profilo Instagram per farsene un’idea – per proteggere quei 2 metri e 3 centimetri di altezza e i suoi 113 chilogrammi, quel corpaccione si muove come un giocatore di piccole dimensioni in termini di velocità e elasticità, doti a cui aggiunge una forza fisica da big man, gestito e coordinato da un’intelligenza cestistica fuori dal comune, capace di “leggere” le situazioni di gioco come nessun altro nella storia.

Recentemente Bill Simmons, probabilmente il giornalista sportivo più importante delle ultime decadi, ha scritto: «Siamo a decenni di distanza da vedere giocatori di basket con l’intelligenza artificiale, ma quando finalmente ce ne sarà uno, probabilmente sarà modellato su LeBron e su tutto ciò che ha fatto». Nell’intervista dei giorni scorsi, LeBron ha detto di sentirsi così bene fisicamente perché a 19 anni, al suo esordio nella NBA, “non conosceva il suo corpo”, mentre qualche anno fa ha raccontato che stava iniziando a capire il significato del tempo che passa: così ha iniziato a moltiplicare l’attenzione per il suo fisico levigando, studiando, curando nei minimi dettagli elasticità, resistenza, durezza e arrivando a investirci – sembra – 1.5 milioni di dollari all’anno.

Il suo ex compagno di mille battaglie Mike Miller (un uomo uscito distrutto dalla schiena in giù dopo sedici massacranti campionati NBA), lo spiega così: «Oggi è una questione di longevità, i giocatori investono un sacco di soldi, vogliono restare in campo a lungo, questi ragazzi sono miliardari e investono anche sul loro corpo». E così la routine di James è un lungo elenco che passa da 4 massaggi settimanali, una personale palestra di allenamento avveniristica, continui studi sul recupero fisiologico, stivali pre-gara per migliorare la circolazione del sangue, una dieta severa, una camera iperbarica e metodi di allenamento e stretching innovativi. Il segreto sta tutto li, nel lavoro duro che fa quotidianamente soprattutto fuori dal campo per mantenersi al top.

Come più volte mi è capitato di leggere, nonostante tutti i riconoscimenti e i titoli, a LeBron mancava “la fotografia” che rappresentasse la sua legacy; quella è arrivata puntale durante le scorse finali, a completamento di una rimonta epica – culminata nella decisiva gara 7 con il titolo di campione NBA – sui Golden State Warriors. Quel momento simbolico è la stoppata compiuta dopo 47 minuti di partita, nel momento più importante, partendo metri dietro l’avversario per poi raggiungerlo alla velocità di oltre 32 km orari, saltando quasi un metro, e andando a inchiodare la palla sul tabellone, una giocata che è stata subito ribattezzata The Block.

La narrativa dello sport americano è costruita intorno a questi singoli momenti, ecco in quel preciso istante LeBron è stato issato definitivamente “nell’Olimpo” dell’immortalità del gioco”. Che caso curioso quello di James, e chissà come l’avrebbe raccontato F. Scott Fitzgerald.