Diego, Santo Patrono di Napoli

Nel giorno del compleanno del più grande calciatore di tutti i tempi ripercorriamo le tappe che lo legano a una città che lo ha eletto proprio eroe

«La gente napoletana mi ha fatto molto bene a me. È una bugia quella che dicono, che il pubblico di Napoli mi ha spinto alla droga o a qualcosa di male, no. Nessuno spinge nessuno. La gente non ha colpa, Napoli a me mi ha dato tutto». Sono le parole con cui Diego Armando Maradona ritorna a parlare in pubblico, con il suo grande amico e immenso giornalista Gianni Minà, in diretta su Rai 3, nel 1998. È già passato il periodo più buio della sua vita, mentre il Napoli, il suo Napoli, retrocede in Serie B, mettendo fine una volta e per tutte al più incredibile movimento della sua storia calcistica.

Il periodo napoletano di Maradona è, comprensibilmente, il più raccontato della sua carriera. Mai si era visto un giocatore così forte, così imprescindibilmente talentuoso arrivare in una squadra di mezza classifica, sposando una città nella sua interezza, diventandone idolo, leader e in un certo senso custode. Nel posto in cui sacro e profano si avvicinano più che mai, Maradona siede accanto a Santa Patrizia e San Gennaro. Il Wall Street Journal ha provato a capire perché una persona così discutibile come Diego Maradona godesse di un tale credito: chi ha peccato così tanto, come può essere un santo? «Maradona non è un santo, è Dio», ha risposto un commerciante di Napoli, Enzo Cozzolino, a Ian Lovett del Journal.

Riuscire a interpretare la napoletanità è il primo passo per la comprensione del fenomeno Maradona; una condizione, quella della napoletanità, che spesso e volentieri si estrinseca nella convinzione di considerarsi un popolo eletto, speciale per sua natura, anarchico per conformazione storica, ribelle, furbo e con un cuore grande. È difficile farsi strada tra i luoghi comuni quando si parla di Napoli e della sua gente, distinguere ciò che è vero da quello che non lo è, ma una cosa è certa: Diego Armando Maradona ci è riuscito.

Si spiega soltanto così quella connessione unica che Maradona ha avuto con la città. James Bird, redattore di Mundial Mag (una delle migliori riviste calcistiche in circolazione), ha avuto modo di visitare Napoli in occasione di un numero della rivista completamente dedicato a Diego. È interessante notare il punto di vista di uno straniero, e provare a capire come ha decifrato Napoli e Maradona. James mi dice una cosa molto interessante: «A Napoli la gente non parla poi tanto della Mano dei Dios, o degli scandali personali di Maradona – e se lo fanno enfatizzano sempre il fatto che le sue vicende private non contano poi troppo.

Gli ha portato gioia senza rivali, due Scudetti e una personalità che è andata perfettamente integrandosi con la città». Una città che, anche dal punto linguistico, vive il calcio in maniera particolare. Tim Small su di un vecchio numero di Rivista 11 intitolato “Napoli, Capitale” notava come non esiste distinzione (linguistica, appunto) tra tifoso del Napoli e abitante di Napoli, sono entrambi napoletani, cosa che non succede con Milan, Roma o Genoa. Influisce certamente l’essere l’unica squadra cittadina, una simbiosi perfetta sublimata dall’arrivo a Napoli del numero 10 per eccellenza.

Maradona a Napoli ha assunto anche un al ruolo di rappresentanza sociale, si è preso sulle spalle la voglia di rivincita di una città in piena esplosione creativa e non solo. Erano gli anni di Massimo Troisi (Ricomincio da tre è del 1981, Non ci resta che piangere dell’84) e di Pino Daniele, che nel 1981 aveva fatto uscire Nero a metà. «La Campania aveva ministri e sottosegretari al governo, la città grandi prospettive di crescita, si costruiva il Centro Direzionale» ricorda Corrado Ferlaino. Nel bel documentario di Copa90, How a player Became a God, si sente una frase: «lui è sceso in campo non solo a giocare a pallone, lui è sceso in campo a difesa del popolo. Come Mohamed Alì era un leader politico che boxava, Maradona era un leader politico che giocava a calcio».

E pur se è sempre rischioso affibbiare una connotazione sociale e politica a un movimento, in questo caso non si corre il rischio di esagerare. Amalia Signorelli, nota antropologa napoletana, aveva descritto così la situazione: «Maradona, incoronato come un re, viene dipinto da un madonnaro come un santo. Il popolo è blasfemo senza saperlo, in modo innocente e senza colpa». Come ogni storia che riguarda Napoli, poi, anche quella di Maradona e della città prosegue per immagini, per diapositive che non passano mai di moda, non importa la generazione. Sulle bancarelle ci sarà sempre la maglia di Diego in vendita, accanto a quelle di Hamsik, Mertens, Cavani o Lavezzi, e tutti sono pronti a giurare che resta la più venduta. Ma questa storia procede anche per alcuni luoghi divenuti pezzi integranti della più incredibili storie di sempre.

5 luglio 1984

Diego Maradona arriva a Napoli in maniera anormale, in una sequenza di stranezze che lasciano intendere in maniera premonitoria che quello non sarà un matrimonio come gli altri. Corrado Ferlaino, imprenditore napoletano, eletto presidente del Napoli nel lontano 1969, viene a sapere dal Barcellona della loro volontà di vendere Maradona. Ci si accorda per una cifra intorno ai 13 miliardi, se non ché fatto l’accordo, mancano i soldi. Entrano in gioco l’allora sindaco Enzo Scotti, che mette in comunicazione Ferlaino con il Banco di Napoli, e si muovono diverse cordate, per mettere insieme il tesoretto necessario alla firma. Ma la firma arriva fuori tempo massimo, e Ferlaino è costretto a corrompere uno degli ufficiali della lega per depositare il contratto di Maradona. Senza quel momento, non ci sarebbe stato il 5 luglio del 1984.

C’era una luce pazzesca al San Paolo quel giorno, e 60 mila persone sugli spalti. Maradona incontra il suo palco personale per la prima volta, accorso per vederlo semplicemente palleggiare calpestando uno striscione che recita “Grazie Ferlaino, Grazie Napoli”. Nella moltitudine di fotografi presenti, c’è anche Luciano Ferrara, che imprime nella sua pellicola trixpan 400 Asa il primo passo di Maradona nella sua nuova casa, il luogo più iconico della sua permanenza: il San Paolo. «Maradona poggia la punta del piede sinistro sul primo gradino, con il destro il secondo, e capisco che quella non è la mia posizione, all’opposto della scala non c’era nessuno e mi dirigo al centro, alle spalle del mitico dios appena in tempo per vedere la punta del piede destro poggiarsi sullo scalino, come per magia gli si aprono le braccia come per elevarsi al cielo», racconterà Ferrara molti anni dopo al Corriere della Sera. Una sorta di estati fotografica, la prima di una lunga serie.

Il capello miracoloso

“Hi all, I am visiting Naples shortly. I am a die-hard fan of Diego Maradona. Can anyone please provide the exact location of the street-side Maradona chapel in Naples. Wish to visit it. grazie tanto!” L’utente Tripadvisor Saubhadra C scrive da Nuova Deli, in India, chiedendo indicazioni per un piccolo bar nel cuore del Centro Storico, alla fine del Decumano Inferiore, in Via Nilo. All’interno di quel bar (dove recentemente è stato spostato, prima era esposto proprio sulla strada, in Largo Corpo di Napoli) si trova l’edicola votiva di Diego Armando Maradona, che custodisce gelosamente il “sacro e miracoloso capello di Maradona”, accanto alla minuscola teca delle lacrime napoletane del 1991, l’anno nero in cui Maradona verrà squalificato per doping e lascerà per sempre il Napoli.

Quella del Bar Nilo è una delle tappe obbligatorie di chiunque arrivi a Napoli sulle tracce di Maradona, ma nonostante questo sono d’accordo con James Bird quando mi dice che «Non credo che i posti più iconici della relazione tra Napoli e Maradona siano i murales o l’altare o lo stadio, ma piuttosto le persone che abitano la città. I carpentieri, i fruttivendoli, i nonni seduti per strada attorno a tavoli e sedie: puoi respirare Maradona attraverso loro». Tra i “loro” è certamente annoverabile anche Bruno Alcidi. Alcidi, titolare del bar Nilo, è di ritorno da Milano dove ha visto il suo Napoli perdere per 3-0 a San Siro, contro il Milan. Per uno strano gioco di coincidenze, Alcidi si ritrova nello stesso volo di linea della squadra (l’alta velocità era ancora un miraggio) capitanata proprio da Diego Maradona. Dopo l’atterraggio, mentre si prepara all’uscita, Alcidi nota un piccolo filo nero sullo schienale del posto in cui era seduto Maradona. Si avvicina per raccoglierlo e scopre di essere appena entrato in possesso di una minuscola parte della sua divinità preferita.

Le mura di Napoli

Quelli di divinità, sacralità, religiosità e cristianità sono concetti molto particolari a Napoli. Basti pensare alla festa cittadina più famosa, quello scioglimento del sangue di San Gennaro che paralizza la città e diventa evento di rilevanza quasi nazionale (anche a New York, peraltro, festeggiano San Gennaro). Ma si possono trovare raffigurazioni religiose ovunque in giro per la città: ci sono edicole votive quasi in ogni vicolo, colorate, e accompagnate dalle foto di famiglia di chi le ha erette. O volti santi campeggianti in quasi tutti gli esercizi commerciali: dai salumieri ai macellai, passando per le pescherie, garage, meccanici.

Le ha raccolte qualche anno fa Ilaria Abbiento in In Ogni Luogo, mettendo in scena tutto il paradosso napoletano e l’arte della commedia pittoresca e religiosa. Spesso però, accanto a quelle effigi, su quei muri cittadini così antiche, trovano spazio le rappresentazioni dell’altro dio napoletano. Diego Maradona è una presenza costante per le strade, una presenza poi spesso esternalizzata in opera d’arte. L’ultima, in ordine temporale, è quella realizzata (con il contributo economico di Marek Hamsik) da Jorit – street artist napoletano di origini olandesi – che nel Bronx di San Giovanni a Teduccio, quartiere nella periferia orientale di Napoli ha immortalato una versione di Maradona più in là con gli anni rispetto a quella che si è soliti osservare a Napoli, con la barba increspata di bianco e uno sguardo severo.

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Ma resiste ancora anche lo storico murales realizzato per il secondo scudetto, nel 1990, da Mario Filardi al civico numero 60 di via Emanuele De Deo, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, uno dei luoghi napoletani dove, più che in ogni altra parte, il tempo pare essersi fermato. Quell’opera – che aveva uno Swarovski originale come orecchino del Pibe – è stata recentemente restaurata grazie al lavoro di Salvatore Iodice e si è impreziosita del contributo di Francisco Bosoletti, artista argentino che ne ha ridisegnato il volto. Un altro argentino – logicamente attratti da Napoli – San Spiga ha realizzato diversi stencil in giro per i Quartieri, prima per l’anniversario dei 30 dalla Mano de Dios, poi per il trentennale del primo scudetto. Neanche poi troppo lontano da quegli stessi Quartieri – potreste procedere lungo il decumano superiore e poi svoltare a sinistra – c’è un altro celebre murales di Jorit, quello raffigurante San Gennaro. Quel punto esatto segna l’inizio di Forcella.

Forcella

È il 27 febbraio del 1986 quando la polizia entra in casa di Carmine Giuliano. Il boss di Forcella, latitante, non è ovviamente in casa, ma nel fascicolo della Criminalpol ci finiscono delle foto. Sono foto – ben 71, pare – che raffigurano Diego Armando Maradona in compagnia dei fratelli Giuliano, all’interno della loro vasca a forma di conchiglia. L’allora questore di Napoli, Ugo Toscano, si rifiuta di rendere pubbliche le foto: il Napoli era in piena lotta Scudetto (che poi perderà) e non si voleva destabilizzare l’ambiente. Troppo grande quel sogno, impensabile fino a solo qualche anno prima – per rischiare.

Situazioni come questa danno la perfetta misura di cosa abbia rappresentato il fenomeno Maradona per Napoli e per i napoletani. Nel suo docufilm Maradonapoli, il regista Alessio Maria Federici racconta anche la strana storia della nascita del più grande istituto di robotica europea, sito proprio a Napoli per “colpa” del Prof. Siciliano. Nel 1984 infatti, a Siciliano viene offerta una cattedra al MIT di Boston, ma il trasferimento avrebbe significato non poter andare allo stadio a veder dal vivo il più grande giocatore del pianeta.

Le foto di Maradona e i Giuliano però vengono fuori tre anni dopo, nel 1990, quando il rapporto tra Napoli e Maradona pareva essersi incrinato (già dopo la vittoria della Coppa UEFA nell’89, Diego aveva chiesto di essere ceduto). Si cominciò a parlare di minacce della camorra, del coinvolgimento della malavita nello Scudetto perso dal Napoli nell’86. Maradona tornerà a parlare di tutta la faccenda solo parecchi anni dopo, ospite di Maurizio Costanzo, dove rivelerà il suo rapporto coi Giuliano, e le sue apparizioni a comunioni e matrimoni di personaggi di spicco del panorama camorristico napoletano, accompagnato da Gennaro Montuori, conosciuto come Palummella, per anni leader della Curva B dello Stadio San Paolo.

Via Vicinale Paradiso

«Credo ci siano forme di adorazione simili nel mondo del calcio – George Best a Belfast o a Manchester, Gerrard a Livepool, Francesco Totti a Roma – ma nessuno ragiona nello stesso modo dei napoletani. Quello tra Maradona e Napoli è stato l’incontro di menti, personalità e moralità simili», mi dice James Bird quando gli chiedo se a suo modo di vedere esiste un legame così forte da altre parti del mondo. Chissà se esiste, poi, qualcosa di simile al Te Diegum, il comitato fondato agli inizi degli anni ’90 da Claudio Botti e Marino Niola, un club di intellettuali napoletani che avevano l’obiettivo di celebrare il culto laico del Dio del calcio.

Un Dio del calcio che col pallone era capace di fare qualsiasi cosa, dal palleggio con le arance alla danza sulle note di Live is Life degli Opus. Un Dio che per tanti anni hanno visto allenarsi – con una costanza variabili – alle porte (azzurre, manco a dirlo) di Via Vicinale Paradiso. Spesso Diego dormiva nello stesso complesso, arrivava a qualsiasi ora con la sua Ferrari nera (un privilegio concesso a pochissimi, solo Stallone e Jackson, pare) ed entrava. È qui, nel centro di Soccavo – parte dei Campi Flegrei – che sono ambientati tanti dei video che si possono trovare in rete e che certificano un livello di confidenza con la palla, di Diego, impossibile da replicare.

Come racconta Angelo Carotenuto su Repubblica pare che sia proprio a Via Vicinale Paradiso – nome pure di una storica trasmissione sportiva in onda su Telecapri – che Maradona fosse convinto di aver perso il Mondiale del ’90, trattando male Matarrese, allora Presidente della FIGC. Questo, d’altronde, era, ed è ancora, un tratto tipico di Diego: mescolare la tragedia alla commedia e alla sceneggiata, fidarsi poco, avere “la cazzimma”. Ed è l’ennesimo tratto che lo avvicina al suo popolo e alla sua città. Una città non comune, mai facile da capire, fallace, ma che ha avuto il grande merito di scegliersi come eroe il più grande calciatore di sempre: Diego Armando Maradona.