Adam Ondra, la rivoluzione dell’arrampicata: «Sul Lago di Garda, per fare la storia»

Dopo aver completato, primo nella storia, un grado 9c di difficoltà, il formidabile scalatore della Repubblica Ceca si racconta. Tra il lavoro su se stesso e i propri limiti, il rapporto viscerale con la roccia e gli XX in cuffia. E rilancia la sfida per scrivere la storia della disciplina, a partire dall'Italia

Adam Ondra, Foto Pavel Blažek (Archivio Montura)


In ogni campo ci sono le eccellenze e c’è chi rimarrà nella storia. E poi c’è chi compie la rivoluzione. Nell’arrampicata c’è un prima e un dopo Adam Ondra. Nato a Brno, in Repubblica Ceca, nel 1993, da due genitori scalatori, sin da ragazzino si è imposto come uno dei più forti interpreti della disciplina.

A 10 anni completava già il suo primo 8a a vista, un grado di difficoltà che rimane un miraggio per la quasi totalità di coloro che si approcciano alla roccia. Pareti infinite e falesie di ogni tipo, boulder, enormi massi su cui si arrampica abitualmente senza imbrago, negli anni Adam ha vinto quasi in ogni competizione cui ha preso parte. Poi ha iniziato a sfidare solo se stesso, a superare i propri limiti. Un anno fa assieme al connazionale Pavel Blazek è stato la seconda persona a scalare Dawn Wall, la via d’arrampicata considerata più difficile al mondo sul mitologico El Capitan californiano.

A inizio 2015, dopo sette anni trascorsi a studiare i suoi 32 tiri, gli americani Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson arrivavano dove nessuno era mai riuscito. Ondra aveva visto per la prima volta la parete dello Yosemite appena un mese prima, e in 8 giorni è arrivato in cima. Questo settembre in Norvegia ha chiuso un 9c, livello di difficoltà mai raggiunto prima da un climber.

Ondra è uno spot vivente per l’arrampicata, attività che, dopo il boom degli scorsi anni, può contare su una solida base di appassionati e praticanti, saltuari oppure abituali. Gira il mondo in cerca di nuove sfide e partecipa a eventi promozionali e incontri, e, con i suoi successi, trascina con sé, come in cordata, il livello di tutto il movimento, perché mostra agli altri dove si può arrivare e pone nuovi traguardi da raggiungere a tutti.

Riccioloni sulla fronte, Prosecco in mano, e un italiano ormai fluente (parla cinque lingue) dopo i tanti viaggi nel nostro Paese, lo incontriamo alla Santeria in occasione del Milano Montagna Festival, ottima rassegna, giunta alla quarta edizione, che ha portato in città alcuni dei grandi protagonisti internazionali dell’alpinismo e della cultura alpina.

Adam Ondra, Foto Pavel Blažek (Archivio Montura)

Complimenti per il tuo italiano, Adam. Perché non “ambienti” qua la tua prossima impresa?

Mi piace l’Italia, ci sono tanti posti buoni per arrampicare. E poi si mangia troppo bene. Il mio posto preferito è Arco di Trento, nella zona del Lago di Garda, dove ci sono tante falesie già sviluppate e tanto potenziale per trovare dei posti nuovi, di livello molto alto. Come sai il primo 9c a livello mondiale l’ho fatto in Norvegia, ma il secondo potrebbe essere lì.

È una battuta, oppure una notizia?

Ho in mente un paio di progetti che potrebbero essere dei 9c, proprio lì a Arco. Ma la verità è che trovare delle vie durissime non è complicato, è scalarle il problema.

Meglio spiegare: è chi sale per la prima volta una via a stabilire il grado di difficoltà, in un secondo momento poi la cosa è confermata, o meno, da altri. Come scegli, tra le infinità di pareti a disposizione, quale attaccare?

Dipende. Il più delle volte mi capita di andare a vedere una falesia, dove già ci sono delle vie, e cerco gli spazi liberi che più mi attraggono. Altre volte invece sono altri climber, che hanno provato una via molto dura, non ci sono riusciti, e chiedono a me di tentare.

Tu continui a alzare l’asticella, la tua e quella di tutto il mondo dell’arrampicata. Qualche tempo fa il 9c sembrava utopia, ora è realtà. Pensi che a breve diventerà la norma?

No, non credo in fretta. Io oggi sono a un livello per cui, per completare un altro 9c, necessiterei dello stesso lavoro che ho dovuto fare per chiudere Silence, in Norvegia. Parlo di 10 o 12 settimane di studio. Forse tra un anno sarò in grado di dimezzare i tempi.

E per salire ancora?

Un 9c+ oppure un 10a è possibile, ma richiederà tempo. La differenza tra 9b e 9c è stata grande, perché, più aumentano i gradi, più il salto tra l’uno e l’altro si fa impegnativo. Ed è giusto così, altrimenti i gradi non potrebbero essere oggettivi. Io avevo fatto tre 9b+. A Silence ho attribuito 9c perché non era solo un po’ più difficile delle altre, era molto, molto più difficile.

Parliamo di numeri e gradi, ma ciascuno è anzitutto una sfida. Cosa rappresenta questo concetto per te?

Sfidare se stesso è fondamentale: io sono ambizioso, e sfidarmi mi diverte. Ma cerco sempre un equilibrio in ciò che faccio. Quando scelgo una sfida mi alleno per portarla a termine, ma non ce l’ho sempre in testa, non ce ne ho bisogno. Ogni sfida è anche un viaggio, e mi basta per motivarmi. Solo quando sono stanco morto, mi fisso sull’obiettivo e metto tutto me stesso per raggiungerlo.

Quando arrampichi cosa provi? Nel senso, c’è gioia anche nella fatica e nella tensione estrema?

Se mi trovo su una via dura, al limite, non penso a nulla, i movimenti sono fatti solo di intuizione. Se invece sto facendo una via solo per piacere, o per riscaldamento, mi sento profondamente bene. Provo un gran senso libertà, per il fatto di stare a 50 metri da terra e sentire l’aria fredda. Mi fa stare super bene. Bisogna sempre combinare piacere e sfida.

L’altro concetto fondamentale per leggere le tue imprese è quello di limite. Come fai a non essere ossessionato dai traguardi, quando potresti essere il primo a raggiungerli?

Vedo un limite sempre e solo in quel momento. Silence, il mio primo 9c, era il mio limite, prima di realizzarlo. Quando l’ho chiuso, ho pensato: “Se fosse stato così tanto più duro, sarebbe stato impossibile”. Ora penso già che potrei scalare un altro 9c più velocemente. I limiti, lo penso davvero, sono personali, mentali. E le motivazioni permettono di superarli. Io non penso mai: “Questa via è la più difficile del mondo”. Ma solo che sia la più difficile che io abbia mai fatto.

C’è un gran lavoro psicologico dietro, immagino.

La fiducia è la cosa più importante, per affrontare un limite. A volte è più difficile crederci, che fare la via. Nel caso di Silence, solo due settimane prima di farcela ho pensato fosse fattibile. Il processo per arrivare a quella convinzione è stata la parte più dura.

C’è tutta una letteratura, e una mitologia, sul rapporto tra l’alpinista e la roccia. Anche per te è qualcosa che riguarda l’anima?

Sicuramente ho un rapporto stretto con la roccia, e un rispetto infinito verso la montagna. Io non farei mai una presa artificiale, ad esempio, lo trovo inaccettabile. Ma quello che amo dell’arrampicata è che non impone regole, e ognuno può scegliere cosa gli piace. Ho la fortuna che a me piace tutto di questo mondo: boulder, gare, big walls e arrampicata sportiva.

Augurandoti mille anni di attività, qual è la legacy che speri di lasciare alla disciplina, di cui sei uno dei più grandi di tutti i tempi?

Anzitutto, trovo un po’ strano il fatto di poter vivere come un mestiere quello che, per quasi tutti gli altri, è una passione, qualcosa per cui ritagliarsi del tempo. L’unica cosa che posso fare, nella mia posizione, è provare a motivare gli altri a vivere in un modo un po’ diverso quello che fanno. Se riesco, con il mio esempio, a insegnare a qualcuno a vivere fino in fondo le proprie passioni, mi posso dire felice.

Un’ultima cosa, vista la testata qua in cima alla pagina. Ascolti musica, mentre riscrivi le regole dell’arrampicata?

Mi alleno con il silenzio, lo preferisco. Ascolto la musica durante i lunghi viaggi per raggiungere le varie mete. Ascolto un po’ di tutto, amo il rock e la musica strumentale. Un nome? Adoro gli XX. E il teatro, con la mia compagna cerco di andarci almeno una volta al mese.