Roma, lo scandalo del Caffè della Pace

Ecco come il locale storico frequentato da Fellini, Ungaretti e Monicelli è stato trasformato in una discarica abusiva

C’è uno street artist romano che si fa chiamare Wuarky che sta riempiendo la capitale di Madonne. Ce n’è poi un altro, Tvboy, che vive in Spagna ma in giro per Roma semina figure del Papa. È curioso che entrambi gli artisti abbiano scelto come palcoscenico per le loro creazioni l’impalcatura che circonda il Caffè della Pace. Da una parte un trio di Madonne indifferenti, che guardano l’Iphone e non si accorgono di cosa succede intorno, dall’altra un Papa-Superman. A me piace pensare che siano la prima un’ammonizione e la seconda una speranza verso un Vaticano che ha deciso, più o meno un anno fa, di sfrattare il Caffè della Pace, che non era solo un bar, ma un luogo magico grazie al quale la cultura che abitava o passava per Roma aveva una sorta di quartier generale da oltre 100 anni.

Già, perché un ente che è cupo fin dal nome, tal Istituto Teutonico Pontificio di Santa Maria dell’Anima, ha sfrattato i proprietari del Caffè della Pace per trasformare quel luogo in un albergo da grandi numeri. Quel locale era aperto dal 1891 e con gli anni si era guadagnato un posto d’onore tra i luoghi simbolo di Roma. Forse perché era quasi un caffè obbligatorio, dato che quell’incrocio porta da una parte a Piazza Navona e dall’altra verso il Chiostro del Bramante, il più importante monumento rinascimentale degli inizi del ‘500, e verso la Chiesa della Pace, con le architetture di Pietro da Cortona e i dipinti di Raffaello e Rosso Fiorentino.

Quel posto era seducente, un punto mediano nel quale non ci si dava appuntamenti, ma sembrava sempre d’incontrare la persona giusta al momento giusto. Una Scuola di Atene da drink, intorno alla quale gravitavano i protagonisti del mondo intellettuale e artistico, perché in ordine sparso possiamo dire che a bere un gin tonic o un cappuccino si sono visti spesso Fellini, Ungaretti, Monicelli, Al Pacino, Francis Ford Coppola, Madonna, Sophia Loren, Spike Lee, Enzo Cucchi, Gino De Dominicis, Paolo Villaggio, Robert De Niro. Per 55 anni la famiglia Serafini ha gestito il locale, fino all’estate del 2016 quando un ufficiale giudiziario ha cacciato proprietari, personale, avventori e 1 secolo di storia. Cosa succederebbe se un’istituzione religiosa cacciasse il Café de Flore o il Café de la Paix da Parigi, il Gerbeaud da Budapest, il Florian da Venezia, il Café Central da Vienna, il Grand Café da Oslo, il Tomaselli da Salisburgo? La cosa peggiore è che adesso quell’incrocio è diventato un parcheggio da sosta selvaggia, oltreché una discarica abusiva.

I lavori per questo fantomatico albergo sono fermi da mesi, e il telo delle impalcature si sta persino pericolosamente staccando nei punti più alti del palazzo. Uno spettacolo indecente e doloroso. Conosciamo i problemi che sta vivendo la capitale e il Caffè della Pace oltre a essere un’istituzione culturale e un’architettura umana, era anche un deterrente verso i comportamenti primitivi che ora vedono in quel capolavoro di strada alternarsi furgoni e auto posteggiate di giorno e spazzatura di ogni genere dalla sera. Ovviamente è triste dire che un bar sostituisce le funzioni di chi dovrebbe vigilare che queste cose non accadano, ma in quest’ultimo anno nessuno tra le istituzioni ha mosso un dito per evitare lo scempio in via della Pace. Anche i vigili urbani sembrano non vedere nulla.

Allora i responsabili dell’Istituto Teutonico Pontificio di Santa Maria dell’Anima escano dalle loro stanze e vadano a fare un giro per le loro proprietà. Magari diano uno sguardo alle opere di Wuarky e Tvboy, unica nota lieta di quello sciatto abbandono, e permettano di riaprire il Caffè della Pace. Sono sicuro che Daniela e Alessio Serafini sono pronti a ricominciare e restituire a Roma un punto di riferimento per tutti i romani e tutti gli ospiti di questa maledetta e magnifica Città.