“Quello era il corpo di mio fratello”. Juan Martin Guevara e la morte del Che, 50 anni fa

Intervista esclusiva al fratello minore del guerrigliero argentino, che solo tre anni fa ha trovato la forza di andare a visitare il luogo in cui Ernesto fu ucciso

“Ho comprato un paio di scarpe da ginnastica nuove per andare alla Quebrada del Yuro. È una gola profonda che scende a picco dietro La Higuera. Per me è molto difficile, molto doloroso. Doloroso ma necessario. Questo pellegrinaggio lo porto con me da anni. Mi è stato impossibile venire prima. I primi anni ero troppo giovane, non abbastanza pronto psicologicamente (…) Ho imparato a tenere un profilo basso: nel clima politico del mio paese, essere collegati al Che è stato a lungo pericoloso”.

Tre anni fa, dopo 47 di attesa, Juan Martin Guevara, il più piccolo della sua dinastia, trovava la forza di passare il confine con la Bolivia e andare in visita nel luogo in cui avevano ucciso suo fratello, il guerrigliero soprannominato il Che. Lo racconta nella prefazione del libro Il Che mio fratello, scritto con Armelle Vincent, corrispondente di Le Figaro da Los Angeles, pubblicato in Italia da Giunti, in occasione del 50esimo anniversario della morte dell’eroe di Cuba, avvenuta il 9 ottobre.

Il libro mira a raccontare il “volto umano” del Che, la sua gioventù tra rugby e libri di scuola, i suoi viaggi e l’amore per la famiglia. Una storia privata, che a un certo punto diventa politica e sconfina nella leggenda. Juan Martin Guevara, 73 anni, oggi viva a Buenos Aires, dove, durante il regime militare, è stato incarcerato per otto anni per via delle sue idee politiche e dell’ingombrante cognome. Nella giornata di oggi è impegnato nelle celebrazioni per il fratello, che, da Cuba alla sua Argentina, si tengono in tutti i Paesi dell’America Latina. Così parla di suo fratello.

Cosa ricordi del giorno della morte di tuo fratello, 50 anni fa?
Quando Ernesto morì io avevo 24 anni, 15 meno di lui. Allora lavoravo come assistente per le consegne in una società casearia a Buenos Aires. All’alba, quando dovevamo iniziare la distribuzione, vidi sui primi giornali del mattino la notizia, con la foto di mio fratello. Allora ci riunimmo a casa di mia sorella, con mio padre e un altro fratello, Roberto, e cercammo di capire se la notizia fosse vera. Mio padre e mia sorella dubitavano; io, per via della foto, avevo subito capito che era vera. Prendemmo la decisione di mandare Roberto a Vallegrande, in Bolivia. Partì all’istante, e si incontrò con un colonnello dell’esercito, che gli disse: “Il corpo non c’è”. Da lì dovette andare a La Paz e parlare con il capo dell’esercito, il generale Ovando. Da lui ricevette la medesima risposta: il corpo era sepolto, e non era possibile vederlo.

Quando hai avuto la conferma?
Io tornai in fretta a Buenos Aires, e da Cuba ricevemmo la notizia come ufficiale: il cadavere era davvero di Ernesto. Roberto andò a L’Avana e Fidel gli raccontò a voce ciò che era accaduto. Oggi conosciamo gli sforzi della CIA e dell’esercito boliviano per gettare nel fango il Che. Eppure, ogni giorno di più, il popolo sta con lui e con la sua memoria. Il suo omicidio non ha ottenuto l’effetto sperato.

Che tipo di fratello era? Hai fatto in tempo a godertelo?
Avevo 15 anni di meno, inizio ad aver ricordi di lui da quando aveva 20 anni. Non era il tipo di fratello maggiore che comanda, o che rimpiazza la figura del padre. Al contrario, era un eterno compagno di giochi, scherzava con tutti, era sempre disponibile a accompagnarti da qualche parte.

Qual è l’insegnamento più grande che ti ha trasmesso?
Sono di vario tipo. Ma quello che porto nel cuore è: non abbandonare mai la lotta, segui fino in fondo le tue convinzioni. Citando le sue parole: “Se sei capace di farti scuotere dall’indignazione ogni volta che avviene un’ingiustizia nel mondo, allora io e te siamo compagni”. Lo aveva detto a una donna che si chiamava Guevara di cognome, che gli chiedeva se per caso fossero parenti. La coerenza, lo spirito critico e autocritico, la solidarietà: sono questi i principi che mi ha tramandato.

Quanto tempo hai trascorso con lui? Riusciva a essere presente, nonostante tutto?
Ernesto era il mio fratello di sangue, ho ricordi vividi del bel tempo trascorso con lui a L’Avana e in Uruguay. Ma io ero anche un militante, e il Che era il mio compagno di ideali. Interagivo con lui, e con gli uomini a lui più vicini, per conto delle associazioni che cooperavano con Cuba: mi ha trasmesso le idee che mi hanno forgiato come uomo.

Tu hai capito perché, tra tanti guerriglieri, lui è diventato un mito a livello globale?
Oggi il Che è un’icona universale. Ma i miti non cadono dal cielo, non spuntano sotto le piante. Sono creati dalla società, che li elegge a leggenda. E allora la domanda è: perché la società ha deciso che lui dovesse essere elevato a idolo, e a referente delle loro istanze? Sicuramente, come dice Galeano, avvenne perché mio fratello diceva quello che pensava e faceva ciò che diceva, in un mondo in cui i politici non hanno questa qualità. Ernesto aveva molte altre doti, che non rinunciava mai a mettere in mostra. Ma anche l’uso che molti hanno fatto di lui, come una merce, deve tenere conto di simili questioni, e del riconoscimento che la gente gli ha garantito. La sua figura non è neutrale. Chi vende la sua immagine, utilizza un prodotto che sa che il mercato ricerca. Il Che è sempre stato un buon prodotto. Giustamente, perché è bello e ben voluto.

 

 

 

 

 

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